Profezie (texane) di fine estate

By Redazione

settembre 4, 2011 Esteri

Come dicevo all’inizio dell’estate fino al Labor Day non si possono formulare previsioni “serie” ma solo azzardare scommesse alla cieca o compiere riti voodoo. Poiché giusto oggi è il Labour Day, approfittiamo della riapertura di Notapolitica per concederci un ultimo divertissement, tre profezie sul futuro prossimo della politica americana che da domani comincia ufficialmente il ciclo elettorale presidenziale.

Profezia n.1: Rick Perry vincerà le primarie repubblicane. Grazie al cactus, diranno i miei quattro lettori: questo oramai lo vanno dicendo tutti. Vero; ma la mia profezia, per quanto non seria, è meno frivola di molte analisi che si leggono in giro in questi giorni. Io non pronostico Perry vincente per via dei sondaggi estivi nei quali, non appena ha annunciato la sua candidatura, il governatore del Texas è schizzato avanti all’ormai ex favorito Mitt Romney con ampio margine.

Troppo spesso nei primi sondaggi abbiamo assistito a “bolle” poi repentinamente afflosciatesi: basti pensare a quella di Rudy Giuliani nelle primarie repubblicane del 2008, o al caso di Howard Dean in quelle democratiche del 2004. In fondo, quattro anni fa John McCain nei sondaggi stava messo più o meno come Mitt Romney oggi. Il punto è che in una alternativa secca tra Romney e Perry, quest’ultimo è il naturale collettore dei consensi di gran parte dei sostenitori di tutti gli altri candidati che prossimamente dovranno abbandonare il campo: di quelli di Ron Paul e di quelli di Michele Bachmann, che messi assieme già quasi eguagliano quelli di Romney, ma anche di quelli dei candidati minori come Newt Gingrich, Rick Santorum ed Herman Cain.

Inoltre, come ha notato Chris Cillizza del Washington Post, Perry ha dalla sua il fatto che il suo forte appeal verso la base antistatalista più arrabbiata è giocato non tanto sul versante “sociale” (bioetica, famiglia ecc.) come nel caso della Bachmann, quanto piuttosto su quello economico: il che gli consente di rendere la sua candidatura accettabile all’establishment del partito (che preferirebbe Romney, ma non sta riuscendo ad imporlo).

La prova del fuoco è dietro l’angolo: la stagione di dibattiti televisivi prenderà il via dopodomani con l’appuntamento californiano alla Reagan Liberary organizzato dalla NBC e da The Politico, che avrebbe dovuto tenersi in primavera ma è stato rinviato per mancanza di candidati “veri”. Seguiranno i due dibattiti in Florida, quello del 12 Settembre a Tampa, organizzato dalla CNN e dal Tea Party Express, e poi quello del 24 ad Orlando, ad opera di Fox News. Poi, ad ottobre, uno l’11 in New Hampshire gestito dal Washington Post e da Bloomberg, ed uno il 18 a Las Vegas di nuovo targato CNN. Tra due mesi, quindi, avremo in mano sondaggi più attendbili. Per ora, alla cieca, la profezia è questa.

Profezia n.2: l’ascesa di Rick Perry provocherà nei media nostrani una reazione allergica mai vista neanche ai tempi di George W Bush. Mentre l’america liberal ed anche una bella fetta di establishment repubblicano si limiteranno a quella che Curt Anderson su the Politico ha già diagnosticato come “Perryfobia“, da questa parte dell’Atlantico il morbo sarà di portata ben più ampia: una vera e propria Texasfobia.

I sintomi ancora non affiorano, ma basta aver pazienza – i media nostrani hanno riflessi lenti in fatto di politica estera. Vedrete, fra un po’ assisteremo ad uno tsunami di retorica anti-texana senza precedenti, verrà riesumata qualunque spiacevolezza possa essere associata al Lone Star State, dal record di esecuzioni capitali all’assedio di Waco allo scandalo Enron, su su fino all’assassinio di JFK a Dallas. Toccherà adoperarsi per controbilanciare la vulgata; e voi che state leggendo qui sapete dove trovare informazioni fair and balanced.

Profezia n.3: Cosa accadrà nell’elezione generale del novembre 2012? Vi diranno che Obama può essere salvato dal fatto che lo sfidante texano è troppo di destra, troppo estremista, troppo texano insomma, per andar giù al mitico elettorato indipendente che fa da ago della bilancia. In verità vi dico: il problema di Perry non è quello di essere troppo di destra, troppo conservatore.

