Legge elettorale: la lunga strada del Pd

By Redazione

luglio 27, 2011 politica

Che i sistemi elettorali siano un tema caldo si sa, e visti i colpi bassi che centro-destra e centro-sinistra si scambiano ogni volta che si parla di modificarli ciò appare evidente anche a un profano della politica. Il tema della riforma elettorale è latente in ogni agenda di governo: può passare inosservato per mesi, ma regolarmente torna a fare capolino generando scompiglio tra e – a quanto pare – nei partiti.

In questo caldissimo mese di luglio si è assistito a uno scontro particolarmente duro in casa PD: a darsi battaglia proprio su questo tema da una parte i veltroniani, dall’altra i dalemiani. I primi (in particolare Parisi e Castagnetti), appoggianti dalla Bindi, IDV e Vendola, sostenevano la necessità di un ritorno alla vocazione maggioritaria passando per un referendum che abrogasse gli esiti proporzionali del Porcellum; i secondi, e soprattutto Passigli, erano invece sfavorevoli al maggioritario e promuovevano forti correttivi all’attuale legge elettorale. A complicare la mediazione tra le due correnti è stata soprattutto la richiesta di referendum avanzata dai sostenitori del maggioritario, riguardo alla quale il segretario Pier Luigi Bersani si è limitato a dichiarare che “ci sono cose che toccano alla società civile e cose che toccano ai partiti”, invitando non troppo velatamente i suoi compagni di partito ad assumersi le proprie responsabilità senza ricorrere all’escamotage della volontà popolare.

Dopo due settimane di dichiarazioni e smentite, l’indicazione arrivata dall’ultima direzione nazionale del PD è di proporre la riforma della legge elettorale entro il 30 luglio e calendarizzarne la discussione in aula entro il 30 settembre [insieme a un’altra trentina di altri progetti di legge tuttora in sospeso, n.d.r.] . Sui contenuti della riforma, tuttavia, le componenti dei democratici sembrano essere ancora divise nonostante l’ODG approvato a maggioranza il 19 luglio parli di  un “sistema maggioritario con collegi uninominali a doppio turno, recupero proporzionale su base circoscrizionale e una piccola quota nazionale come diritto di tribuna”. Tralasciando il fatto che il documento prevedeva inizialmente una ripartizione dei seggi al 65% maggioritaria e al 30% proporzionale (il restante 5% era la “piccola quota nazionale come diritto di tribuna”), percentuali che poi sono state cancellate per permettere un margine di negoziazione con le altre forze politiche e per svincolarsi dalla probabile critica di voler tornare al Mattarellum (le cui percentuali erano molto simili, rispettivamente 75% e 25%), tale ODG ha registrato i voti contrari di Parisi, Santagata e Zampa; perdipiù, negli ultimi giorni continuano a tenere banco due proposte di referendum che, sebbene sconfessate da Bersani, non aiutano certo a mantenere compatto il fronte democratico. Se sul sistema di voto, dunque, non si è ancora riusciti a mettere nero su bianco una proposta che metta d’accordo tutte le componenti, hanno invece goduto di largo consenso le modifiche di altri punti “dolenti” del Porcellum: ripristino delle preferenze ed eliminazione delle liste bloccate, no alle candidature doppie in più circoscrizioni e un’apposita norma “anti-Scilipoti” che vieterebbe di dare vita a nuovi gruppi parlamentari attraverso la modifica dei regolamenti delle Camere.

La strada del PD verso una riforma condivisa appare tutto sommato percorribile, nonostante i margini di manovra per mettere d’accordo i tifosi del maggioritario e quelli del proporzionale siano particolarmente ridotti. Quello che stupisce di tutto il dibattito, tuttavia, è l’assenza di un’analisi della ratio di ciascuno dei due sistemi: il maggioritario garantisce maggiore governabilità, mentre il proporzionale è più democratico perché è più rappresentativo, ma siamo sicuri che mescolando le carte si ottenga una soluzione equilibrata? L’esperienza del Mattarellum, sistema misto che doveva favorire il bipolarismo, ha dimostrato come le coalizioni tra i partiti siano state dei giganteschi carrozzoni elettorali che di equilibrato avevano ben poco. Anche se la riforma proposta dal PD non è del tutto un ritorno al Mattarellum, ed è pur vero che prevedere gli esiti di una legge elettorale a priori è assai difficile, sarebbe comunque auspicabile che, oltre alle richieste dei dalemiani e dei veltroniani, venisse messa sul piatto anche la necessità del Paese di avere un sistema elettorale che funzioni.

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