Anatomia di una manovra

By Redazione

luglio 28, 2011 politica

La manovra contenuta nel decreto legge n. 98/2011, convertito con la legge n. 111/2011, s’inserisce in un contesto economico assai complesso e delicato.La crisi economica originata dalla diffusione di titoli derivati nel 2007 si è lentamente diffusa raggiungendo gli stati europei condizionando i rispettivi mercati finanziari. A riguardo, sia la Comunità Europea sia la Banca Centrale hanno inviato, mediante atti formali, indirizzi ben precisi di natura economico-giuridica agli Stati Membri per contenere i rispettivi debiti pubblici e monitorare la salute delle borse e la liquidata delle proprie banche. Tali esortazioni appaiono necessarie al fine di evitare nuovi default dopo quelli della Grecia e dell’Irlanda.

In particolare, la Comunità Europea ha invitato l’Italia a raggiungere il pareggio dei conti pubblici entro il 2014 per garantire stabilità nei mercati europei e per contenere indebitamento. La ratio di un siffatto indirizzo fornito dall’Unione Europea trae origine dai dati allarmanti riguardanti l’Italia (i dati sono tratti da Il Sole 24 ore, giovedì 21 luglio 2011). Si tratta del rapporto debito/Pil pari al 120, 3% (la Grecia è al 152,3% e la Germania è al 80,1%) e del rapporto deficit/Pil pari al -4,3% (la Grecia è al -7,4% e la Germania è al 2,3%).

Oltre ciò, la manovra economica è stata approvata tra le questioni politiche all’interno del PDL e le dibattute vicende giudiziarie che interessano parlamentari e politici locali di ogni colore. Le considerazioni descrivono un contesto assai complesso e risultano, a mio avviso, preliminari per leggere i dati essenziali della manovra economica.

Venendo, però, alla manovra sono necessari, per comprenderne l’essenza, alcuni cenni. In primo luogo, si evidenzia il primo articolo che impone l’equiparazione delle indennità dei parlamentari italiani alla media europea. Si riconosce l’elevata indennità dei parlamentari. Invece, con l’art. 2, si riduce il costo delle “auto blu” con la riduzione della cilindrata. Con l’art. 5, a partire dal 2012 si richiede la diminuzione delle spese pari ad un taglio del 20% delle magistrature ordinarie, magistrature speciali e delle autorità amministrative indipendenti (Banca d’Italia, Consob, Isvap, Agcom, Antitrust, etc.). In effetti, i primi tre articoli richiamati dispongono la riduzione delle spese di enti o strutture complesse della politica o dell’alta pubblica amministrazione, senza modificare o ridurre le risorse destinate alla spesa sociale del nostro stato. A una prima analisi tali disposizioni potrebbero apparire idonee allo scopo di adeguarsi al diktat dell’Unione Europea magari accompagnate da ulteriori tagli o riduzioni della spesa.

Proseguendo l’analisi della manovra, tuttavia, s’intravedono solo poche altre disposizioni simili a quelle già analizzate. Si riporta, ad esempio, l’art. 17 che impone una razionalizzazione delle spese sulla sanità pubblica e ancora razionalizzazioni sull’istruzione. I successivi articoli, invece, riguardano principalmente norme inerenti alla previdenza sociale. In particolare, si fa riferimento alle disposizioni sulla perequazione applicabili dal 2020 e l’adeguamento del trattamento pensionistico della donna, come prevedono le disposizioni comunitarie in materia. Oltre ciò, nella manovra economica sono presenti numerose disposizioni fiscali di carattere procedurale e sostanziale.

Si tratta, ad esempio, di:

– Norme che prevedono un costo aggiuntivo per ogni chilowatt per i mezzi a uso promiscuo.

– Nuove disposizioni concernenti i regimi minimi per i contribuenti partite iva che non raggiungono un fatturato superiore ai 30.000 euro.

– Disposizioni inerenti alle perdite contratte dalle società di capitali in materia di IRES.

– Agevolazioni fiscali per le nuove capital venture.

