Il Sahel e la guerra libica

By Redazione

settembre 15, 2011 Esteri

La guerra di Libia aveva come motivazione soltanto l’ideale etico della rimozione di una dittatura, in stile liberal/neocon? Indubbiamente c’era anche un motivo geopolitico, ma questo non si riduceva agli interessi per le riserve di petrolio e gas libici da parte di francesi e inglesi. Come ho scritto dall’inizio della rivolta, c’era altro: la secessione sempre repressa della Cirenaica, certamente. Poi, la questione del tesoro blu: il mare di acqua dolce fossile nascosto sotto l’Erg e il Sahara. Infine, l’uranio.

In realtà per capire le ragioni del conflitto libico si deve guardare a tutto il Sahel. Gheddafi infatti non aveva mai smesso di perseguire le sue mire espansioniste nella fascia che attraversa l’Africa, dalla Libia e dal Ciad fino al Niger e all’Atlantico. Si tratta di una fascia povera ma ricca in maniera straordinaria di uranio (ma anche di altre risorse minerarie di cui non si parla, al momento). Qui finora dominava incontrastata la Compagnia delle Indie francese, formata dalla multinazionale del nucleare Areva, da magnate Bolloré, da una rete di governanti amici, e da un controllo totale della politica e del territorio (si veda cosa è successo in Costa d’Avorio).

Tuttavia questo dominio tranquillo recentemente è stato messo in crisi da una serie di fattori, tra cui l’avanzata cinese (per l’uranio, ma non solo); l’avanzata islamica jihadista (Aqmi etc.); L’avanzata di Gheddafi, fatta di un disinvolto utilizzo dei capitali e del popolo transnazionale dei tuareg; l’avanzata americana, col progetto continentale AfriCom (la  “Nato africana”). Era evidente che Parigi non era più in grado di sostenere l’urto con realtà così complesse, forti, eterogenee. Ne è derivato un accordo inter-occidentale, in base al quale Regno Unito, Francia e Usa hanno deciso di coordinare le proprie forze e di imporre un modello meno imperiale di quello francese. Obiettivo: contenere islamici e cinesi. Anche a costo di scacciare Gheddafi dal suo trono.

L’operazione non è ancora conclusa: infatti se il Ciad e il Niger hanno già riconosciuto il CNT (su pressione francese), il Mali resta pro Gheddafi, anche perché si ritrova con la bomba demografica di 40.000 emigrati in Libia che sono rientrati in patria dopo la fine della guerra. Gheddafi finanziava a larghe mani tutta l’UA e lo stesso Mali, dove aveva dato una mano concreta per la costruzione della city di Bamako, di scuole, madrasse etc. Inoltre nel Mali è molto forte la comunità tuareg (pro Gheddafi e antigovernativa), e le tensioni sono cresciute con la morte -avvenuta tramite un “incidente automobilistico”- del leader tuareg Ibrahim ag Bahanga, vecchio leader militare addestrato negli anni ’90 nei campi libici. Bahanga non aveva mai deposto le armi, nonostante l’accordo di pace tra governo del Mali e ribelli tuareg della Alliance du 23 mai, siglata ad Algeri nel 2006. Tra Libia e le altre nazioni del Sahel vi erano decine di basi armate tuareg (ora c’è una diaspora di decine di migliaia di tuareg dalla Libia). Secondo fonti occidentali Ag Bahanga era alleato con Al Qaidadel Maghreb (Aqmi). Ciò smentirebbe la diceria secondo cui i ribelli del CTN di Bengasi sarebbero vicini alla jihad, e anzi la rovescerebbe (in effetti molti de capi del CTN si sono formati o sono fuggiti negli Stati Uniti). Secondo voci algerine Aqmi invece sarebbe equipaggiata con l’aiuto del Mali e dell’Occidente.

Il nuovo Sahel, storia
Per quanto riguarda la genesi del nuovo quadro del Sahel si veda questo studio di Limes.
Si parte dalla
Pan Sahel Initiative del 2002, un accordo di Bush tra Usa, Mali, Mauritania e Niger. Il piano si sovrapponeva alla cooperazione militare sottoscritta dai paesi dell’AOF (Africa Occidentale Francese) con Parigi, e si inquadrava nella pessima gestione delle relazioni tra Francia e USA, dovuta a De Villepin e Chirac. La vera novità però consisteva nel fatto che nella zona interviene anche il Regno Unito.

Nel 2005 il progetto si estende e diventa la Trans Saharan Counter terrorism Initiative TSCTI, comprendendo, oltre agli USA, anche Mali, Tunisia, Algeria, Morocco, Senegal, Mauritania, Niger, Nigeria e Ciad. La TSCTI è dotata di un fondo di 500 milioni di dollari, da incrementare di 100 milioni ogni anno. L’alleanza si integra con la East Africa Counter terrorism Initiative (EAC-TI), e dà il via alla nascita del primo nucleo della armata panafricana AfriCom, il cui comando centrale si trova in Europa. Il primo avversario dichiarato è il Groupe Salafiste pour la Predication et le Combat(GSPC). L’analisi si basa su orizzonti nuovi: per esempio si individua nella Nigeria uno dei nodi strategici, sia per il petrolio, sia perché tra gli oltre 130 milioni di abitanti, ben 66 milioni sono musulmani, e il sufismo presente nella nazione non basta più a contenere l’estremismo integralista (come si è visto negli ultimi mesi, con i massacri delle tribù di cristiani, compiuti dalle tribù islamiche del nord).

