Una moratoria della spesa

By Redazione

settembre 6, 2011 politica

Proprio non ce la fanno le manovre varate dal governo nell’arco di neanche due mesi a risultare credibili agli occhi degli investitori. Ieri lo spread sui titoli decennali ha ripreso a correre, riavvicinandosi a quota 400. Il fatto che in estate abbia superato quello spagnolo, e che anche ieri sia salito circa il doppio, dimostra quanto gli assennati sanno e dicono già dal 2008, e cioè che c’è una specifica crisi italiana nella crisi europea e globale, e che non sarebbe bastato quindi ammainare le vele aspettando il passaggio della tempesta.

Non è servito a nulla il divieto di vendite allo scoperto, né sono risolutivi gli acquisti di titoli da parte della Bce, che anzi rischiano di avvalorare agli occhi degli investitori la fragilità della nostra situazione. Ciò che la nostra classe politica sembra ostinarsi a non capire è che la speculazione anticipa la corrente, ma non la genera. Ci sono ragioni oggettive – dati di finanza pubblica alla mano – ma soprattutto una generale mancanza di credibilità (non solo del governo e non solo della politica, purtroppo, ma dell’intero sistema) che pongono l’Italia tra i Paesi a rischio, e anzi oggi, per le sue dimensioni, come quello più a rischio di tutti.

Finché non verranno introdotte vere, profonde riforme strutturali in grado di sgombrare ogni residuo dubbio sulla volontà italiana, più che sulla capacità, di raggiungere il pareggio di bilancio e di superare le rigidità che opprimono la crescita, la sfiducia dei mercati continuerà a far schizzare in alto i rendimenti sui nostri titoli. Abbiamo fatto piuttosto il contrario: come osserva oggi il Financial Times, «il governo ha evitato, ancora una volta, qualsiasi riforma strutturale…». E si sono inventati proprio di tutto pur di non farle.

Ci sono poi degli autentici autogol che fanno precipitare sotto zero la credibilità di una manovra e uno di questi è affidarsi al recupero dell’evasione fiscale. La retorica della lotta all’evasione in cui il governo, assecondato con una certa morbosità dai media, ha indugiato per tutta la scorsa settimana si è rivelata suicida, perché è stata giustamente letta dai mercati come la cartina di tornasole della scarsa volontà italiana di affrontare i veri nodi, quelli della spesa e della crescita. Il problema della manovra quindi non è apportare qualche aggiustamento qua e là, né è di «equità», ma è la sua stessa filosofia, è l’impostazione complessiva. Non solo l’inasprimento della lotta all’evasione non può garantire un gettito certo, ma sommato al peso preponderante che le nuove entrate hanno nelle due manovre, ne accresce gli effetti depressivi e peggiora, non migliora, le prospettive di crescita. E se la crescita si avvicina allo zero più che all’1%, nonostante il rigore l’obiettivo del pareggio di bilancio non si avvicina, si allontana. Per questa ragione i mercati ancora non credono che ce la possiamo fare.

Può aver alimentato i sermoni dei demagoghi e fatto esultare gli ingenui cresciuti a pane e statalismo, ma è fallita l’opera di mistificazione tramite cui si volevano scaricare sull’evasione fiscale i danni che vanno invece imputati alla spesa pubblica, e di cui bisogna chiedere conto a chi ha continuato e continua ad alimentarla. I mercati non se la sono bevuta che il problema è l’evasione fiscale e che si può risolvere con la repressione.

Servono vere riforme strutturali sul fronte della spesa e della crescita, per convincere i mercati che facciamo sul serio. Un innalzamento dell’età pensionabile per tutti che non sia spalmato nell’arco di mezzo secolo, ma che si concluda in cinque anni; privatizzazioni immobiliari per abbattere il debito; e tagli veri, non sulla spesa tendenziale. Per esempio, una moratoria della spesa pubblica: per cinque anni le amministrazioni pubbliche – tutte – si impegnano a non spendere un solo euro in più del 2011.

(da “JimMomo“)

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