Alemanno? Yes We Can

By Redazione

settembre 8, 2011 politica

Era il 2009, un anno dopo la vittoria di Alemanno a Roma, quando Goffredo Bettini, vera eminenza grigia della strategia veltroniana, ideatore del Festival del Cinema e Presidente della Fondazione che lo gestisce, rilasciava un’intervista alla prestigiosa rivista di cinema Box Office. Senza molti giri di parole ricordava che, nonostante la vittoria della destra, l’evento culturale internazionale più importante della città rimaneva gestito dalla stessa squadra che avevano messo in piedi lui e Veltroni, con la sola eccezione del Presidente, cambiato solo perché Bettini stesso aveva deciso di fare un passo indietro favorendo la nomina di Gian Luigi Rondi. Oggi, a distanza di tre anni dalla vittoria di Alemanno e a due anni da quell’intervista, la squadra che gestisce il Festival di Roma è ancora quella messa lì da Bettini e da Veltroni: stesso Direttore artistico (Piera Detassis), stesso Direttore Generale (Francesca Via).

Se si sposta lo sguardo oltre la Fondazione Cinema, si scopre che la stagione storica del centrodestra al governo di Roma si contraddistingue, nelle politiche culturali, nel segno di una continuità per molti versi inspiegabile. Qualcuno maligna che, se le elezioni le avesse vinte Rutelli, forse avrebbe cambiato più di quanto abbia fatto Alemanno. Dalla Fondazione Musica per Roma, all’Accademia di Santa Cecilia, al Palaexpò, alle altre istituzioni minori, il centrodestra ha confermato sostanzialmente il management scelto dalla sinistra; e quando lo ha cambiato, o ha scelto figure in qualche modo indicate dalla sinistra stessa (come alla Direzione della Casa del Cinema) o addirittura ha penalizzato i rari manager culturali che rappresentavano specifiche professionalità di riferimento della destra, come nel caso dell’esclusione dal Teatro dell’Opera del maestro Nicola Colabianchi.

L’assenza di uno spoil system, peraltro ampiamente applicato dalla sinistra negli anni precedenti, si somma persino all’assenza del più banale e salutare turnover nei casi di ruoli ricoperti da oltre dieci anni (come per esempio la Direzione della Casa delle Letterature). Persino l’idea di lanciare concorsi aperti alla “cultura libera” per individuare i migliori professionisti per settore, è stata accantonata.

Qualcosa indubbiamente non ha funzionato e in molti ambienti culturali vicini al centrodestra si vive oggi uno stato di forte imbarazzo; imbarazzo aumentato dalla recente conferma del veltroniano Fuortes alla guida dell’Auditorium e dalle voci sempre più diffuse di un prossimo arrivo di Marco Muller alla direzione del festival del Cinema di Roma. La scelta di Alemanno di lasciare praticamente invariato l’assetto gestionale delle istituzioni culturali capitoline, ha significato la rinuncia a creare un vero “laboratorio Roma” che consentisse alla destra, dopo quindici anni, di dimostrare di avere uomini e idee in grado di pensare una città culturale diversa. E se qualcosa è stato rinnovato in termini di palinsesti e circuiti culturali (un esempio fra tutti il recupero del Carnevale romano, il più antico del mondo), rimane il problema di una programmazione complessiva organizzata da istituzioni che rispondono a logiche ideative che l’amministrazione Alemanno non riesce quasi mai ad indirizzare. I recenti e clamorosi rumors giornalistici, addirittura sul possibile ritorno di Goffredo Bettini alla Presidenza della Fondazione Cinema di Roma, testimoniano, al di là della veridicità, la percezione di “commissariamento a sinistra” che ormai si ha verso la stagione culturale del centrodestra. Anche perché è evidente che la conservazione dello status quo veltroniano non sta giovando al sindaco.

Nell’ultima edizione del Festival del Cinema di Roma, durante la serata di gala conclusiva, di fronte agli ospiti stranieri, alle giurie internazionali e ai giornalisti di tutto il mondo, Claudia Gerini dal palco dell’Auditorium, ha presentato le personalità politiche in sala: il sindaco di Roma fu salutato da una salve di fischi assordante, mentre l’allora assessore alla cultura Croppi non fu neanche nominato. I due politici che, di fatto, erano i padroni di casa della manifestazione culturale più importante di Roma furono accolti come due estranei. L’episodio rappresenta bene cosa è, dopo tre anni, la politica culturale della destra al governo di Roma: una luccicante serata di gala, tra fischi e indifferenza.

(da Il Blog dell’Anarca)

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