Il silenzio è d’oro? Concorso esterno!

By Redazione

luglio 28, 2011 politica

E’ arrivato un avviso di garanzia all’avvocato Antonino Gaziano, Presidente dell’Ordine di Agrigento. Concorso esterno. Pare che abbia esortato certi suoi clienti ad essere meno loquaci avvertendoli che c’erano buone orecchie ad ascoltarli. Il fatto induce a molte considerazioni. La prima è che vi sarebbero in Italia, in Sicilia, ancora persone che hanno bisogno di essere avvertite da qualcuno per non lasciarsi andare a chiacchiere compromettenti per telefono o a portata di “cimici”. Sarà così, ma è veramente incredibile. Soprattutto perché si tratterebbe di mafiosi, ai quali è stata sempre attribuita, una insuperabile tendenza a tacere, a parlare, al più ad occhiate ed a monosillabi, mutando espressione ed a colpi di tosse.

Cambiano, dunque, i tempi e la loquacità diventa di moda là dove era considerata cosa da “babbi”. Oppure il concorso esterno, secondo l’ultima interpretazione evolutiva dei codici, sarà previsto anche nei confronti dei non mafiosi, e così pure il favoreggiamento o, magari, sarà considerato concorso esterno o favoreggiamento aver indotto i “babbi” a comportarsi come mafiosi tacendo, così da confondere le idee agli inquirenti. Scherzi a parte (ma la meraviglia per il fatto che dei mafiosi autentici, naturalmente, e non solo “presunti” abbiano bisogno di essere esortati a non straparlare, non è uno scherzo), la considerazione veramente sconvolgente è che ad una notizia del genere oramai quasi non si fa più caso. Che un avvocato sia incriminato perché aiuta i propri clienti a “farla franca” non sollevi un putiferio di proteste e di interrogativi, è una constatazione che dovrebbe allarmare chiunque, persino quegli ottusi e smemorati moralisti che arricciano sempre il naso di fronte al fatto che “degli avvocati che si dicono per bene difendono dei colpevoli”.

Non si possono emettere, naturalmente, giudizi, né fare piagnistei stracciandosi le vesti sulla base di notizie di stampa, anche di quella stampa “solitamente bene informata”, anche quando, cioè, una apprezzabile riservatezza, anche meno impermeabile di quella, meno apprezzabile, dei mafiosi di una volta, imporrebbe che tanto solitamente e tanto bene informata non fosse. Ma “si vera sunt exposita”, come si diceva quando gli avvocati conoscevano il latino, dobbiamo dire che notizie del genere, più che agli errori interpretativi delle leggi e dei principi giuridici dei nostri tempi (si fa per dire: che dovrebbero essere propri dei nostri tempi, se vogliamo essere realisti), fanno correre il pensiero all’osservanza, che doveva essere abbastanza puntuale, visti i mezzi con la quale si imponeva, delle norme della Santa Inquisizione, che per più versi sembra essere il precedente storico che più si addice a chi voglia scrutare certi risvolti culturali e paragiuridici di certe “giustizie di lotta” (la contraddizione in termini non è nostra) tra le quali indubbiamente primeggia quella alla mafia.

Nicolas Eymeric nel suo “Directorium inquisitorum” al quesito XXXIX, “an inquisitor procedere possit contra patrocinantes haeriticos” sentenzia: “Si ordina di non dare alcun aiuto…Se invece… si debba temere più quel che in particolare si aggiunge che non quel che al difensore è richiesto, noi formalmente vietiamo a voi avvocati… di offrire agli eretici ed ai loro fautori e confidenti le difese o in qualcos’altro prestate loro aiuto, consiglio o favore… se lo ardirete decidiamo che, dopo avervi in perpetuo dalla vostra professione, soggiaciate all’infamia”. Insomma, chi difende un eretico si deve limitare a fare il minimo che gli è richiesto, badando a non prestare alcun effettivo aiuto al cliente. Eymeric così sentenziava nel 1587. Allora, almeno, all’infamia si soggiaceva “dopo” l’espulsione perpetua dalla professione.

Anche allora, e finché rimase in funzione la Santa Inquisizione, c’era chi si preoccupava di tenere ben distinta la giustizia “contro” gli eretici, quella dei Tribunali del Santo Uffizio (cioè delle Direzioni Distrettuali Anti-eresia) da quella ordinaria. Persino in un’opera come “Dei diritti e delle pene”, Cesare Beccaria, che notoriamente non era un cuor di leone, ci tiene a precisare che lui parlava e scriveva solo della giustizia per le cose temporali e che non era suo intendimento occuparsi di quell’altra imperscrutabile relativa a cose di fede… etc. etc.
Come si vede le illusioni circa la possibilità di una giustizia “a doppio binario” esistevano (o era prudente simularle) anche molto tempo prima che si inventassero le ferrovie.

Se nel nostro Paese rari sussulti di garantismo e di indignazione per certi segnali di ritorno alla giustizia dei tratti di corda, dei roghi ed altre piacevolezze non avessero, oltre tutto anche un carattere rigorosamente episodico e, per lo più, accidentale, si provvederebbe da parte degli Ordini degli Avvocati o da qualche altra organizzazione meno sussiegosa, ad un sistematico monitoraggio per stabilire, “se l’Inquisitore possa procedere e, comunque, proceda, contro gli avvocati, soprattutto quelli dei moderni “eretici”. Con una attenzione particolare per le zone “infestate” da mafia, camorra, etc.

Credo che, anche solo collezionando capi di imputazione, si metterebbe insieme un documento assai interessante. Né, ovviamente, bisognerebbe curarsi solo dei casi in cui si è arrivati ad un’incriminazione formale. Ci sono molti modi di realizzare modernamente il responso di Nicolas Eymeric. Ed intanto, ad esempio, proprio nel caso del Presidente dell’Ordine di Agrigento, c’è da notare (sempre “si vera sunt exposita”) che la sua iscrizione nel registro degli indagati risalirebbe al 2008. L’avviso di garanzia è del 2011. In questi anni che cosa è successo?

P.S. Anche a costo di commettere il reato di concorso esterno, consigliamo tutti di non parlare mai per telefono di quanto possa essere interpretato in modo da “stuzzicare” qualche P.M. Cioè a non parlare affatto.

(da Giustizia Giusta)

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