L’impopolarità, spavaldamente

By Redazione

settembre 15, 2011 politica

“La Arcuri rifiutò di prostituirsi” era il titolo di apertura del principale quotidiano italiano alle ore 15.00 di ieri. La (in)felice battuta con la quale Rino Formica etichettò sprezzante il caravanserraglio di un lontano congresso del Partito socialista, esce fuor di metafora e diventa tangibile e centrale nel dibattito pubblico del Paese. Tra i nani e le ballerine, sono queste ultime a uscirne con un’aura di santità. “Ecco, tutti a dire che era una mignotta, ora rimangiatevi tutto”, sussurrava tra il serio e il faceto un dirigente del Pdl (area An) ieri tra i corridoi del Palazzo. La soubrette rifiutò una proposta di Tarantini, che la vedeva giacere con il Cav in cambio di un paio di spintarelle. La prima fra le lenzuola, la seconda sul palco dell’Ariston per condurre il Festival di Sanremo. La Arcuri, eroicamente, rifiutò per preservare la propria integrità. I nani, dunque, il nano, ne escono cornuti e mazziati.

E’ solo la ciliegina di una torta da diabete, quella composta da centomila pannosi strati, tante quante sono le intercettazioni acquisite dalla procura di Bari che ha investito l’imprenditore barese Giampaolo Tarantini. Un’inchiesta nella quale Berlusconi è coinvolto come testimone e presunta parte lesa. Una posizione che cammina sul friabile orlo che lo potrebbe portare ad essere improvvisamente imputato in corso di giudizio, e potrebbe aggravare la sua posizione relativa al Ruby-gate. Quello che lascia perplessi, oltre alla mole di conversazioni ritenute penalmente rilevanti in quello che appare una squallida storia da basso impero più che un pericoloso ordito criminale, è la debolezza delle argomentazioni del Presidente del Consiglio addotte a sua discolpa.

Una stucchevole cantilena di “non mi sento sotto ricatto”, “ho fatto beneficienza ad una famiglia in difficoltà”, “per me è normale, come quando elargisco fondi a ospedali e opere di carità senza dire nulla”. Troppo poco, per chi si aspetterebbe da un lato una difesa puntuale della propria sfera privata e del proprio casellario giudiziario in assenza di sentenze passate in giudicato, dall’altra uno scatto in avanti nella difesa di una politica sempre più debole e incapace di erigere barriere alla montante montagna di fango indiscriminato che rischia di travolgerla.

Una politica talmente fragile e in difficoltà che l’unica speranza di riacquisire autonomia di giudizio e indipendenza di azione la ripone nel suo esponente maggiormente sotto tiro. L’unico dotato ancora di una riserva di carisma e capitale politico necessario a reinserire quel paletto che venne divelto dall’ondata manettara degli anni ’90: l’immunità parlamentare. Lagne nel cassetto, presidente, e  rischi finalmente, spavaldamente, l’impopolarità di misure che salvino la credibilità della cosa pubblica, ancor prima della sua.

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