King (Kong)’s speech

By Redazione

luglio 29, 2011 Esteri

Julien Offray de la Mettrie doveva essere un tipo niente male. Nel 1751, ormai quarantaduenne,  ha all’ attivo una quindicina di libri di cui è autore,  una specializzazione in malattie sessualmente trasmissibili ed una pesante indigestione che lo inchioda febbricitante a letto. Il  capolavoro di Julien, editorialmente parlando, è un “Saggio sulla felicità”; il precedente e meno fortunato “Storia naturale dell’anima” è stato bruciato pubblicamente qualche anno prima nella piazza di Rennes, in Francia, mentre la sua opera più audace, “L’uomo-macchina”, quasi un flusso di pensieri scritti da qualcuno che si è fatto un canna troppo carica, non ha sbancato il botteghino come sperato.

La carriera di medico è un ricordo lontano per Julien, soffiata via con la cenere del suo libro incompreso, e per quanto riguarda l’attuale indigestione di patè di tartufi, beh, quella gli sarà fatale nel giro di pochi giorni. Se il Mondo e la Storia hanno dimenticato il provocatore Julien abbastanza in fretta, tuttavia la sua creatura più folle , “L’uomo macchina” appunto, ha superato le lune ed  i falò con una certa disinvoltura ed il testo è oggi ampiamente riportato dal mondo della rete. Parliamoci chiaro, se non  avete voglia di leggere questo premio Strega d’annata non vi perdete nulla, ma sappiate che lì dentro c’è  una breve affermazione che ha ufficiosamente posato le basi della primatologia moderna.

All’ apice del delirio Julien si chiede se sia davvero impossibile dialogare con una scimmia. O meglio, conscio delle difficoltà per i nostri cugini di emettere il suono delle parole, si chiede se a questa limitazione fisica corrisponda anche una limitazione mentale. Un altro tiro di canna, brace rossa che si mangia  la carta, e de la Mettrie si risponde che no, lui è sicuro che le scimmie ci direbbero un sacco di cose se solo potessero sciogliere quel nodo in gola imposto loro dall’evoluzione.

Un paio di secoli di fast-forward ed arrivano i favolosi anni settanta. Ecco il trio Terrace-Fossey-Goodall, il linguaggio dei segni, gli scimpanzè Nim e Washoe e la primatologia che spicca il volo. Ma la questione rimane senza risposta e il dibattito s’incendia. Per alcuni le scimmie sono esseri parlanti, mentre per altri, e per Noam Chomsky in particolare, sono solo dei mimi mediocri e l’affetto che s’instaura tra noi e loro durante esperimenti lunghi anni ci farebbe intravedere risultati che non esistono. Ed è proprio la perdita di obiettività il lato più oscuro della primatologia. Studiare esseri così simili a noi porta quasi inevitabilmente ad una mancanza di lucidità e di trasparenza che è tipica delle emozioni in gioco, stravolgendo in questo modo qualsiasi  approccio scientifico.

Fortunatamente passare ore a comparare e spulciare sequenze genetiche è decisamente meno emozionante ed un po’ più a prova di errore.  È ormai ampiamente riconosciuto che uomini e scimmie condividono parecchio del loro patrimonio genetico; a seconda delle tecniche usate gli antrpologi stimano che tale tasso di somiglianza è tra il novantasei ed il novantanove per cento. Troppo alto per spiegare al volo e senza sforzo la differenza qualitativa tra Sapiens e Troglodytes. A questo punto i ricercatori guardatisi negli occhi, sorriso complice e sopracciglio alzato, hanno calato la carta del “fine tuning”, una specie di asso piglia tutto biologico. Spiegare cosa sia e come funzioni non è poi così difficile.

Avete presente quel pomello sulla vostra autoradio che vi permette driblare tra una galleria e l’altra le interferenze radio che trasformano i “Pescatori di perle” di Bizet in una cover dei Ramones? Bene. Se sul passo dello Stelvio la soave voce di Beniamino Gigli non ha nemmeno un tentennamento radiofonico allora voi siete dei professionisti del “fine tuning”. L’evoluzione ha fatto lo stessa cosa. L’equivalente dei Ramones è lo scimpanzè con la clava  convertito, con un paio di  calibrati giri di pomello genetico, nello splendido e delicato Homo sapiens, il Gigli della sinfonia della Natura.

