Il Congresso di Vienna /1

By Redazione

settembre 8, 2011 Cultura

La cultura storiografica italiana dibatte sull’esattezza dell’inizio dell’età contemporanea. I due spartiacque principali che sanciscono il termine della storia moderna, e quindi l’avvento della storia contemporanea, secondo gli storici italiani, sono: la Rivoluzione Francese del 1789, oppure il Congresso di Vienna del 1815. Gli studiosi che prediligono quest’ultima ipotesi, identificano nella Prima Rivoluzione Francese, e successivamente nell’esperienza napoleonica, l’epilogo dell’evo moderno. Pertanto il “Wiener Kongress”, tenutosi presso l’allora capitale dell’Impero Austriaco, dal primo novembre del 1814 al nove giugno del 1815, significò un fondamentale ripensamento geografico e politico del continente europeo che aiuta, tutt’ora, a comprendere la nascita della contemporaneità. L’intento primo del Congresso di Vienna fu quello di “restaurare” il vecchio ordine europeo, venuto meno con la lunga stagione delle guerre napoleoniche, idealmente e politicamente mosse dalle istanze della Francia rivoluzionaria. La portata della Rivoluzione del 1789 fu tale da evidenziare una profonda rottura nella storia europea, con importanti ripercussioni anche nelle realtà extra-europee, tanto da lasciare profondi mutamenti nella politica, nelle istituzioni e nella società del tempo. Per questo motivo, i “restauratori” dell’Ancien régime furono consapevoli del fatto che fosse irrealizzabile un programma capace di ricostruire, nella sua interezza, l’ordine dissolto con quasi venticinque anni di eventi bellici, imponendo ex novo le ideologie e i modelli di governo precedenti alla presa della Bastiglia nel 14 luglio del 1789.

Il Congresso di Vienna fu, fino a quel momento, il più rilevante consesso di sovrani e governanti che mai si fosse visto in Europa. In rappresentanza di tutte le realtà statali del continente, presero parte oltre duecento delegazioni. Ad ogni modo le decisioni più importanti furono prese dai quattro delegati delle maggiori potenze vincitrici: la Gran Bretagna con il Visconte Castlereagh, la Prussia rappresentata dal principe Karl August von Hardenberg, l’Impero d’Austria con il Principe Metternich e la Russia guidata dal Ministero degli Affari Esteri, il Conte Karl Robert Nesselrode. In questo gruppo seppe inserirsi magistralmente l’ormai anziano, ma pur sempre abile diplomatico francese: Charles Maurice de Talleyrand. Vescovo sotto l’Ancien régime, deputato nelle assemblee rivoluzionarie, stretto collaboratore di Bonaparte, nonché artefice del passaggio dei poteri dall’imperatore a Luigi XVIII, lo stesso Napoleone ebbe a definirlo: “merda in calze da seta”. Talleyrand riuscì a divenire uno dei protagonisti del Congresso, sapendo sfruttare accortamente i contrasti tra i vincitori e facendo valere, a vantaggio della Francia, il principio di legittimità, in base al quale dovettero essere restaurati i diritti legittimi violati dalla rivoluzione, e dunque anche quelli dei Borbone di Francia. Era del resto interesse delle potenze vincitrici fare della Francia monarchica un pilastro del nuovo equilibrio prestabilito, piuttosto che rischiare, umiliandola, di creare il terreno propizio per nuovi esperimenti rivoluzionari. La Francia non perse la propria integrità statale, né il suo status di grande potenza all’interno del sistema europeo. Come logico che fosse, la maggiore precauzione presa dai vincitori consistette nel costruire una barricata protettiva ai confini di Parigi, rafforzando gli stati limitrofi: i Paesi Bassi, il Regno di Sardegna e la stessa Prussia. Lo scopo degli statisti riuniti a Vienna fu quello di evitare il ripetersi di simili eventi, costruendo un equilibrio il più possibile solido e duraturo.

La carta geografica europea fu completamente ridisegnata, secondo criteri tipicamente settecenteschi, con lo spostamento di intere regioni da uno stato ad un altro, senza considerare, molto spesso, i principi di nazionalità, oppure le volontà delle singole popolazioni. La Russia si espanse ad Ovest assicurandosi la Polonia, mentre la Prussia acquistò la Sassonia, Colonia, Treviri e il bacino della Ruhr, di notevole importanza per i successivi sviluppi economici della Germania risorgimentale. L’Impero Austriaco perse il Belgio, il Lussemburgo e l’Olanda, che assieme formarono il Regno dei Paesi Bassi. In compenso, Vienna acquistò il Veneto e la Lombardia: in pratica, l’Austria ottenne un ruolo egemone sull’intera penisola italiana. La Gran Bretagna non avanzò pretese territoriali sul continente, nonostante avesse sostenuto il peso finanziario e militare maggiore nelle guerre contro Napoleone. Londra si preoccupò piuttosto di assicurare in Europa un equilibrio tale da impedire l’emergere di nuove ambizioni egemoniche, oltre che di consolidare la sua posizione massima di potenza talassocratica nel Mediterraneo e nelle rotte asiatiche. Una volta ristabilito l’ordine, e quindi concepita una nuova carta geografica dell’Europa, gli statisti delle grandi potenze si preoccuparono di dar vita ad una serie di strumenti diplomatici capaci di garantire gli equilibri interni e internazionali, dei rispettivi stati, concepiti con il Congresso di Vienna. Uno di questi strumenti fu la “Santa Alleanza”: nata nel settembre del 1815, su volontà dello Zar Alessandro I, aderirono alla sua costituzione l’Imperatore di Austria, il Re di Prussia e successivamente anche la Francia. La Santa Alleanza fu concepita in termini di mistica religiosa, sulla base di principi ispirati dalla carità cristiana, “nell’eterna religione di Dio salvatore”, come fu possibile leggere nel secondo articolo del trattato.

Tuttavia non presero parte a questa nuova realtà diplomatica la Gran Bretagna, che giudicò la Santa Alleanza inconsistente agli effetti pratici, oltre che incompatibile coi dettami della propria specificità costituzionale; il Papa avverso ad un’alleanza che avrebbe unito cattolici con protestanti e ortodossi; e il Sultano di Costantinopoli che non condivise i principi cristiani ispiratori del trattato. In compenso, a tutto ciò, il Ministro degli Esteri britannico, Castlereagh si fece promotore di un secondo trattato, la “Quadruplice Alleanza”, che fu firmato nel novembre del 1815, da Gran Bretagna, Prussia, Austria e Russia, e che impegnava i contraenti a vigilare contro possibili tentativi di rivincita da parte della Francia e a intervenire contro ogni possibile moto rivoluzionario che minacciasse l’ordine europeo.

(1/continua)

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