Per quanto riguarda, invece, le disposizioni in materia fiscale di carattere procedurale si ricorda quanto segue:

– Rinvio dell’applicazione dell’accertamento esecutivo al primo ottobre 2011 (con il decreto sullo sviluppo n. 78/2010 era fissato al 1 luglio 2011).

– Presentazione di un reclamo obbligatorio presso l’Amministrazione Finanziaria per avvisi di accertamento sotto i 20.000 euro.

– Revoca d’ufficio delle partite iva per inattività oltre i tre anni.

Sostanzialmente tutte le novità introdotte e sinteticamente riportate rappresentano il corpus della manovra. Con ciò si vuole evidenziare la superficialità della legge in commento circa la riduzione della spesa strumentale e non della spesa sociale. Con la prima si vuole indicare la spesa necessaria per sostenere costi strumentali degli enti pubblici statali e locali. Con la seconda, invece, s’intendono tutti quei costi necessari per garantire i servizi pubblici. Non colpisce, pertanto, la reazione negativa dei mercati internazionali e nazionali al momento del varo della manovra economica. Tale reazione indica il malessere dei mercati per gli interventi che lo stato italiano poteva fare e non ha fatto, non riducendo sostanzialmente la spesa strumentale.

In questo senso l’adeguamento delle indennità dei parlamentari, sotto il profilo contabile, non aiuta a far crescere la stima delle agenzie di rating e delle istituzioni europee. In effetti, al momento, ogni anni i parlamentari costano circa 140 milioni di euro. Tra rimborso spese e sistema previdenziale circa 1 miliardo (i dati sono tratti da uno speciale condotto da Il sole 24 ore). Infatti, i dubbi riguardano principalmente i numerosi benefits che i parlamentari sfruttano: rimborsi spese, diarie auto di servizio, viaggi etc. In questa sede non si vuole criticare l’alta funzione che essi svolgono per conto dei cittadini, tuttavia, in epoca di rigore di conti pubblici sarebbe necessario diminuire la spesa senza alterare la spesa sociale.

Non solo. Nella manovra è assente una riforma del sistema pensionistico dei parlamentari. In base al sistema vigente si applica ai parlamentari un sistema retributivo. In altri termini, scaduto il mandato o con un mandato parziale, il parlamentare ha diritto ad una indennità pensionistica perpetua di poco inferiore alla indennità come parlamentare. Ciò determina un elevatissimo costo per i conti pubblici e rappresenta una sostanziale e palese ineguaglianza verso l’intero panorama di pensionati. Infatti, a decorrere dal 1995 (riforma Dini) è stato lentamente applicato il sistema previdenziale contributivo. Con tale metodo il lavoratore versa periodicamente, mediante diverse aliquote previdenziali, una quota alla propria cassa previdenziale di riferimento nel periodo lavorativo. La pensione, in tale caso è calcolata sommando le quote versate nel periodo lavorativo, c.d. montante, aumentate con il sistema attuariale. Sintetizzando: ciò che ho versato nel pensionamento riprendo. Ciò non accade per quanto riguarda il sistema pensionistico dei parlamentari. Convertire il sistema retributivo in contributivo per i parlamentari comporterebbe una drastica riduzione dei costi strumentali senza ridurre la spesa sociale o aumentare il gettito con maggiori aliquote IRPEF. A onor del vero si deve rammentare che vi sono ulteriori costi della politica che potrebbero essere ridotti e che non compaiono minimamente nella manovra in parola.

