Penatopoli

By Redazione

settembre 14, 2011 politica

L’hanno perfino chiamata “Penatopoli”. Se le parole hanno un senso, è come dire che un solo uomo, Filippo Penati, vale un intero sistema corrotto (che fu Tangentopoli). Il neologismo ha anche un altro significato, forse non voluto da chi l’ha coniato: con il nome del suo “potente” rappresenta una polis particolare, una città che fu il simbolo del comunismo alla lombarda, una specie di roccaforte unica, assediata dal capoluogo socialista a sud e dalla Brianza delle partite iva a nord.

La leggendaria Sesto San Giovanni, che una volta fu la “piccola Manchester” (50mila maestranze operaie, 40mila residenti), e poi divenne la “Stalingrado d’Italia”, un simbolo per tutti i comunisti italiani grazie all’attività di resistenza nel ’43 e nel ’44, alle fabbriche diventate basi militari dei gappisti, allo sciopero insurrezionale del 25 aprile che diede avvio alla liberazione di Milano e che partì proprio dalle fabbriche sestesi.

Prendete un ex comunista, ex sindaco di cotanta leggenda, e fatene un tangentaro di quart’ordine. Lo si può definire un delitto perfetto, data la nota “questione morale” di berlingueriana memoria. Se poi la corruzione ha luogo (è il caso di dirlo) laddove le fabbriche fumavano, e non fumano più per la fine del fordismo e dell’economia industriale di stampo classico, il delitto perfetto ha anche lo scenario perfetto. Un ex comunista, ex sindaco della suddetta leggenda, che maneggia intorno a terreni dove gli operai sudavano.

Manca qualcosa? Sì: i tempi. L’estate ha bisogno di notizie, di scandalo, di suspense, che come sostanza radioattiva possa propagarsi sulle pagine altrimenti semivuote dei giornali e sull’etere dei tg anche nazionali, per raggiungere ovunque i cittadini impegnati a curare la tintarella. Le cronache normali non sono capaci di catturare l’attenzione in luglio e agosto, quando la vacanza è anche, spesso, vacanza dall’attualità (“Che fai in spiaggia?”, “Giornali non ne leggo, voglio staccare”).

Mancava da un po’ uno scandalo di corruttela. L’ultimo (la casa di Montecarlo) non aveva poi tanto appassionato e non era proprio paragonabile al “politico che ruba”: per metà del popolo, quello compagno, che i beni del partito degli ex fascisti fossero andati a ramengo (e noi peraltro dubitiamo di quest’interpretazione), probabilmente era semmai motivo di gaudio. Per l’altra metà, troppo intricata la faccenda, troppe lacune nella ricostruzione “lealista” degli arcieri della carta stampata berlusconiana.

Qui invece, nel 2011 della crisi economica, c’è ogni elemento possibile per costruire l’enfasi. Una storia oggettivamente da scartavetrare, arricchita dalla figura dell’ex comunista un po’ in disgrazia dopo due sconfitte (provincia 2009 e regione 2010) ma pronto a rientrare alla grande in caso di vittoria alle elezioni politiche, ma anche dal mito delle fabbriche e dalla ricostruzione post-industriale, perché i terreni sono quelli lì: l’ex Falck, l’ex Marelli.

E, come in ogni Tangentopoli che si rispetti, il politico denudato (a proposito: quanto tempo ci han messo a denudarlo. Fatti del 2000, denunciati adesso) trascina con sé altri politici. Si va ad analizzare il giro delle correnti interne, si rende noto a tutti che il bersaniano Penati ha un pupillo, Pier Maran, oggi trentenne, neo assessore in giunta Pisapia, “inesperto perché laureato in scienze politiche”, come hanno detto  i dipietristi milanesi, scottati perché a loro Pisapia l’assessorato non gliel’ha dato. Se no, l’avrebbe preso il diplomato Raffaele Grassi.

Il caso giudiziario è al suo inizio. Due mesi sono pochi per incasellare tutto il puzzle (due accusatori, diversi filoni d’inchiesta, diverse operazioni dubbie, giri di denaro da ricostruire). Sono fin troppi per i media a caccia di pesci grossi e per riaprire la questione morale mai chiusa, la cui soluzione all’italiana è, per il momento, soltanto un “di tanto in tanto ne becchiamo uno”, poi più simbolico è, meglio è.

Intendiamoci. L’elettore ha diritto di sapere chi sono e che cosa avrebbero fatto coloro dai quali si fa rappresentare. E di essere informato quasi in diretta, e non certo soltanto a chiusura di tutta l’inchiesta, di ciò che è emerso. La sensazione, sul caso, è poi quella che qualcosa che bolle in pentola c’è sul serio, tali e tanti gli interessi che si muovevano, chi per costruire su aree enormi e destinate al disuso, chi per continuare a far lavorare i propri mezzi e i propri uomini, chi per crescere politicamente, chi per comprare banche, senza nemmeno (direbbe Marx) una “causa antagonista” all’orizzonte.

Ma, con la sola concessione della pausa estiva, il partito di Penati è corso ai ripari inseguendo a scia le notizie brulicanti. Il Pd ha preferito evitare di entrare nel merito (e non sarebbe sbagliato: un’organizzazione ha il diritto di farsi un’idea di ciò che fanno i suoi membri, soprattutto se in azioni correlate all’attività dell’organizzazione. La politica in questo caso), ha sospeso Penati e si è costruito una verginità a priori di fronte al sospetto terribilis: che i soldi provenienti da Sesto servissero anche per far politica. Strategia obbligata: un minimo di pugno di ferro, la Commissione di Garanzia interna doveva mostrarlo, perché sennò il centro-sinistra rischia di perdere un po’ del credito ottenuto con la vittoria alle amministrative e i guai privati (il Bunga Bunga) e pubblici (la crisi) del governo, o almeno di sbilanciare la partita interna a favore dell’Idv.

Per il resto il copione è noto: ancora un mese o due di focus mediatico, poi su Filippo Penati calerà il silenzio. Fino al vero processo.

(da “Processo Mediatico”)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *