Penati e i nervi del Pd

By Redazione

settembre 12, 2011 politica

Il giorno in cui gli ha dedicato l’apertura, il Corriere ha utilizzato un titolo enfatico: “Il caso Penati scuote la politica”. In realtà gli echi dell’inchiesta di Monza, in un Paese concentrato anzitutto sugli effetti della crisi e sullo spettacolo disastroso offerto dalla maggioranza, sembrano ridursi prevalentemente alla “crisi di nervi” che ha colpito il Pd, dirigenti e sostenitori. Dalla quale emergono almeno un paio di interrogativi sull’avvenuta transizione da “ciò che c’era prima” al Pd. Dal Novecento ad oggi.

Primo. Prendiamo in esame la reazione tipo.  Il deputato milanese Emanuele Fiano, sul suo sito, è  molto netto: “Filippo, devi rinunciare alla prescrizione. Lo devi alle centinaia di migliaia di iscritti al nostro partito che ogni giorno con passione e orgoglio lavorano per cambiare il paese e per mandare via chi delle leggi ad personam e della difesa dai processi e non nei processi ha fatto la propria bandiera”. E’ il cumulo di emozioni e di risentimenti presenti nel corpo del Pd a provocare, di rimbalzo, la fibrillazione della politica. Reazioni come quella di Fiano, a ben vedere, portano ancora dentro di sé la cifra della “diversità”. Continuano a porre in modo enfatico l’accento sulla dimensione etica individuata come il crinale pre-politico che distingue maggioranza e opposizione.

Assolutizzano una “ragione di partito” che può persino essere vista come speculare a quella di chi ha potuto eventualmente  considerare la provvista di fondi illeciti a favore del partito come un gesto “normale” se non addirittura meritorio. L’eventualità che un esponente di primo piano del Pd possa essere implicato in un caso di corruzione viene vissuta come uno scandalo imprevisto. Per questo si esorcizza il problema scegliendo di assumere preventivamente un atteggiamento colpevolista. Perché, in fondo, pensano alcuni, si tratta di una deviazione da cui si può rientrare espellendo la “mela marcia” e dando a tutti un esempio di fermezza. Una sorta di giustificazione per un giustizialismo che poi si potrà continuare a praticare con rinnovato vigore agli avversari politici. Isolati gli untori, si potrà ritornare ad esibire la propria diversità antropologica.

Secondo. Se oggi vicende antiche che si sono consumate all’interno delle mura della vecchia “Stalingrado d’Italia”, nel triangolo amministrazione-interessi immobiliari-“cooperative emiliane”, possono avere un impatto così forte sul Pd, è perché a vincere è stato il “continuismo”. Non solo negli umori del “popolo del centrosinistra” ma anche nella cultura organizzativa e nel modo di intendere i rapporti tra politica, società, economia. Lo schema di un partito “aperto”, trasparente e partecipato perché rimesso nella disponibilità dei suoi elettori – evocato dallo strumento delle primarie ma rimasto privo di una declinazione efficace – è stato manomesso sulla base dell’illusione che l’unica opzione possibile, e comunque la più efficace, potesse consistere in un ritorno all’antico, ad una forma partito che avesse i suoi pilastri nel binomio iscritti-militanti.

Così si è finito però per consegnare le chiavi delle scelte politiche a una piramide decisionale culminante nei “caminetti” dei notabili provenienti da Ds e Margherita. Un’idea costruita attorno alla fastidiosa mitologia dell’ “unità del partito”, all’ossessione di dover “lavare i panni sporchi in casa”, sorda alla necessità di far cadere, a tutti i livelli, la distinzione tra gli “interna corporis” e gli atti pubblici di un partito. Una scelta che crea spazi all’opacità dei comportamenti, che espone alle tentazioni, che può persino confortare l’ambiguità di personaggi e di comportamenti  in bilico tra  lo svolgimento di un ruolo politico e l’attitudine a trattare gli affari. E che talvolta premia le carriere politiche di chi di questa doppiezza ha fatto una delle cifre del proprio agire. Al fondo vi è una persistente tendenza a incoraggiare e a praticare l’esercizio di forme estese, invadenti, di intermediazione tra la politica e la società, un retaggio velenoso e persistente della vecchia logica dirigistica sospettosa nei confronti delle leggi del mercato.

La “colpa” di Bersani, condivisa con molti, consiste nell’avere “promesso” quella che, alla luce di quanto abbiamo visto, non è stata una ragionevole risposta alla domanda su come può strutturarsi una forza politica moderna ma semmai la premessa dell’incubo di oggi. E la torsione operata dalla sua segreteria ha trovato il suo coronamento, non casuale ma del tutto conseguente, nella promozione di un quadro coerente con il profilo da “ancien régime” come Filippo Penati al rango di dirigente nazionale, a braccio destro del segretario. Un simbolo scelto con l’intenzione di dare il segnale di una “restaurazione” di cui oggi lo stesso Bersani – e tutto il Pd – è costretto a verificare le conseguenze negative.

(da QDR Magazine)

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