Cose dell’altro mondo

By Redazione

settembre 8, 2011 Cultura

“Un giorno mi sono svegliata e mio marito non c’era più.. era un messicano, lui lavorava in un ristorante mentre io suono in una rock ‘n roll band”. Poi partiva la musica di California dreaming. Il trailer di A day without a mexican, cioè il mockumentary stile Borat di Sergio Arau del 2004, cui l’odierno ottimo remake Cose dell’altro mondo del regista Francesco Patierno,  presentato al Festival di  Venezia sabato 3 settembre 2011 nella sezione Controcampo, si ispira, iniziava così.

Adesso invece trasferiamoci nel nord Italia dell’epoca leghista, con Diego Abatantuono, industrialotto, evasore fiscale del Veneto, grande utilizzatore di manodopera straniera in nero nella fabbrichetta, uno che fa prediche contro i negri in una tv locale. Una figura che ricorda, a scelta,  il famigerato Piergianni Prosperini o l’ex sindaco sceriffo di Treviso Alberto Giancarlo Gentilini, e di notte si diletta con una prostituta nigeriana di cui si innamora. E con Valerio Mastandrea, commissario di polizia incline all’abuso, razzista irrisolto, incline allo stalking perchè ancora innamorato della sua ex, interpretata dalla bravissima Valentina Lodovini, che però nel frattempo, siccome lui è un bamboccione, si è messa con un ragazzo di colore da cui aspetta un figlio. E mettiamoci anche una strepitosa Laura Efrikiaan, che, nella pellicola prodotta e distribuita anche dalla Medusa di Berlusconi (nonchè con  i soldi del Fondo unico per lo spettacolo), è la madre di Mastandrea, una malata di Alzheimer  costretta a vivere assistita da una badante extra comunitaria.

Nella surrealtà italiana, tra prediche di fanatismo e incitamenti all’odio che ricalcano un po’ pedissequamente la tragedia politica vera di un paese deteriorato dalla sdoganamento politico e televisivo del razzismo, ecco che si ricorre allo stesso espediente narrativo del film del 2004: scompaiono, quasi per incanto, tutti i “negri”, come li chiama Abatantuono nei propri comizi televisivi. Quelli che “devono tornarsene al proprio paese con il cammello”. “Apocalypse now”, ruggisce dallo schermo Abatantuono e improvvisamente sembra che tutti i milioni di stranieri che vivono in Italia scompaiano da un giorno all’altro. Il panico. La vita nel Veneto si ferma. I razzisti da bar riflettono. E qualcuno comincia a colpevolizzare proprio l’industrialotto e gli dice a brutto muso: “Sei un mona che dice solo cagate”. La metafora di un intero paese che si sveglia da un torpore troppo a lungo cullato. Rendendosi  conto che la semina del vento cripto leghista di questi anni non può che far raccogliere tempesta. Un film ideologico come lo ha liquidato frettolosamente il Giornale? Non sembra proprio. Il messaggio non è di sinistra, né sa di buonismo cattocomunista. Caso mai un film ironico, che fa sbellicare dalle risa e che presenta alcuni accenti commoventi.

Mastandrea con questa interpretazione meriterebbe non solo il Leone d’oro ma forse l’Oscar. Imperdibile la scena in cui ammanetta la madre alla macchina di servizio visto che adesso non ci sono più le badanti e se la deve portare dietro. O quella in cui confidandosi con la ex fidanzata, che si è  a sua volta riavvicinata a lui ma che aspetta il figlio dal “negro”, le espone il suo vero tormento, la cosa che non lo fa dormire: “Ma è vero che lui ce l’ha più grosso di me”? L’intelligenza incredibile e spiazzante di questo film è quella di utilizzare gli stessi luoghi comuni che abbiamo sentito in questi orrendi ultimi dieci anni nella propaganda politica che ha impazzato senza rete nei talk show televisivi per costruire una trama da commedia all’italiana. Che ha il sapore di quelle dell’epoca di Luciano Salce.

O che ci fa ridere “castigando i Mori”, come avrebbe detto Totò. Una delle battute più divertenti è quella sugli italiani che “vogliono la botte piena e l’ucraina ubriaca” e se si può fare un appunto al regista di questo film, che si spera riceva un premio al Festival di Venezia (che per una volta potrebbe fare a meno di incensare inguardabili film asiatici solo perché Marco Mueller è un sinologo), è che deve essere stato sin troppo facile, partendo dalla falsa riga di A day without a mexican, e tenendo presente anche il messaggio trash di Machete, visto proprio a Venezia un paio di anni orsono, trasportare le stesse situazioni nel profondo nord. Ovviamente “mutando le mutande”, per rimanere in tema di farsa. Da questo punto di vista anzi è stato un po’ come sparare sulla Croce rossa della politica all’italiana.

 

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