GOP: è Perry vs Romney

By Redazione

settembre 9, 2011 Esteri

Mercoledì sera si è tenuto alla Ronald Reagan Library il primo “vero” dibattito delle primarie del Partito Repubblicano. Perry è stato il primo ad iniziare ed è stato anche il primo ad essere attaccato dagli altri. Ovviamente era il “sorvegliato speciale” della serata e lo sarà in tutti i prossimi incontri, dato che è il candidato favorito e che ha avuto il merito dare una vera e propria scossa alla gara delle primarie portando con la sua candidatura anche un po’ di speranza ai conservatori che ultimamente erano un po’ sottotono. Perry come detto, è stato messo subito alla prova quando, dopo aver ricordato il record positivo di posti di lavoro creati in Texas, gli è stato fatto notare che nel suo stato c’è anche il maggior numero di lavoratori che si trovano sotto della soglia del salario minimo.

La risposta non si è fatta attendere: “Prima di tutto il 95% dei posti di lavoro che abbiamo creato è al di sopra di quella soglia, inoltre criticare la creazione di lavoro in una situazione come quella che sta vivendo adesso l’America mi sembra una cosa un po’ ipocrita”. La palla è passata quindi a Romney che non si è lasciato sfuggire l’occasione di innescare il primo battibecco fra i due che riassume in sé tutto quello che ci aspetterà nei prossimi mesi.

La cosa che salta comunque all’occhio è che sia Romeny che Perry nella creazione di posti di lavoro nei loro stati vantano numeri che, anche se diversi, sono entrambi migliori di quanto sia riuscito a fare Obama da tre anni a questa parte. Ed è questo, a mio avviso, quello che conta di più piuttosto che stabilire chi dei due sia stato più convincente.

Huntsman è invece il candidato che è stato più pubblicizzato dagli ambienti “liberal” e moderati ma allo stesso tempo è quello più indietro nei sondaggi; per questo non si è tirato indietro e ha cercato di calare subito l’asso partecipando alla guerra dei posti di lavoro creati sventolando il suo record raggiunto quando era governatore dello Utah, che fu superiore a quello che può vantare attualmente Perry. Huntsman ha anche cercato di rimarcare i suoi successi nel settore privato e la sua conoscenza del mondo, soprattutto della Cina in cui è stato ambasciatore, essendo gli unici fattori che secondo lui possono permettere ad un candidato repubblicano di battere Obama nelle prossime elezioni.A quanto pare però queste performance personali non hanno fatto braccia nell’elettorato repubblicano dato che le sue percentuali di consenso, anche dopo il dibattito, sono restate molto basse.

Anche la Bachman ha puntato tutto sulla crisi economica segnalando due statistiche interessanti  ovvero che ad oggi il 47% degli afroamericani è senza lavoro così come il 36% degli ispanici. Questi sono dati molto importanti dato che fra queste minoranze, almeno fra gli ispanici, il GOP dovrà riuscire a recuperare un po’ di consensi se vuole veramente concretizzare i suoi sogni presidenziali. Non sarà la prima volta quindi che queste percentuali verranno tirate in ballo.

L’affermazione che ha fatto più scalpore, è che ha movimentato il resto della serata, è stata pronunciata da Perry quando ha paragonato l’attuale sistema di sicurezza sociale americano un “Ponzi-scheme” facendo infuriare tutti i maggiori media del paese. Secondo Alex Castellanos però questo potrebbe non nuocere alla reputazione dell’ex governatore del Texas semplicemente perché “Gli americani sanno che è vero. Non ci sono infatti più soldi per il Social Security Fund che ormai è ridotto alla bancarotta”.

La strategia di Perry è giudicata positivamente anche da Terry Jeffery che dalle stesse colonne della National Review afferma che è finalmente giunto il momento di smettere di farsi condizionare dalla minoranza progressista che esiste in America e di cercare soluzioni alternative e repubblicane ai problemi della nazione. Questa visione è rafforzata dall’ultimo sondaggio di Gallup secondo il quale ad agosto il 41% degli americani si dichiarava conservatore, il 36% moderato e solo 21% progressista. Forte di questi numeri il partito Repubblicano, sempre secondo Jeffery dovrebbe scegliere il candidato più capace per neutralizzare l’impatto di 80 anni di politiche progressiste che hanno contribuito a portare l’America sull’orlo della rovina.