Si tratta delle indennità, dei rimborsi spesa, delle diarie e delle macchine di servizio dei membri dei consigli della regione, provincia e comune e dei membri dei rispettivi esecutivi. Anche in questo caso è necessario un approfondimento. In effetti, un consigliere regionale oltre alla indennità annuale che mediamente ammonta a circa 100.000 euro, ha diritto a rimborsi e diarie, nonché se presidente o vicepresidente ad una indennità ulteriore. Oltretutto, se è capogruppo ottiene ulteriori risorse economiche. I membri dell’esecutivo della regione, invece, oltre ad un’indennità, anche in questo caso mediamente pari a circa 100.000 euro, hanno diritto alla macchina di servizio, gabinetto e staff. Venendo, poi, alle province riemergono i dubbi sulla loro utilità, considerate le spese per consiglieri, macchine, palazzi, utenze in rapporto alle funzioni che esse svolgono. Ma qualcuno ha interesse ad eliminare posti per politici esclusi o posti di lavoro da promettere? Ovviamente è una domanda retorica. Si giunge, così, ai comuni. In questo caso i costi sono decisamente contenuti. Il bilancio complessivo degli organi politici nazionali e locali è disarmante. Vi potrebbero, infatti, essere dei risparmi considerevoli, senza alterare gli investimenti e i costi della spesa sociale. Basterebbe ridurre del 20% i costi della politica in generale per ottenere un risparmio pari ad una finanziaria leggera.

Ma le inefficienze dei conti pubblici, che non sono state affrontate doverosamente da questa manovra, sono altre. La legge in commento, all’art. 5 già analizzato, parla di riduzione dei costi delle autorità amministrative indipendenti. Appare per i più attenti un obbligo generico che non affronta il problema. Le autorità suddette, in effetti, svolgono funzioni delicate nel mercato bancario, assicurativo o finanziario, e i tagli così come previsti potrebbero riguardare la pianta organica o le spese di utenza e non i vari privilegi. Il punto critico anche in questo caso riguarda le indennità. Ogni autorità ha un presidente che guadagna oltre i 300.000 euro. A ciò si aggiungono i membri del CDA o dell’esecutivo di nomina politica che hanno quasi lo stesso trattamento. Inoltre, si aggiungono macchine di servizio, rimborsi spese e diarie, uguali ai trattamenti economici dei parlamentari. La norma in questione, quindi, non affronta decisamente il problema. Si rammenta, poi, che tali autorità amministrative hanno una direzione generale e delle direzioni specifiche. Genericamente tali incarichi sono ricoperti da dirigenti di prima fascia che percepiscono indennità pari o superiori a 300.000, con relativi rimborsi spese, diarie e macchine di servizio. Anche in questo caso si può ridurre la spesa strumentale senza aumentare accise a benzina, tabacco e quant’altro.

Vi sono, come anticipato sopra, i costi, dunque, dell’alta amministrazione che non sono stati per nulla toccati dalla manovra de qua. I dirigenti dello stato o delle amministrazioni locali di prima fascia, percepiscono alte indennità per alte funzioni svolte. Sull’argomento nulla questio. Anche i dirigenti di seconda fascia percepiscono elevate indennità fino a circa 100.000 euro, inclusi i vari benefits. Una manovra strutturale avrebbe dovuto ridimensionare tali indennità, in virtù delle circostanze e dello stato dei conti pubblici. Anche in questo avremmo ottenuto una minifinanziaria che avrebbe giovato alla ripresa economica del paese.

Sempre in materia di costi della pubblica amministrazione è necessario approfondire il tema della gestione. In effetti, non v’è una norma efficace che regoli il controllo della spesa della pubblica dell’amministrazione. I tentativi della Corte dei Conti, considerate per esempio le sanità locali, sono inutili e non portano ad un risultato numerico accettabile. Non esiste un controllo di gestione interno che verifichi l’effettiva efficienza della p.a., sia in materia di raggiungimento degli obiettivi sia per i costi sostenuti per il raggiungimento di un determinato risultato. In parole povere al momento può essere così sintetizzata la situazione: per raggiungere x vi sono due scelte che conducono al risultato x: a, che costa 80 e b, che costa 100. Il dirigente, a parità di condizioni, che sceglie 80 è considerato un amministratore virtuoso. Il dirigente che sceglie 100 continua ad essere un dirigente! Danno erariale e commissariamento non riescono risolvere, di fatto, il problema.

