Il delfino del pescecane

By Redazione

settembre 5, 2011 politica

Spesso accusato di un machiavellismo tanto sofisticato da incartarsi nelle sue arzigogolature, il caustico e impietoso commento che Massimo D’Alema ha regalato ad Angelino Alfano, pur conservando la cifra di tagliente ironia che è propria del personaggio, si distingue per riuscire a racchiudere la sostanza di questo primo scorcio del segretario del Pdl. “È complicato essere il delfino di un pescecane” hanno scandito i baffetti di Max, tirando una mazzata da niente su un leader la cui investitura aspra non ha ricevuto nemmeno il pannicello caldo di un’elezione per acclamazione di uno stuolo di allegri sbandieratori azzurri.

Problema non da poco, se si considera che, fatto salvo per una manciata di alti dignitari della corte forzista – Schifani, Scajola, Lupi – colui che dovrebbe mediare tra le varie anime del partito non ha amici. E se è vero che l’Angelino dell’Amor Nostro non ha nemmeno nessun vero nemico a via dell’Umiltà, il gelo con il quale vengono accolte le sue iniziative è indicativo della fatica di un ruolo inedito nelle formazioni politiche guidate dal Cavaliere.

Problemi che emergono amplificati quando Alfano prova a mettere il naso al di fuori del proprio orticello. Lo sgarbato benvenuto ai suoi tentativi di mediazione riservatogli da Bossi e, più in generale, dalla Lega, non sono da derubricare con faciloneria alle origini saldamente meridionali dell’ex Guardiasigilli. Si inseriscono piuttosto all’interno di uno schema che mira a delegittimare Alfano come interlocutore, considerando le poco gradite proposte di cui si fa latore. Un buffetto al delfino, dunque, sapendo che poi i conti tocca farli con le fauci dello squalo.

Gli interlocutori che hanno mostrato di voler dare peso alla leadership in divenire di Alfano non è casuale che siano quelli che attraversano un periodo di minorità all’interno del proprio partito – la mente va al Maroni in collisione frontale con i bossiani, più che con il senatùr stesso, e a Fioroni, in cerca di ossigeno con i suoi teodem privi di agibilità mediatica e stranamente in difficoltà nei confronti della pur non straripante segreteria Bersani –  o che non intravedono altre sponde che siano al contempo 1) possibili partner di governo 2) non si chiamano Silvio Berlusconi (vedi alla voce Casini).

Un gioco a dividere poco rischioso per chi lo pratica, rischiosissimo per Alfano, che più che veder minato il proprio, solidissimo, rapporto con il premier, rischia di veder sgretolato il proprio ruolo di interlocutore unico per conto del Pdl.

In effetti lo strapotere, intaccato, ma ancora robustamente diffuso, del Cavaliere tra i suoi, la mancanza di una reale legittimazione da parte del partito, le stesse uscite di Berlusconi per l’ormai posticcia serie “nel 2013 tocca ad Angelino”, non sono frecce all’arco di un Alfano che ha sì le doti di sopraffino mediatore, ma che è sempre stato accusato di essere riuscito a coprire la mancanza di risultati concreti con un’eloquenza affabulatoria e rassicurante come poche altre in circolazione.

Tutti problemi che uno dei frondisti del Pdl risolve con una battuta: “Ma le primarie proprio no, eh!?”.

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