Un elegante esempio di “fine tuning” riguarda proprio la nascita del linguaggio umanamente inteso. Il Dott. Svante Paabo, un biondino a cui non daresti una lira ma che è il non plus ultra dell’antropologia evolutiva, ha guidato una trentina di studiosi alla ricerca del Santo Graal della comunicazione vocale. E lo ha trovato in due amminoacidi della proteina prodotta, “codificata”in gergo biologico, dal gene Foxp2. Non è che abbiano proprio cercato a caso; questo gene era nel mirino da molto tempo in quanto coinvolto in alcune patologie e disordini del linguaggio in pazienti umani. La  funzione principale  della proteina è quella di legarsi a specifiche brevi sequenze di DNA, più o meno nello stesso modo in cui le bacchette del ristorante cinese si avviluppano attorno all’involtino primavera tanto agognato, e di regolare l’espressione di diversi geni.

Ma torniamo a Foxp2. La sua sequenza nucleotidica è estremamente simile in uomini e scimpanzè e solo due amminoacidi, il 303 ed il 325, sembrano fare la differenza. Il metodo più semplice per capire il ruolo questi due residui amminoacidici sarebbe quello di trasferirli nel gene Foxp2 di scimpanzè, ovvero di creare una scimmia con un gene umano. Ma questo non è possibile. Per ragioni tecniche, l’unico mammifero che si può geneticamente modificare è il Mus musculus, la piccola cavia da laboratorio.

Fortunatamente l’evoluzione ha dato la mano che ha permesso di aggirare questo noioso ostacolo. Il Foxp2 murino e quello di scimpanzè sono praticamente identici. Lo stesso vale per scimpanzè e uomini, esclusi i residui 303 e 325. Quindi se A uguale B e se B uguale C allora A è uguale, più o meno, a C.  Grazie ad un banale sillogismo biologico, il nostro sfortunato topolino è stato quindi scelto come modello di studio e, caricatosi sulle spalle per l’ennesima volta il peso della ricerca, si è fatto modificare geneticamente. Pianificato il tutto, il Dott. Svante ha chiamato una società di biologia molecolare, ha detto all’assistenza clienti quello che voleva, ha fatto un bel bonifico, e dopo circa un mese ha ricevuto i suoi Ratatouille equipaggiati col Foxp2 umano.

Ma cosa sono capaci di fare questi topolini? In realtà non molto, e questo è già un ottimo risultato. Il fatto che siano vivi e vegeti significa che il nuovo gene è in grado di svolgere i compiti più evidenti. Se da un lato sviluppo e funzionalità degli organi non sono  compromessi, dall’altro i ricercatori hanno trovato proprio quello che si aspettavano, ovvero molte differenze di ridotta entità: una maggiore lunghezza della ramificazione di alcuni tipi di neuroni; un’ elevata presenza di dopamina – un importante neurotrasmettitore – in alcune aree del cervello;  dei tempi anomali di LTD (Long Term depression, in altri termini lo “spegnimento” a lungo termine di un neurone dopo la sua attivazione) e l’attivazione selettiva di alcuni geni da parte della proteina Foxp2 umana.

In poche parole hanno fotografato il risultato del “fine tuning”. Tutte queste rifiniture biologiche non hanno certo fatto parlare la nostra cavia. Muta era e muta è rimasta. C’è però in questa storia con un ma che è una fioca luce in lontananza e che pesa come un macigno. Quando i ricercatori hanno analizzato i vagiti dei piccoli di Ratatouille hanno notato che qualcosa cambiava nella loro vocalizzazione. Frequenza e ritmo erano sostanzialmente diversi da quelli tipicamente murini, suggerendo che tutte le anomalie trovate nel loro cervello potessero giocare all’interno di una squadra che punta ad un unico risultato: quello di farsi sentire.

La ricerca del Dott. Svante, come tutte le ricerche di confine, pone alla fine più problemi di quanti sia riuscita a risolverne. Può l’evoluzione umana essere studiata con i mezzi propri della biologia molecolare? Può la vocalizzazione animale essere equiparata al linguaggio umano? Può un topolino essere la stele di rosetta che ci permetterà di comunicare con i nostri parenti più stretti?

Franklin Delano Roosvelt disse una volta che gli ingredienti per una buona conversazione erano sostanzialmente tre. Essere sinceri, brevi e stare seduti. Magari tra venti forse trent’anni, sugli schermi di tutto il mondo vedremo per la prima volta uno scimpanzè guardare dritto in faccia il suo depilato inetrlocutore e, con gli avanzi di una Chiquita tra le labbra, seguire alla lettera la lezione dello spiccio Delano:” A fratè, ma io e te, ma che cazzo se dovemo di’?”

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