Genesi di una Iron Lady

By Redazione

luglio 27, 2011 Esteri

L’esperienza politica di Margaret Thatcher è oggetto di analisi viziate ideologicamente e, molto spesso, non del tutto morigerate. Lo storico inglese del King’s College di Londra, Richard Vinen, afferma che la letteratura in merito al decennio Thatcher sia piuttosto magra, da un punto di vista storiografico, e che c’è tanto lavoro da fare. La presente riflessione non vuole arrogarsi il diritto di contribuire ad un esame storico della realtà governativa della Iron Lady poiché sarebbe pretestuoso nei confronti di chi queste cose le studia seriamente e con professionalità, quanto piuttosto affermare i risvolti politici interni, ma soprattutto ideologici che hanno contraddistinto gli esecutivi della Thatcher, facendo attenzione nel non cadere negli stereotipi.

La comprensione del particolare atteggiamento politico di Margaret Thatcher esige un passo indietro, ovvero un’indagine sintetica e significativa sulla condizione politica, economica e internazionale del Regno Unito dalla fine della seconda guerra mondiale, fino al termine degli anni ’70 con il famigerato: “Winter of Discontent”. La Gran Bretagna esce dalla guerra vittoriosa, ma profondamente provata da un punto di vista economico, quindi sociale dallo sforzo bellico. La vittoria laburista nel 1945 mette in evidenza le conseguenze profonde che quattro anni di guerra, sacrifici e privazioni hanno lasciato sui cittadini britannici. Gli anni della guerra hanno contribuito ad un effetto livellante, creando nella popolazione un’atmosfera di altruismo e unità che sono risultati, evidentemente, utili al partito laburista.

La guerra ha legittimato inoltre gli ideali che i laburisti hanno coltivato da tempo circa il ruolo dello Stato nel miglioramento della condizione sociale del cittadino medio, quindi delle categorie svantaggiate. In un periodo di crisi nazionale, come quello immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, il governo ha mobilitato abilmente le proprie risorse per migliorare la vita di molti cittadini che hanno lavorato nell’interesse dello sforzo bellico. E’ stato facile proporre, come in effetti hanno fatto poi i laburisti, riforme sociali di ampio respiro. Così il voto del 1945 ha rappresentato più un rifiuto nei confronti delle politiche degli anni trenta, martoriati dalla depressione, piuttosto che un giudizio sull’eccezionale figura di Winston Churchill che ha guidato il paese nella sua “finest hour”.

Scrive saggiamente uno storico americano, William Hitchcock, riferendosi all’esperienza della battaglia d’Inghilterra: “Gli attacchi aerei [che hanno terrorizzato i cittadini di sua Maestà] ebbero l’effetto di rafforzare l’unità nazionale e di attenuare, almeno per un certo periodo, i contorni di quell’antagonismo di classe che definiva così profondamente la società britannica. L’esperienza del blitz fu terribile, migliaia di civili persero la vita, gli abitanti si ritrovarono sradicati e senza tetto; e però, all’apice dei bombardamenti, i sondaggi Gallup mostravano che l’80% dei cittadini aveva fiducia nella vittoria finale della Gran Bretagna”. Hitchcock aggiunge un giudizio di merito alla faccenda: “Per essere conservata, una tale lealtà doveva venire premiata”. La Gran Bretagna esce dal conflitto stremata, la sua economia è a pezzi: il Regno Unito si trova con un elevato numero di orfani e vedove di guerra, mentre la sua industria necessita un’importante riconversione in un momento in cui scarseggiano i beni di prima necessità, come il cibo, oppure il vestiario.

In questo contesto civile e di grande indigenza, i laburisti trovano il perfetto humus sociale nel quale attecchire e portare avanti le proprie istanze profondamente democratiche, per non dire socialiste, fatte di interventismo statale, garanzia massima dei diritti sociali, quindi attenzione nei confronti dei cittadini “from the cradle to the grave”. Cooperazione, aiuti e solidarietà sono i valori principali del partito laburista in questi attimi, il tutto ascrivibile nella relazione conclusiva di Sir William Beveridge, un liberale tecnocrate, nonché docente presso la London School of Economics, apparsa nel 1942 dal titolo “La previdenza sociale e i servizi connessi”.

