Malpensa, sedotta e abbandonata

By Redazione

settembre 15, 2011 politica

C’era una volta la Malpensa. E con lei il fiore all’occhiello del Nord Italia, l’aeroporto lumbàrd per antonomasia, infrastruttura moderna e in continua espansione, con un ventaglio di potenzialità tra cui la costruzione della terza pista e il progetto per l’area cargo. C’era una volta l’hub internazionale (oggi declassato) che nel 2007 muoveva 23,8 milioni di passeggeri e oggi ne ospita solo 18,9. Perché? Facile. La stangata del 2008, quando Alitalia salutò bruscamente lo scalo tagliando il 70% dei suoi voli e lasciando a terra 900 lavoratori Sea in cassa integrazione, l’aeroporto guidato dal manager di estrazione leghista Giuseppe Bonomi ha dovuto accusare il colpo e ripartire tra mille difficoltà.

 

A maggio è stata Lufthansa ad annunciare che da ottobre 2011 avrebbe abbandonato il progetto “Lufthansa Italia”, nato nel 2008 quando la compagnia tedesca, approfittando degli ex slot di Alitalia, decise di insediarsi a Malpensa con un brand italiano e sei aerei che vi facevano base per servire otto destinazioni europee. La luna di miele coi tedeschi è durata poco, giusto il tempo di far sognare un aeroporto in cerca di rivincite, per poi farlo ripiombare nella depressione. “Stiamo rimodellando la nostra presenza nel mercato italiano”, si è schermito il gruppo di Cristoph Franz. “Lufthansa Italia rappresenta uno dei 110 vettori presenti sullo scalo di Malpensa e le sue destinazioni sono già coperte da uno o più vettori che tra l’altro registrano coefficienti di riempimento superiori”, la risposta piuttosto seccata della Sea, società di gestione di Linate e Malpensa.

 

Ma non basta. Perché nelle ultime ore l’aerostazione deve ora ingoiare un altro boccone amarissimo da Air France che a fine ottobre sposterà tutti i suoi voli della tratta Malpensa-Parigi Charles de Gaulle al city airport di Linate, ad un tiro di schioppo dal centro di Milano e infinitamente comodo per il vettore francese che nello scalo potrà accaparrarsi quattro slot lasciati scoperti dalla ‘solita’ Alitalia. Il fatto sorprendente è che, come sottolinea Ettore Livini su Repubblica, i suddetti diritti di decollo non sono mai stati riassegnati dalla Sea nonostante sul tavolo ci fossero la bellezza di 54mila richieste.

 

Oggi Malpensa si risveglia amareggiata, con la consapevolezza di essere una grande oasi nel deserto. Lei che s’è rifatta il vestito dopo l’abbandono di Alitalia, ha riaperto le boutique, oggi un’ottantina, ha istituito nuovi servizi e visite guidate e da meno di un anno ha inaugurato l’area S1, struttura all’avanguardia con presidio medico e mini-carcere per combattere il fenomeno dei corrieri della droga. Senza dimenticare l’incremento dei collegamenti con il territorio che negli ultimi mesi ha portato a Malpensa l’Alta Velocità dei Frecciarossa, mentre da pochi giorni è attiva anche la tratta ferroviaria con la Svizzera.

 

L’ex hub, ormai un nobile decaduto, possiede i numeri e il management per essere la prima della classe, uno scalo europeo di rango per svariate rotte intercontinentali ma, nei fatti, non riesce a decollare perché snobbata dal sodalizio Alitalia-Air France e dimenticata dalla politica, persino da quella Lega Nord che solo qualche anno fa difendeva con le unghie lo scalo varesino. Lo stesso aeroporto che, negli anni d’oro, ospitava voli diretti per Shanghai, Nuova Delhi, Mumbai e Chicago, oggi deve arrendersi all’altolà del Governo che blocca l’avvio della tratta Malpensa-New York operata da Singapore Airlines. Tutto questo per privilegiare l’autoctona Alitalia in linea con quel progetto di italianità che tra pochi anni potrebbe consegnare la nostra compagnia nelle mani del colosso d’Oltralpe.

 

Ci si ‘accontenta’ di EasyJet che di Malpensa ha fatto una delle sue basi strategiche e si spera nell’arrivo degli arabi visto che Emirates e Qatar Airways hanno dimostrato un certo interesse per stabilirsi in forze nello scalo lombardo. C’è poi la pista cinese secondo la quale, riferiscono diverse indiscrezioni, un fondo d’investimento è pronto a mettere le mani su un pezzo di torta della Sea che, a breve, dovrebbe quotarsi in Borsa e diventare appetibile dalle parti di Pechino. Una manna dal cielo per l’aeroporto che, con l’ingresso dei cinesi, potrebbe diventare un cargo-hub per il traffico delle merci verso l’ex Celeste Impero. L’italianità, quella sbandierata dal governo Berlusconi in tempi non sospetti, è un lusso che dalle parti di Varese non possono più permettersi.

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