Facciamo un passo indietro. Quando alla fine dell’agosto 2008, a poche ore dall’inizio della convention repubblicana in Minnesota, John McCain annunciò a sopresa di aver scelto come sua vice Sarah Palin, una ragazzotta di provincia cinque volte mamma sposata con un mezzo esquimese campione di corse con la motoslitta, una che fino ad allora quesi nessuno conosceva fuori dal gelido e disabitato Stato di cui era governatirce, molti si affrettarono a commentarla come una mossa suicida: la Palin era molto più conservatrice di lui, e mettersela accanto significava dilapidare buona parte dell’appeal che il senatore dell’Arizone esercitava nei confronti dell’elettorato indipendente.

Al contrario, i sondaggi post-convention rivelarono che per la prima volta dall’inizio della campagna elettorale McCain era improvvisamente balzato in vantaggio. La Gallup stimò in sei punti percentuali il suo bounce post-convention, mentre quello del favoritissimo Barack Obama dopo la convention democratica di Denver era stato di quattro punti. Il dato più interessante è che, secondo la Gallup, McCain era schizzato in testa proprio tra gli elettori indipendenti, con un impressionate vantaggio di ben quindici punti: 52%, mentre Obama era crollato al 37. Al contempo, la sua popolarità tra gli elettori democratici che si qualificano come più centristi era salita al 25%, mentre prima della convention era al 15. Un mese più tardi, un sondaggio commissionato dal Los Angeles Times confermava lo stesso vantaggio: tra gli elettori indipendenti intervistati, McCain veniva preferito dal 49%, contro il 34 di Obama. Non solo: il 38% degli indipendenti intervistati dichiarava di essersi fatto più convinto di votare McCain dopo l’annuncio del ticket con Sarah Palin, mentre solo il 18% dichiarava di essersi raffreddato nei confronti di McCain dopo quella mossa.

Poi venne il fallimento della Lehman Brothers, “l’Undici Settembre della finanza americana”, eccetera – e la magia finì. Ma quella breve fase di tarda estate di tre anni fa ci dice cose che troppi commentatori hanno poi dimenticato sull’onda dell’entusiasmo dell’elezione di Obama.

Il punto, dicevo, non è l’eccesso di conservatorismo di Perry. L’elezione del 2012 – questa è la mia terza profezia – somiglierà parecchio a quella disputata da Reagan contro Carter nel 1979. Da una parte c’è uno status quo fatto di crisi economica, di recessione, di disoccupazione, c’è la preoccupazione per un declino della leadership americana nel mondo, e c’è la delusione nei confronti di un presidente democratico eletto per voltare pagina rispetto ad un ciclo repubblicano impopolarissimo (allora quello di Nixon, 3 anni fa quello di Bush) e non mostratosi in grado di far partire un nuovo ciclo; dall’altra c’è la voglia di ritrovare un leader in grado di reagire e rimettere in moto le cose, ma anche la sfiducia per l’intervento statale e la rivolta antitasse, che allora si era coagulata attorno al referendum californiano “Proposition 13” che il New York Times definì “una versione moderna del Boston Tea Party” (ricorda nulla?).

Il punto è che per riuscire nell’impresa eccezionale di scalzare il presidente in carica alla fine del primo mandato, Rick Perry dovrà fare la sua parte, cioé dovrà “essere come Reagan”. Il che significa innanzitutto che dovrà evitare di appiattirsi sulla dimensione protestataria dei tea party. Dovrà saper essere un candidato positivo, non un candidato “contro”, “anti”. Dovrà saper evitare di assecondare troppo quel misto di rabbia e disillusione che spesso sembra dominare fra gli elettori. Può permettersi di essere populista, non di essere negativo. Potrà vincere solo se saprà essere il candidato dell’ottimismo (“Morning in America”).

In secondo luogo, “essere come Reagan” significa non trasformarsi in un moderato o in un centrista (anzi), ma – operazione ben più raffinata – essere uno che non ti chiede di trasformarti in un conservatore per dargli fiducia. Perry può anche vincere le primarie ostentando posture da cowboy, ma poi per vincere l’elezione generale dovrà sapersi evolvere in un candidato capace di parlare anche a quella parte del Paese che somiglia meno al Texas – in un candidato, tanto per intenderci, capace di usare il proprio passato nel Partito democratico come una carta a suo favore, anziché nasconderlo goffamente come uno scheletro nell’armadio.

Ci riuscirà? Cominceremo a capirlo da dopodomani, quando la fantapolitica lascerà la scena alla campagna vera.

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