Se gli arabi non si fidano degli USA

By Redazione

luglio 28, 2011 Esteri

Curdi contro sciiti, sunniti contro tutti. La calma in Iraq rischia di saltare, di nuovo. L’ultimo mese è stato segnato da attentati e morti come non se ne vedevano da più di un anno. Dietro le quinte, le trame dell’Iran rivoluzionario. Arabia Saudita e Israele, gli attori sotto il giogo di Teheran scalpitano, chiedono a Washington di non mollare. E molto probabilmente è in Iraq che si deciderà la leadership mediorientale, molto dipenderà da come gli Stati Uniti gestiranno gli accordi sul ritiro.

L’Iran fa pressione sui negoziati con incursioni nel nord-ovest del Paese contro la comunità curda, quella più vicina a Washington. Segue una strategia ben rodata. Ha utilizzato queste tattiche anche in passato, come nel dicembre 2009, quando le Guardie della rivoluzione islamica entrarono nella provincia meridionale irachena di Maysan, cercando di orientare le elezioni politiche del marzo 2010. Le azioni nel Kurdistan rappresentano, quindi, l’ennesimo tentativo di intimidire i leader curdi. L’idea è quella di piegarli all’influenza iraniana, una mossa che mostrerebbe al mondo la debolezza dell’America. Gli iraniani gioirebbero e le difficoltà interne di Ahmadinejad svanirebbero a poco a poco. Ma non mancano i rischi. La politica del presidente, infatti, è spregiudicata, provocatoria e Washington potrebbe essere giustificata, con il sostegno di Arabia Saudita e Turchia, a mantenere un contingente considerevole e ben attrezzato senza neppure passare per il voto del parlamento iracheno. E’ su questa strada che gli USA cercano di procedere.

L’appoggio turco alla missione statunitense non è scontata. Ricordiamo che Ankara si schierò contro l’intervento americano in Iraq nel 2003. Oggi convive con un crescente partito curdo, che non risparmia colpi per ottenere più spazio nel Paese. In queste circostanze, sembra verosimile un comportamento tacitamente tollerante di Erdogan sulla pressione iraniana contro le comunità curde irachene. A testimoniare una certa tendenza in questa direzione sono i diversi accordi energetico-commerciali conclusi tra i due. Ma non è detto.

La Turchia potrebbe reagire negativamente alle manovre delle truppe iraniane in territorio iracheno, a pochi chilometri dal suo confine, decidendo di optare per la soluzione più sicura. Insomma, non sarà facile neppure per Teheran gestire la pressione sull’Iraq. La debolezza della posizione americana nei confronti dell’Iran preoccupa i Paesi, che per un motivo o per un altro, non vogliono un Iran forte e nucleare.

L’Arabia Saudita teme una forte spinta sciita in Iraq e che l’Iran possa “conquistare” il Bahrain e gli altri Paesi arabi colpiti dalle rivolte degli ultimi mesi. In questo scenario bisogna aggiungere la prospettiva dell’incapacità statunitense di frenare le aspirazioni della Repubblica Islamica ed è in quest’ottica che bisogna notare una possibile apertura saudita alle istanze iraniane. La dinastia Saud potrebbe negoziare una tregua nella guerra fredda per la leadership della regione. Sul piatto questa avrebbe offerto un disimpegno dal Bahrain, scosso dalle rivolte sciite, in cambio della riduzione dell’ingerenza iraniana dagli Stati del golfo. Questa trattativa potrebbe estendersi all’Iraq, dando luogo ad una vera e propria spartizione delle cariche istituzionali. L’Arabia Saudita potrebbe ottenere la nomina di un sunnita al ministero della Difesa e la distribuzione dei proventi del petrolio iracheno, in cambio di una maggiore apertura di Riyad al consolidamento sciita in Libano e Siria.

Le ragioni che hanno condotto i sauditi a cercare la via del compromesso vanno ricercate nei segnali di insicurezza che arrivano da Washington, dove la crisi del debito impone alle forze USA di fare un passo indietro. Riyad non sa per quanto ancora gli alleati occidentali siano affidabili, ne se gli Stati Uniti saranno in grado di fronteggiare l’Iran in futuro. Inoltre, temono che Obama possa raggiungere un accordo con Teheran, lasciando l’Arabia Saudita vulnerabile. Un riavvicinamento tra questi, potrebbe vedere Washington cedere l’Iraq all’Iran, la naturale conclusione di una contesa troppo costosa.

La situazione che va definendosi pone, dunque, gli Stati Uniti in una posizione difficile. Washington tenta di negoziare un prolungamento in Iraq, ma i colloqui bilaterali tra iraniani e sauditi rischiano di compromettere tutto. La domanda da farsi è fino a che punto Riyad sia disposta a spingersi nella scivolosa strada del compromesso. Se Teheran dovesse arrivare a chiedere il ritiro della Quinta Flotta americana dal Bahrein in cambio di garanzie quale sarebbe la risposta dei vicini?

I reali sauditi si auguriamo che l’ombra delle minacce siano sufficienti a costringere la Casa Bianca ad impegnarsi contro il blocco sciita. Il problema è che gli USA hanno perso l’iniziativa già da tempo e se queste prospettive dovessero maturare, anche le alternative. La crisi americana non è solo economica.

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