Gli anni che hanno contraddistinto la politica economica britannica dal dopoguerra fino al termine degli anni ’70 sono stati segnati sostanzialmente dal keynesianesimo: l’attenzione spostata dall’economia della produzione dei beni a quella della domanda, una preferenza nei confronti della liquidità, quindi l’aumento della spesa pubblica per garantire la piena occupazione. Sono stati gli anni del cosiddetto “socialdemocratic consensus”, anni in cui la filosofia politica di base, fatta di interventismo statale alla continua ricerca del “fine tuning”, è stata condivisa sia dai laburisti che dai conservatori al governo in questo preciso momento storico. Il consenso del rapporto Beveridge (l’86% della popolazione è favorevole al piano) è stato unanime, benché i due leader della politica economica dei due maggiori partiti, il conservatore Rab Butler e il laburista Hugh Gaitskell, abbiano prestato il proprio nome alla formazione di un particolare termine satirico, espresso dall’Economist: “butskellism”; proprio per identificare la comune filosofia di governo fatta di riforme sociali moderate e progressismo.

Dal 1951 al 1965 la Gran Bretagna ha continuato a crescere ed espandersi. L’epoca dell’austerità è stata sostituita dall’età dell’abbondanza. Nessuno dei due partiti, ad ogni modo, ha saputo offrire una valida risposta per il periodo che ne sarebbe seguito: tre decenni di declino industriale, un settore pubblico sovrabbondante, croniche difficoltà nella bilancia dei pagamenti, inflazione, disoccupazione e relazioni sindacali più che agitate. Questi deplorevoli sviluppi sono da addossare, secondo Margaret Thatcher, all’esperienza negativa dei governi Attlee, ed infatti scrive nelle sue memorie: “Nessun paese democratico ha mai dato a una teorie di governo l’opportunità di essere messa al vaglio con maggiore correttezza, né l’occasione di condurre un esperimento così prolungato come è successo al socialismo democratico in Gran Bretagna. E tuttavia si è trattato di un avvilente fallimento sotto ogni aspetto.” E’ d’uopo chiedersi se la situazione politica ed economica sia stata tale, ovvero come viene descritta a tinte fosche dalla Thatcher.

Un detto inglese di particolare incisività recita: “Facts speak louder than words”; in questo caso, prendendo come riferimento questo aforisma, possiamo vedere gli anni precedenti alla Thatcher da un punto di vista delle cifre, quindi dei risultati concreti (“facts”), piuttosto che da un punto di vista politico, ideologico (“words”). Lo storico britannico, professore ad Oxford, di simpatie laburiste, Kenneth Morgan afferma che il reddito nazionale sia raddoppiato tra il 1948 e il 1976. Il livello di vita è migliorato per tutti, dal momento che la responsabilità di ogni bene di consumo è divenuto ormai una realtà; i salari netti sono aumentati, le ferie sono divenute un’abitudine e gradualmente si sono prolungate, così come sono migliorate l’educazione, le cure mediche e l’assistenza sociale. Considerate alla luce del bilancio degli anni venti e trenta, si tratta di conquiste notevoli.

Fondamentali sono le parole di Clement Attlee, primo ministro britannico laburista eletto nel 1945: “Ognuno dovrebbe godere della massima libertà possibile compatibilmente con la libertà degli altri. Ma c’è stato un tempo in cui i datori di lavoro erano liberi di far lavorare i bambini fino a 16 ore al giorno. Mi ricordo ancora di quando i datori di lavoro erano liberi di sfruttare le donne per cucire le rifiniture dei pantaloni a un penny o mezzo penny il paio. C’è stato un tempo in cui si era liberi di trascurare le norme igieniche, così che migliaia di persone morivano per malattie che avrebbero potuto essere prevenute”. Lo storico statunitense Hitchcock afferma, riferendosi alla situazione politica del dopoguerra europeo: “Il fatto che altri paesi riuscirono altrettanto bene, e perfino meglio, non trasforma per questo in un fallimento l’esperienza postbellica della Gran Bretagna, né significa  che il governo laburista tra il 1945 e il 1951, che pose ampiamente le basi per la società del dopoguerra, porti la responsabilità degli insuccessi britannici”. Egli continua: “Al contrario, sotto certi aspetti esiste una notevole assonanza tra i discorsi di Margaret Thatcher degli anni ottanta e i temi evocati dai leader laburisti negli ultimi anni quaranta: la necessità di una rigenerazione nazionale tramite il lavoro, il senso del dovere, il sacrificio, l’etica cristiana, il patriottismo, l’idealismo, l’onestà e l’integrità”.

