Né neorealisti né postmodernisti

By Redazione

settembre 13, 2011 Cultura

L’estate è passata, ma la polemica agostana fra neorealisti e postmodernisti, fra la scuola di Ferraris e quella del suo ex maestro Vattimo, non accenna a placarsi. Il perché è chiaro e lo ha spiegato Severino nel suo intervento sul tema sul “Corriere della sera”: la querelle concerne, infatti, nientemeno che argomenti che tengono occupati i filosofi occidentali da circa due millenni e mezzo: se esista e che sembianze ha una realtà esterna alla nostra coscienza; se la verità è una semplice corrispondenza fra le proposizioni della nostra mente (in questo senso semplicemente una sorta di “specchio riflettente”) e questa realtà (adaequatio rei et intellectus); se le interpretazioni appartengano al dominio dell’opinione (la doxa) o a quello della verità senz’altro.

A questo livello del discorso, io ribadisco la mia terzietà, il mio essere anche in questo caso un “terzista”. Per non dare poi l’impressione di esserlo per non inimicarmi nessuno dei due principali protagonisti, posso aggiungere che, secondo me, lungi dall’avere un po’ di ragione entrambi, per me entrambi sono invece nell’errore. Il mio motto è, riecheggiando quello famigerato dei tempi che furono: né con Vattimo, né con Ferraris; né col Postmodernism né con il New Realism. Credo infatti che certi esiti deboli, troppo deboli, del “debolismo” arrivino a mettere in discussione due principi che, pena la contraddizione, non possono esserlo: il principio di realtà e quello di verità. Se non esiste né l’una né l’altra, se non c’è differenza fra essere e apparire, fra fiction e mondo reale, fra un concetto e una pernacchia, fra Shakespeare e Lady Gaga… possiamo pure disarmare le armi.

Ferraris ha ragione: realtà e verità esistono e vanno assolutamente ripristinate. Ma credere in esse, non può significare ridurre l’esperienza in cui siamo immersi ad un mondo di oggetti, dati, “fatti bruti”, tutti ben distinti e separati, pretesi contenuti di quel vasto contenitore che è il mondo. No, con buona pace dei “realisti ingenui”, la realtà è ben altro: è processo e non risultato, è un insieme interrelato di forze concrete, reali, storiche, in tensione dialettica fra di loro. Con Hegel (che già De Ruggiero considerava un liberale inconsapevole) credo che “il vero è l’intero” e che questo intero sia “totalità organica”. Credo pertanto che per la comprensione della realtà la logica dialettica sia adatta molto di più della logica naturalistica.

Detto questo, volevo poi dire che per me il dibattito sul postmodernismo ha un senso più concreto di una disputa, pur importantissima, fra diverse filosofie. Ed è un senso politico. Mi spiego. Il postmoderno, che all’inizio poteva anche avere un effetto liberatorio e emancipativo,  visto nel suo complesso, o nel momento della sua fine, si appalesa come un forte dispositivo teorico di supporto, o comunque funzionale, a un potere fondato su un’ideologia ben precisa (forse più pericolosa delle alte in quanto ama presentarsi sotto le false sembianze della post-ideologia): quella della fine della politica (o della sua riduzione a mero marketing) e del connesso trionfo del potere economico-finanziario dei mercati. In quest’ottica, non può essere per noi un caso che il “periodo d’oro” del Neoliberalism (dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso al primo decennio del nostro) coincida quasi alla perfezione con quello del Postmodernism.

La risposta non può perciò che essere quella di un ritorno forte all’autenticità, alla serietà degli studi e della vita, alla capacità di discernere e giudicare. Fantozzi che grida che la corazzata Potiemkin di Eisenstein è una “c***** mostruosa” poteva avere qualche senso forse all’inizio degli anni Ottanta, ma deve necessariamente convertirsi oggi in un urlo opposto che contribuisca a ripristinare la verità delle cose, cioè che quel film è un capolavoro.

Più in particolare, per quanto mi concerne, credo che sia necessario riannodare il filo del liberalismo e socialismo liberale classico. Anche rinnovando quella tradizione, ma non cadendo nelle trappole di nuove metafisiche come quelle del Mercato e dell’Ordine spontaneo. Il New liberalism di cui c’è bisogno non può essere il Neoliberalism che ben conosciamo.

(da QDR Magazine)

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