Penati prescritto (e proscritto)

By Redazione

settembre 6, 2011 politica

Il garantismo è come il coraggio di manzoniana memoria: uno o ce l’ha oppure non se lo può dare. Per chi non ce l’ha, per esempio, la prescrizione non è un istituto di civiltà e di razionalità del sistema penale che mette un termine al potere persecutorio dello Stato in ragione dell’attualità, definita per legge, dei comportamenti illeciti. E che assicura ad ogni individuo di non rimanere sotto scacco di un’iniziativa giudiziaria vita natural durante, trovandosi, magari, nelle condizioni di non potersi difendere perchè i fatti di cui è accusato sono talmente lontani nel tempo da non consentirgli di ricostruirli.

No, la prescrizione resta uno stratagemma di fuga dal giudizio o di ‘difesa dal processo’, per dirla con una pessima parafrasi coniata da quanti, da circa vent’anni, dividono gli imputati in buoni e cattivi. E quindi, l’ordinanza del gip di Monza che ha negato la custodia in carcere per prescrizione del reato di corruzione ravvisato nei fatti contestati, è stata accolta dai maggiorenti del partito e dello schieramento politico di Filippo Penati con invocazioni pressanti a rinunciare allo ‘stratagemma’ e a farsi giudicare.

Considerata l’accoratezza del pressing, una rassicurazione si sente di doverla dare. Il gip non ha fatto altro che seguire un paio di regole di diritto: ha esercitato il proprio legittimo potere di dare ai fatti contestati la qualificazione giuridica ritenuta più corretta e ha osservato la norma del codice di procedura penale che esclude l’applicazione di qualsiasi misura cautelare se sussiste una causa di estinzione del reato, quale è, appunto, la prescrizione. Un giudice garantista? Piuttosto un giudice che esercita il suo dovere di valutazione critica delle tesi e delle richieste dell’accusa e rende onore ed attuazione alle regole del processo, indipendente da ogni suggestione esterna e libero, come costituzione comanda. Un giudice che fa il giudice, insomma. Il che, va detto, non è poco.

Ma le valutazioni del gip nel giudizio cautelare non sono vincolanti per il titolare dell’azione penale e delle indagini che continua ad essere il pubblico ministero. E quindi, possono stare tranquilli gli esortatori alla rinuncia alla prescrizione ‘perché sia accertata la verita’: i pm di Monza, oltre ad impugnare l’ordinanza che non ha soddisfatto le loro richieste, come hanno già fatto, possono legittimamente continuare a svolgere le loro indagini e anche ad esplorare l’ipotesi della concussione che hanno ritenuto sussistere nelle vicende che interessano l’ex sindaco di Sesto San Giovanni, già Presidente della Provincia di Milano, poi capo della segreteria politica del PD e infine vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia.

Il processo va avanti, insomma, indipendentemente dalle scelte difensive dell’indagato Penati che, pertanto, ha tutto il tempo che vuole per decidere se accettare o meno un eventuale proscioglimento per prescrizione per il caso che un giudice – che per legge non sarà più il gip del giudizio cautelare – dovesse ancora ritenere che ci si trovi di fronte a fatti remoti di corruzione. Il processo va avanti anche se l’indagato resta libero: la rinuncia alla prescrizione in questo momento, invocata a più voci da chi il garantismo non se lo può dare, potrebbe servire magari a rimuovere l”ostacolo’ all’applicazione della misura cautelare. È questo, allora, che si vuole? Che un indagato, l’ennesimo, vada in carcere in attesa del processo e, per giunta, per reati formalmente prescritti?

Certo, l’ansia dell’accertamento della verità per vicende che toccano la cosa pubblica è più che comprensibile. Ma si può lasciare alla verità processuale di affermarsi nel rispetto delle regole del diritto e dei principi del processo giusto. E nel frattempo avviare nelle competenti sedi della politica l’accertamento delle responsabilità politiche, rinunciando, questo sì, all’ennesima delega alla magistratura. Perché i “numerosi e gravissimi fatti di corruzione posti in essere da Filippo Penati e da Giordano Vimercati nell’epoca in cui rivestivano la qualifica di pubblici ufficiali prima presso il Comune di Sesto San Giovanni e poi presso la Provincia di Milano”, rilevati nell’ordinanza del gip di Monza, saranno pure prescritti per il codice penale ma appaiono vivi per il codice sociale e politico.

Se questo non avviene, gli strepiti contro la “mela marcia” e le invocazioni alla rinuncia alla prescrizione hanno un retrosuono poco convincente che assomiglia a quello delle richieste e delle espressioni di voto a favore dell’arresto del senatore Tedesco. Tanto c’é sempre, a Berlino, in Parlamento o a Monza, un giudice che il garantismo ce l’ha.

(da “Processo Mediatico“)

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