E’ giunta l’ora della Iron Lady: in quale contesto politico s’inserisce? Ancora meglio, quali sono le condizioni che favoriscono la sua elezione nel 1979 e quindi il suo governo fino al 1990? La Gran Bretagna della fine degli anni ’70 si trova in una profonda crisi interna, economica e sociale. Possono essere individuati quattro fattori identificabili il particolare momento storico corrente che testimoniano il sostanziale declino britannico. Che cosa non va con l’economia britannica? Innanzitutto il sostanziale fallimento della “economia della domanda”, quindi dell’economia keynesiana, fatta di espansione monetaria, conseguente inflazione (particolarmente alta in questo periodo) e quindi l’incapacità del Regno Unito di attrarre nuovi capitali, capaci di produrre lavoro, ma soprattutto ricchezza e aumento concreto del PIL.

Un secondo fattore è rintracciabile nella questione dei sindacati, una forte pressione emanata dalle Trade Unions nei confronti dei governi di ambo i partiti, puntando gli sforzi in maniera eccessiva sulla piena occupazione, con un graduale danno alla crescita del paese. Hitchcock scrive: “I sindacati resero certamente difficile la vita ai governi britannici, ma avevano fatto semplicemente il proprio lavoro: cercare di ottenere condizioni migliori per i lavoratori. E’ al governo che deve andare la colpa per aver ripetutamente ceduto alle richieste sindacali”. Un altro problema che tutti i governi inglesi si sono trovati ad affrontare è stata la responsabilità nei confronti della cosiddetta “area della sterlina”. I britannici hanno pensato che l’area della sterlina stesse conferendo prestigio al loro paese, in quanto leader di un blocco commerciale. Sfortunatamente, questo sistema ha richiesto anche agli inglesi di fissare il valore della loro moneta nei confronti del dollaro al tasso prestabilito di 2,80 dollari per sterlina.

Questa politica monetaria forte ha colpito le esportazioni britanniche rendendole inutilmente costose. L’ultimo punto negativo che contraddistingue il Regno Unito in questo momento è dato dalla sua particolare vulnerabilità ogni qualvolta avvenga una crisi economica internazionale, due esempi su tutti: la svalutazione della sterlina dopo la crisi di Suez nel 1956 e la crisi energetica con il cartello dell’Opec nel 1973. All’inizio del 1979, il paese sembra sul punto d’impazzire con una catena di scioperi selvaggi e incontrollati: gli operai del settore automobilistico, i pompieri, i camionisti, dunque gli insegnanti, il personale del settore sanitario, gli operatori della nettezza urbana, perfino i becchini. E’ stato così che il Regno Unito s’è trovato con i rifiuti non raccolti ai margini delle strade, dunque i morti che non sono stati seppelliti, o cremati e tutti gli altri servizi che hanno funzionato ad intermittenza. Sulla stampa sono stati spesso evocati i versi di Riccardo III di Shakespeare: “Now is the winter of our discontent”. Il 28 marzo 1979 il governo laburista subisce un’umiliazione finale, perdendo il voto di fiducia nella House of Commons, per 18 anni consecutivi i laburisti non sarebbero più tornati al potere.

L’avvento al potere della prima donna premier britannica ha segnato la storia non solo del proprio paese, o dell’Europa stessa, ma ha contrassegnato la storia del mondo intero: non è una esagerazione. Il binomio Thatcher-Reagan ha significato l’avvento della filosofia neoconservatrice della destra liberale, di origine vittoriana, in Occidente, marcando in modo definitivo un nuovo “zeitgeist”, per dirla alla Herder, fatto di meritocrazia, capitalismo popolare, individualismo, liberalismo tory, responsabilità, autocontrollo e moderazione: virtù tipiche dello spirito borghese tardottocentesco; nella figlia del droghiere di Grantham queste qualità, così tipiche della classe media di quella “nazione di bottegai”, come ha avuto a dire Napoleone, hanno significato il cuore della sua etica governativa.