Ron Paul è stato la consueta scheggia impazzita che finora non ha mai mancato di far parlare di sé anche grazie al supporto che riesce a garantirsi su internet dove i suoi seguaci sono molto numerosi, salvo poi disperdersi quando c’è da votare sul serio. C’è da dire che fino all’entrata in scena di Perry era stato l’unico a movimentare la scena tanto che al dibattito di maggio in South Carolina, sostenendo come il governo federale dovesse stare al di fuori dalle abitudini personali dei cittadini americani, era arrivato a dirsi favorevole alla legalizzazione della marijuana, della cocaina, dell’eroina, della prostituzione e dei matrimoni omosessuali. Ieri sera ovviamente è stato molto più in ombra del solito, se non altro visto che gli occhi di tutti erano puntati sul duo Perry-Romney, ma non ha perso occasione per andare nuovamente oltre le righe tanto da portare il celebre blog conservatore Red States a definirlo ” totally bug-eyed crazy“. L’occasione del contendere questa volta è stato il problema di come fermare l’immigrazione clandestina nella frontiera con il Messico.

Secondo Paul quando si parla di questo il problema è sempre mal posto perché aumentare i controlli sull’identità e rinforzare la frontiera sono azioni non contro l’immigrazione clandestina ma contro gli stessi americani perché impediscono loro di muoversi liberamente. In altre parole una recinzione al confine con il Messico sarebbe solo una manovra per imprigionare gli americani nella loro nazione. Paul comunque è l’unico che è sembrato essere fuori dallo schema del “miglior amico del futuro presidente” che secondo Charles Kesler è il ruolo che hanno giocato gli altri candidati minori, soprattutto Gingrich, lasciando a Perry e a Romney la conduzione della serata.

È comunque difficile dire chi è uscito vincitore da questa prima sfida, di sicuro c’è che il giudizio negativo sull’operato di Obama è stato l’unico punto sul quale tutti i candidati si sono trovati d’accordo. E le parole di Gingrich sono state molto chiare al riguardo: “Per quanto mi riguarda, e spero che tutti i miei amici qui siano d’accordo, dobbiamo ripudiare tutti gli sforzi che i media stanno facendo per portarci a combattere fra di noi proteggendo allo stesso tempo Barack Obama, che merita di essere sconfitto. Tutti noi siamo impegnati come una squadra. Chiunque sarà il candidato siamo tutti qui per sconfiggere Barack Obama”.

Ho letto che molti hanno imputato a Perry il fatto di non essere un grande comunicatore, fra questi c’è anche Cristian Rocca, mentre al contrario Romney sembra aver brillato maggiormente in quanto a eloquio e sicurezza di sé. Anche io ho avuto questa impressione ma forse in queste elezioni potrebbe non essere un fattore decisivo. Quello che voglio dire è che gli americani hanno già scelto tre anni fa un presidente che aveva il solo merito di saper parlare bene in pubblico e adesso non credo che quello che cercano sia un nuovo candidato che sappia recitargli una bella ricetta per il loro futuro.

Ho come l’impressione che a queste elezioni quello che conterà sarà il saper ridar fiducia ad una nazione in ginocchio sia economicamente che moralmente e per far questo credo che la cosa migliore da farsi sia presentarsi con alle spalle un progetto che funziona. Gli unici due che sembrano averlo, anche se per motivi diversi, sono Perry e Romney, cosa che è confermata anche dall’ultimo sondaggio del Washington Post, che indica come siano i soli Repubblicani dati vincenti contro Obama. Pensare ad un ticket fra i due ovviamente è troppo presto e forse è fantascienza. Ma un vecchio detto insegna che l’unione fa la forza e, considerato che l’unico pensiero di ogni repubblicano è quello di battere Obama, chissà…

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