Matteo, primo e solo

By Redazione

settembre 5, 2011 politica

Cliccatissimo in giro per il web con 75mila fan su Facebook, ricercato dai giornalisti di tv e carta stampata, oggetto del desiderio pure sugli scaffali delle librerie dove da mesi campeggia “Fuori (contro i soliti noti, tromboni e trombati…)”. Per chi se lo fosse dimenticato, Matteo Renzi, 36 anni, è il sindaco di Firenze, meglio conosciuto come l’enfant prodige del Pd, quel ragazzino terribile che fa storcere il naso a mezza nomenklatura democratica e che un giorno sì e l’altro pure sfida Bersani su tutte le superfici. L’ultima sciabolata però, è di quelle che lasciano il segno: “sì mi candiderei alle primarie del Pd”. Apriti cielo, brillavano gli occhi a Concita De Gregorio che, raccogliendo quelle parole nel corso dell’intervista realizzata per Repubblica, ha potuto sdoganare ufficialmente le ambizioni del giovin Matteo.

Aspirazioni legittime, note da tempo, ma talmente rumorose che aprono l’ennesimo scenario apocalittico in quel Pd angosciato dalla questione anagrafica (oltre che morale). E se Bersani accetta sportivamente la battaglia (“benvenuto a chiunque voglia ingaggiarsi nella politica”) Rosy Bindi affila gli artigli: “con lo statuto che abbiamo, se Renzi vuole partecipare alle primarie deve dimettersi dal Pd perché per il Pd il candidato è il segretario”. “Bisogna fare una mezza rivoluzione, chiunque sia in grado di combattere deve esserci adesso”, insiste il diretto interessato che nel frattempo si allena a Firenze pubblicizzando il suo buon governo a suon di riqualificazione cittadina, pedonalizzazione del centro, espansione delle aree verdi e interventi sociali. I fiorentini lo adorano, i colleghi del Pd un po’ meno.

“E’ un egocentrico e corre da solo”, l’accusa più comune, senza contare il classico lamento dei censori democratici che ancora non gli perdonano la visita ad Arcore di qualche mese fa. C’è pure chi lo addita come “nemico del sindacato” per le sue uscite sul fatto che la maggioranza degli iscritti Cgil, Cisl e Uil siano pensionati. E poi qualcun altro non ha mai digerito quel suo “i dipendenti del Comune sono peggio di Fantozzi”, battuta acidula con cui Renzi riprendeva alcuni impiegati di Firenze pronti a sgattaiolare via alla prima pausa sigaretta.

Il linguaggio diretto del sindaco è un elemento destabilizzante e di rottura, colpisce dritto nel segno, fa innamorare molti cittadini (tra cui molti elettori del centrodestra) e indispettisce le gerarchie di partito. E’ “un uomo delle battaglie a viso aperto”, confessa un dem. navigato come Peppino Caldarola, “un rompiscatole fiorentino che i voti li ha presi da sè e mostra coraggio”. Politicamente scorretto e pure un po’ saputello, Renzi ha mostrato di avere le spalle larghe per rispedire al mittente le frecce avvelenate che i colleghi democratici gli mandavano, contribuendo però a scavare un pericoloso fossato di solitudine tra sè e il resto del partito.

Con il suo carisma debordante e poco incline al ‘volemose bene’, ha perso quella pattuglia di colleghi 40enni del Pd che sarebbero potuti diventare i migliori alleati nella sua scalata al vertice. Da mesi infatti si è consumato il divorzio politico tra lui e Pippo Civati: insieme avevano dato vita a “Prossima fermata Italia”. La Convention della Leopolda, un think tank di giovani e creatività, quest’anno andrà in scena senza il consigliere regionale della Lombardia che sulle colonne dell’Unità ha spiegato le ragioni della separazione. “Attacca la Cgil, sposa Marchionne: sarebbe questo lo spirito della Leopolda?”.

Intanto a Pesaro, location della festa nazionale democratica, altri giovanotti del Pd sgomitano esibendo con orgoglio carte d’identità e date di nascita. A guidarli c’è un altro Matteo, classe 1974, il suo cognome è Ricci e fa il presidente della provincia di Pesaro. Non parlategli dei rottamatori ma, tutt’al più, di carrozzieri. Ha organizzato un seminario dei 30-40enni democratici che non vogliono assistere “in panchina alla fine del berlusconismo” raccogliendo adesioni ‘eccellenti’ tra cui quelle di Debora Serracchiani (40 anni), Stefano Fassina (44), Nicola Zingaretti (45), Ivan Scalfarotto (46) e, ironia della sorte, pure Pippo Civati (36). Sì, ma il buon Renzi? “Gioca una partita sua – chiosa Ricci – in solitaria. Non si è mai posto come coagulatore di tutte le proposte arrivate dai 30-40enni democratici”.

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