Nel Sahel invece operavano i ribelli tuareg reduci dalle rivolte degli anni ’80 e ’90 (con 600.000 profughi che affollano le tendopoli con i saharawi, e gli infiltrati GSPC). Nel Niger i tuareg combattono col MNJ Mouvement Nigerien pour la Justice, il cui simbolo è una spada incrociata con un mitra. Il MNJ era probabilmente aiutato dalla Libia di Gheddafi.

In Niger si esporta uranio dal 1972. Le miniere si trovano a nord e tra Agadez e Arlit. II settore è sempre stato monopolio della Francia, che imponeva ai nigeriani un prezzo inferiore a quello del mercato. Nel 2006 (col supporto di chi?) i nigerini decidono di aprire il mercato dell’uranio ad altri soggetti: India, Sudafrica, Canada, Australia e, soprattutto, Cina. Areva deve rivedere i prezzi, e l’uranio viene pagato il doppio, in questo modo riesce a ottenere la concessione del nuovo mega giacimento di Imouraren, investendo nell’operazione un miliardo di euro e creando 1360 posti di lavoro.

Tuttavia la compagnia cinese Cnnc (China national nuclear corporation) ottiene il giacimento di Teguidda n’Tessoum, con un territorio di 1.733 km quadrati di superficie. Tra le concorrenti, la canadese Rio Tinto (Tagaza), e la sudafricana Uranium International (che ottiene otto siti tra Askera e Agelal). Lo sfruttamento minerario comporta problemi per le popolazioni. Ad esempio nella zona “cinese” pascolano da millenni le mandrie di nomadi tuareg e peul, ma l’estrazione delle rocce rende radioattivi alcuni pozzi. Lo stesso avviene ad Arlit.

Il movimento nigerino MNJ ha reagito con le armi a partire dal 2007, attaccando postazioni militari e sedi delle miniere. Era guidato da combattenti delle vecchie rivolte terminate con gli accordi del 1995. Tra di loro Aghali Ag Alambo e Amoumane Kalakoua. Si calcola che un migliaio di giovani tuareg abbia combattuto con Gheddafi contro il CTN di Bengasi.

Il nodo centrale si chiama Rhissa (nomen omen) Ag Boula. Rhissa Ag Boula è un tuareg reduce anche lui dalla ribellione degli anni ’90. Entrato in rotta col MNJ (che lo considera un giuda) ha fondato un suo movimento “Non violento” (Fronte delle Forze di risanamento) ed è diventato ministro del turismo e dell’artigianato del Niger. Rhissa nel 2008 ha lanciato la “guerra dell’uranio” in un’intervista al settimanale cattolico francese Le Nouvel Observateur. Il punto è che il ministro Rhissa Ag Boula aveva “forti legami” con Muammar Gheddafi.

Ricapitolando non è chiaro il ruolo dei gruppi tuareg nel Sahel. Non si sa cioé se sono nemici o amici di Al Qaida. Di sicuro sono stati sempre supportati dal colonnello Gheddafi. Di sicuro rappresentano per il Sahel ciò che i Curdi sono nel Medio Oriente: dei senza patria cui si dovrà concedere qualcosa di più.

Si noti che anche nel Mali vi sono situazioni simili: la protesta armata su base etnica è guidata dal Mouvement National de l’Azawad. (Vedi anche qui). Anche nel Mali il ruolo di Gheddafi era rilevante. Si legga: “Nel giugno del 2006 una riunione di capi tradizionali Tuareg maliani ha
espressamente concesso il titolo di Anastafidet al leader libico, che si è recato successivamente ad un incontro con il Touarè per parlare della regione di Kidal e dei gruppi armati di Tuareg.

La coabitazione coi gruppi integralisti come il GIA algerino, poi Aqmi e GSPC, rende difficile capire chi compia davvero i sequestri di turisti o tecnici minerari occidentali. Sintomatica la storia di Ammari Saifi, detto El Parà . Divenuto famoso quando “liberò” un gruppo di turisti, sequestrato da tuareg del Mali, El Parà è stato accusato di essere un uomo dei servizi segreti algerini, oppure un uomo di Al Qaida. Non si sa nemmeno se sia davvero nelle carceri algerine, oppure se sia stato ucciso nel nord del Ciad, in un’imboscata dell’esercito del Mali, oppure se sia stato catturato dai guerriglieri Tubu e Teda dell’MJDT (Movimento per la Giustizia e la Democrazia nel Tchad). Anche in questo caso, dal caos emerge una cosa: sia i ribelli Tubu e Teda, sia i tuareg, avrebbero tutti consegnato El Parà (la cui agenda sembra fosse fitta di informazioni imbarazzanti per molti leader non solo africani) a… Gheddafi.

Grazie alle esplorazioni satellitari sono stati individuati molti nuovi giacimenti di petrolio. Nel 2006 la CNPC International Tenerè (CNPCIT) del gruppo China National Petroleum Corporation ha individuato il reservoir Saha-1.Il Niger ha dato concessioni anche a brasiliani, tedeschi e americani. La Esso per esempio ha la concessione del reservoir Agadem Block-1 del Termit.

(da “La pulce di Voltaire“)

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