Contagion

By Redazione

settembre 11, 2011 Cultura

Al di là del solito thriller catastrofista, sia pure mediato dalla genialità di un regista come Steven Soderbergh e con l’apporto di un cast che va da Matt Damon a Gwyneth Paltrow, passando per Jude Law, Kate Winslet e Marillon Cotillard, il film della Warner che ha suscitato tanto scalpore qualche giorno fa a Venezia, è un’ottima metafora visiva della asocialità contemporanea: un morbo che impedisce alla gente anche solo di salutarsi da vicino o di stringersi la mano.

Una cosa che si pone idealmente a metà tra le ultime paure pilotate dalle case farmaceutiche, tipo la suina o l’aviaria, con la variante della cacca del pipistrello. Una boiata pseudo scientifica contro cui si batte un blogger, Jude Law, che forse però non è perfettamente in buona fede neanche lui se è vero come è vero che dalle proprie contro inchieste internettiane ci ricava qualche milione di dollari. Per convincere la gente a curarsi omeopaticamente con la Forshitya. Tutto poi comincia ad Hong Kong, altra metafora della paura del “pericolo giallo” percepita  da parte di un’America che non si rassegna a dipendere economicamente solo dalla Cina che ne compra il suo debito pubblico, in un ristorante alla moda, dove si ammalano tutti per uno strano pasto di maiale. Un povero animale allevato in prigionia, come si vedrà dopo, e avvezzo a nutrirsi di escrementi di pipistrello. Insomma sembra quasi che il regista ci voglia far capire che ci ammaliamo, nel corpo e nella mente, per colpa dei luoghi comuni e dell’informazione televisiva che ci massacra. Messaggio di per sé non nuovissimo ma sicuramente da non sottovalutare. La trama Quando Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow) torna a Minneapolis dopo un viaggio d’affari ad Hong Kong, quello che pensava fosse solo un banale jet lag è invece il contagio di un virus.  Dopo due giorni, la donna muore in un pronto soccorso ed i dottori dicono al marito scioccato e afflitto (Matt Damon) che non hanno idea di cosa sia successo. In breve tempo altre persone mostrano gli stessi misteriosi sintomi:  tosse secca e febbre, seguita da attacchi ischemici, emorragia cerebrale e uno su quattro muore. Altro che Aids insomma. A Minneapolis, Chicago, Londra, Parigi, Tokyo e Hong Kong, i numeri si moltiplicano in breve tempo: da un caso si passa a quattro, poi a sedici, poi a centinaia, migliaia, il contagio supera ogni confine, alimentato dalle infinite interazioni che avvengono tra gli esseri umani nel corso di una normale giornata di vita quotidiana. Esplode quindi una pandemia globale. Al Centro USA per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, i ricercatori si mobilitano per cercare di interrompere la catena dell’agente patogeno che continua a mutare. Il vice direttore Cheever (Laurence Fishburne) cerca di placare il panico crescente nonostante sia anch’egli preoccupato ed incarica una coraggiosa e giovane dottoressa (Kate Winslet) di valutare tutti i rischi possibili. Allo stesso tempo, nel mezzo di una crescente ondata di sospetti che circonda un potenziale vaccino – e chi dovrebbe eventualmente giovarsene  per primo – la dottoressa Leonora Orantes (Marion Cotillard) dell’OMS  lavora duramente cercando di sfruttare la sua rete di conoscenze per arrivare alla soluzione  di ciò di cui  tutti si stanno occupando.  Man mano che il numero dei morti aumenta, e le persone fanno il possibile per proteggere se stesse e i loro cari -in una società che sta rapidamente andando alla deriva tipo “La strada” di Cormack Mc Carthy – un blogger attivista (Jude Law) sostiene che il pubblico non stia ricevendo  correttamente le dovute informazioni sulla realtà dei fatti e pertanto si instaura un’ondata di paranoia e di paura che si diffonde e che provoca effetti di panico appunto da film catastrofista. Il presidente degli Usa viene portato via su Air force one e gli altri si danno allegramente al saccheggio in città rimaste vuote per la paura del “contagio”. Il lieto fine “americano” è obbligatorio.

 

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