Carceri e giustizia: l’appello del Colle

By Redazione

luglio 28, 2011 politica

“La realtà delle carceri ci umilia in Europa e ci allarma per la sofferenza quotidiana che infligge ai detenuti fino all’impulso a togliersi la vita che determina in  migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate e quasi un eufemismo”. E’ Giorgio Napolitano, non Marco Pannella, che da tempo a propria volta parla di “nuclei consistenti di shoa” per definire le male galere italiane, ad avere detto queste parole.

E lo ha fatto proprio nel convegno sulla giustizia in Italia e sull’emergenza carceraria organizzato a cura dei Radicali italiani dal presidente del  Senato a palazzo Zuccari. Giorgio Napolitano, nel proprio  intervento al convegno  in questione, ha sottolineato come sia  “evidente  l’abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale sulla funzione rieducativa della pena e sui diritti e la dignità della persona. È una realtà non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita, e dalla quale non si può distogliere lo sguardo arrendendosi all’obiettiva constatazione della complessità del problema e della lunghezza dei tempi necessari, specie in carenza di risorse finanziarie adeguate, per l’attrezzamento di soluzioni strutturali e gestionali idonee”.

Queste parole sono al tempo stesso un “j’accuse” a un’intera classe politica, della quale lo stesso Napolitano ha fatto parte, e insieme un’agenda di marcia per il nuovo Guardasigilli, l’ex pm Francesco Nitto Palma. Il vero problema è l’oscillazione demagogica di gran parte della classe politica della seconda repubblica tra forcaiolismo e garantismo buonista (spesso ad personam), senza mai un ancoraggio alla realtà e allo stato di diritto.

Per citare il professor Tullio Padovani, che nel pomeriggio di ieri aveva svolto una relazione sullo stato dell’amministrazione carceraria, “non è questione di rieducare il detenuto, che è una tendenza utopica, ma di garantire al singolo una dignità minima irrinunciabile”. In Germania, esempio citato, “se il carcere non garantisce quegli standard semplicemente il magistrato  non permette che il candidato alla detenzione ci entri”. Altre magagne, come il feticcio dell’obbligatorietà dell’azione penale, sono state invece affrontate dal professor Giuseppe Di Federico, che non ha neanche perso occasione per bastonare il corporativismo dell’Anm e la carriera per anzianità e senza merito imposta nel 1967 dalla legge Breganza. Quella che ha permesso a chiunque entri in magistratura a 25 anni di uscirne a 76 come consigliere di Cassazione.

Per Valerio Spigarelli, presidente dell’Unione delle camere penali, il vero problema è la terzietà del giudice, non garantita dall’attuale sistema di carriera unica in magistratura, e poi una complessiva riforma di tutto il sistema penale che attualmente è disseminato in  mille rivoli con leggi spesso contraddittorie le une con le altre. Tutti i presenti comunque hanno convenuto che il diritto penale deve essere minimo. E che senza una riforma che garantisca l’accesso alle pene alternative per i reati bagatellari, per quelli legati alla detenzione e all’uso di droga e per quelli introdotti dalla normativa sugli stranieri, non se ne esce. L’attuale giudice costituzionale Giuseppe Frigo ha addirittura fatto una provocazione: “se non si è in grado di dare alla pena una funzione rieducativa allora tanto vale togliere quella funzione dalla costituzione”.

Poi ha citato le decine di sentenze costituzionali che raccomandano una umanizzazione delle carceri , dal 1966 a oggi. Sia come sia, per Napolitano, “le carceri italiane sono state coinvolte da un fenomeno di vero e proprio imbarbarimento di quella già pesante e penosa realtà”. Per Napolitano , “l’emergenza assillante della situazione carceraria, dalle imprevedibili e al limite ingovernabili ricadute, va affrontata senza trascurare i rimedi già prospettati e in parte messi in atto, ma esaminando ancora con la massima attenzione ogni altro possibile intervento. Non escludendo pregiudizialmente nessuna ipotesi che possa rendersi necessaria”.

E questa frase a molti è apparsa come un’apertura all’ipotesi di amnistia per la quale Pannella stesso ha sostenuto quasi tre mesi di sciopero della fame e sei giorni di sciopero della sete. Naturalmente sul punto sono rimbalzate subito le chiusure della Lega, per bocca di Carolina Lussana, vicecapogruppo alla Camera. Che ha fatto rimbalzare nel convegno  l’urlo di battaglia del “più galera per tutti”. Che trova molti partiti sensibili, tranne quando si tratta di decidere della libertà di qualcuno della casta. Specie  in periodo di pre campagna elettorale.

Ma di fronte alle esigenze della propaganda politica, il capo dello stato ieri ha messo un macigno: “la realtà delle carceri ci umilia in Europa”. E questo significa che è destinata a finire anche in Italia questa sterile polemica tra giustizialisti full e part time e che presto le esigenze del “fare” sovrasteranno quelle del “dire”.

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