Un ultimo punto necessario, al fine di comprendere lo stato attuale dei conti pubblici italiani, riguarda lo stato del patrimonio immobiliare in uso e in disuso in tutto il territorio nazionale. Il Ministero delle Finanze non rende noto il dato ufficiale. Tuttavia, secondo varie fonti, ammonterebbe a centinaia di miliardi di euro. In particolare ci si sofferma sugli immobili in disuso o concessi a titolo gratuito (pensare, ad esempio, che solo nella regione Lazio un ente predisposto per il censimento del patrimonio immobiliare in disuso (Gepra spa) ancora non ha terminato l’anagrafe completa, ricordando che tale censimento è stato iniziato dalla giunta Storace!).

Anche in questo caso sarebbe necessario maggiore coraggio e sacrificio per mettere in economia gli immobili in disuso mediante asta ottenendo le risorse per migliorare il paese. Il panorama complessivo dei conti pubblici non è uno dei più rassicuranti e ciò, come già spiegato, non ha pienamente convito le istituzioni europee e le agenzie di rating. In effetti, il messaggio della classe politica appare chiaro. I tagli devono essere fatti ma non da noi!

Così vincono il provincialismo e il particolarismo e si giunge sull’orlo del burrone, come hanno dimostrato le recenti cadute della borsa italiana in meno di due settimane. I costi stratosferici della politica e della pubblica amministrazione inducono, quindi, ad alcune considerazioni. In primo luogo, appare evidente che non sono stati eliminati le inefficienze e gli sprechi, determinando una ridotta allocazione delle risorse. Diminuendo i costi strumentali e gli sprechi si potrebbero ricavare nuove risorse, ad esempio, per investire sulla ricerca e sullo sviluppo economico. Sul punto lo stato italiano ha una bassa crescita causata, come visto, da scarsi investimenti.

La crisi economica potrebbe rimettere in discussione le priorità del paese e del governo attuale. In effetti, si potrebbe dire che in questo caso la crisi potrebbe avere degli effetti positivi. In altri termini, permetterebbe di individuare sprechi che prima non erano tali ed eliminare benefits inappropriati. La crisi, dunque, esorta a una maggiore responsabilità dell’esecutivo e del parlamento, nonché degli enti locali. Uscire dalle logiche di partito e dai colori politici convenzionali per razionalizzare le risorse, che non ha nulla a che vedere con i soliti e superficiali tagli lineari che colpiscono un po’ tutto, appare la chiave di volta per reperire maggiori entrate, senza gravare sulle spalle dei soliti contribuenti coatti (lavoratori dipendenti o pensionati) e investire sui settori più importanti del nostro paese. In sintesi, s’individuano due aspetti fondamentali. Con il primo, che è preliminare al secondo, si suole indicare la regolarità contabile che mira al pareggio dei conti, in base a tutte le considerazioni svolte sopra.  Il secondo, invece, attiene allo sviluppo. Non si può uscire dalla crisi solo mantenendo in regola il bilancio dello stato, bensì è necessario distribuire le risorse per sostenere i settori colpiti dalla crisi e per allentare la morsa del fisco.

La seconda e ultima considerazione attiene alla concezione del bene comune. In effetti, in base ai rilievi effettuati in precedenza, non può essere giudicata positivamente la manovra economica. Uno dei motivi del giudizio negativo attiene, per l’appunto, al bene comune. Nella legge in commento, traspare una serie disordinata di norme che riguardano molti aspetti del mercato, della previdenza e del fisco. Tale superficiale formazione è dovuta ai troppi e molteplici compromessi che ha dovuto affrontare la manovra prima di essere varata. Il risultato, secondo le citate considerazioni, è scontato. Si tagli un po’ tutto senza dar fastidio ad alcune zone protette. Ciò è totalmente lontano da un’idea di bene comune concreta. Si sostanzia, invece, nel proprio contributo perché il cittadino possa giovare di migliori condizioni e possa avere strumenti per la propria iniziativa non solo in ambito economico, ma anche in ambito sociale, culturale e sportivo. L’assenza di una siffatta concezione impantana lo stato italiano che da molti e, forse, troppi anni non cresce come i più importanti paesi dell’eurozona.

La crisi, pertanto, ci invita a riflettere sulle priorità del nostro paese che evidentemente non possono essere racchiuse né in interessi di un colore politico né in una manovra inadeguata per il debito e il deficit.

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