Scrive lo storico italiano Paolo Viola al riguardo: “La Thatcher incarnava una visione moderna di destra del puritanesimo inglese: il compenso individuale degli sforzi, del lavoro di ciascuno, il senso della durezza della vita, la centralità del destino individuale. Allo stesso tempo rappresentava l’Inghilterra benestante del su-est, intorno a Londra, che non voleva farsi più carico delle zone deindustrializzate e depresse del Nord.” Secondo Francesco Forte, docente di Scienze delle Finanze alla Sapienza, nonché ex-socialista e Ministro delle Finanze sotto il quinto governo Fanfani, è dell’opinione che le posizioni di Viola siano “ingenerose e distorcenti”. “La farfalla di ferro” continua Forte: “in realtà, non voleva farsi carico di un sistema sbagliato che perpetuava siffatta situazione. Desiderava porvi rimedio, mediante il senso di responsabilità individuale, l’arretramento dell’assistenzialismo statalista, la riconquista della stabilità monetaria, il ristabilimento dell’economia di concorrenza”. L’importante enfasi posta dalla Thatcher sulla libertà in ambito economico, quindi sul senso di responsabilità della propria persona e del proprio portafogli, non deve essere confusa in materia di laissez-faire in materia di condotta morale, personale e sessuale.

L’Iron Lady è schierata contro lo stato che toglie all’individuo ogni responsabilità e simultaneamente contro la “società permissiva”, che emerge in una malintesa concezione liberale, quella dell’indifferenza etica e della libertà come licenza di fare qualsiasi cosa. Nella analisi thatcheriana, così vicina ai conservatori vittoriani classici, cari a Weber e la sua etica protestante, tale lassismo morale comporta la negazione del risparmio e del lavoro, la dissoluzione della famiglia e, alla fine, anche la povertà individuale e la stagnazione economica; sicché l’alcolismo, la droga e la prostituzione sono sinonimi dell’insuccesso umano, la miseria la sua condanna, il degrado la condizione del suo fallimento e l’infelicità lo spettro tipico della paura degli anglosassoni (non per questo nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America è menzionato proprio il diritto alla “pursuit of Happiness”). Il monetarismo come battaglia anti-keynesiana della Thatcher non è stata esclusivamente una battaglia in campo economico. La sua visione etica dell’economia, riconducibile al pensatore liberale classico Friederich Von Hayek (per cui la libertà economica è la prima delle libertà da cui scaturiscono successivamente tutte le altre), determina un duro attacco all’inflazione: “[Quest’ultima] distrugge le nazioni e le società esattamente così come fanno gli eserciti invasori. L’inflazione è genitrice della disoccupazione. Essa è il ladro non visto che deruba di ciò che si è risparmiato”.

Di pari passo all’attacco alle spinte inflattive, la riduzione delle tasse ha consentito ai contribuenti di usufruire di un maggiore reddito da lavoro, creando così un incentivo a lavorare di più per produrre nuova ricchezza. La rinascita dello spirito di competizione avrebbe, a sua volta, condotta a un nuovo slancio nell’attività economica. In verità, tutti i governi Thatcher hanno conosciuto livelli di disoccupazione particolarmente elevati, di pari passo ad una forte e crescente disparità sociale, con i ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. La maggioranza dei disoccupati proviene in questo momento dai vecchi settori, come l’industria pesante e manifatturiera, e da altri settori privatizzati con esubero di forza-lavoro.

Per oltre un decennio la signora Thatcher ha dominato la scena politica britannica. Ha assunto la carica di premier animata dalla grande ambizione di riformare la Gran Bretagna, liberando le forze creatrici del libero mercato, riducendo la presenza dello stato nella vita dei cittadini. Nel campo a cui il premier ha dato maggiore risalto, l’economia, la Thatcher ha potuto vantare alcuni risultati significativi. Durante gli anni ottanta, la crescita del pil si è attestata a una media annuale del 2,1%, non proprio una crescita robusta, ma nella media europea. Alla fine del decennio, la crescita ha ormai raggiunto il 4%. Nel 1988, il pil è stato del 21% superiore a quello del 1979. L’inflazione, il principale nemico del thatcherismo, è stata contenuta benché non fosse scomparsa. In generale la ricchezza, anche se accentrata, ha subito un aumento sostanziale. Dopo il 1983 il reddito personale disponibile è aumentato di circa il 3% l’anno. Gli ultimi anni ottanta, per concludere, sono stati un periodo di prosperità senza precedenti per la Gran Bretagna, con dei costi sociali significativi.

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