L’ultimo terrestre

By Redazione

settembre 12, 2011 Cultura

Che voglia di venire rapiti da un extra terrestre buono in un mondo così cattivo. Almeno così come rappresentato in Italia, nell’applauditissimo (proprio a Venezia) film di Gian Alfonso Pacinotti, “L’ultimo terrestre”, che da venerdì scorso è uscito nelle sale del circuito Fandango, quello che fa capo a Domenico Procacci. Bravissimi tutti gli attori, ancorchè non conosciutissimi nel grande giro: Gabriele Spinelli, Anna Bellato, Teco Celio, Stefano Scherini, Roberto Herlitzka, Paolo Mazzarelli, Luca Marinelli, Sara Rosa Losilla, Vincenzo Illiano, Ermanna Montanari.

Nel film viene descritto un mondo di persone che di giorno espongono una rispettabilità aggressiva e violenta con il proprio lavoro, tra cui quello di truffare i gonzi a pagamento in conferenze sugli alieni, e che la sera vanno a “rilassarsi” tra mignotte e   trans, un po’ come faceva Marrazzo. Persone che di giorno  fotografano le scollature delle signorine cui servono da mangiare in trattoria, o di manager che vanno clandestinamente a trovare l’amante di cui uccidono il gatto perché li infastidisce con i miagolii durante l’amplesso clandestino, mentre di notte si scatenano ai limiti del delitto. Un mondo di gente disposta a uccidere un trans per futili motivi salvo poi ripararsi dietro l’omertà familiare o degli amici. Un paese da incubo come neppure nei romanzi di Ammaniti. Ma anche un mondo di padri alcolisti e asociali che sotterrano trenta anni prima la moglie in giardino dopo averla ammazzata in un raptus di follia a causa della propria ubriachezza, il tutto senza mai aver detto niente al figlio. Cresciuto con i propri ritardi comunicativi. Ma anche un mondo di innocenti, buoni e  timidi, per questo adocchiati da una razza aliena che cerca prima di migliorarci e poi di distruggerci, vista l’inutilità di ogni sforzo educativo sia pure proveniente dallo spazio.

Un film di metafore e di crude immagini, come raramente se ne vedono nel circuito italiano. Per giunta fatto con pochi mezzi e con una colonna sonora di rock ossessivo italiano. Veramente una delle sorprese dell’ultimo Festival di Venezia. Il tutto liberamente ispirato al romanzo a fumetti “Nessuno mi farà del male” di Giacomo Monti. Pacinotti, che pure è un esperto del settore, divide in venti episodi, la graphic novel di Monti. Che diventa sullo schermo un lungo racconto che raccorda le storie originali attraverso un unico personaggio, alieno tra gli alieni e ‘affetto’ da un problema personale: l'”alexitimia”. Per la cronaca si tratta di una malattia psicosomatica molto di moda tra i giovani di oggi che non hanno modelli comportamentali paterni cui attingere. Secondo l’enciclopedia della rete, infatti, si definisce “alessitimia” (o alexitimia) un insieme di deficit della competenza emotiva ed emozionale, palesato dall’incapacità di mentalizzare, percepire, riconoscere e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi. Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sé. Letteralmente significa “non avere le parole per le emozioni”.

Il termine fu coniato da John Nemiah e Peter Sifneos all’inizio degli anni settanta, per definire un insieme di caratteristiche di personalità evidenziate nei cosiddetti pazienti psicosomatici. Il nome venne divulgato per la prima volta nel 1976 alla undicesima Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche. Chiunque andrà al cinema a vedersi questo film sentirà la curiosità di saperne di più.

 

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