La questione iraniana

By Redazione

luglio 25, 2011 Esteri

La questione Iran ha perso progressivamente di rilevanza sulle pagine dei giornali nostrani, ma nelle redazioni e negli uffici governativi di mezzo mondo il discorso è tutt’altro che chiuso. C’è un gran vociare intorno. Si attende qualcosa che da un momento all’altro possa ridisegnare i rapporti di forza regionali e non è facile azzardare previsioni. Gli ingredienti sono sempre quelli, ma l’equilibrio resta precario. Il nucleare, la rottura del presidente Ahmadinejad con il regime, Israele, Washington e il ritiro da Kabul, la primavera araba, Riyad, le aspirazioni regionali che conseguenze avranno sulla politica di Teheran nei prossimi mesi?

Nella regione mediorientale, da Israele all’Afghanistan, tutto passa sotto l’occhio vigile della Repubblica Islamica. Nel nord-est dell’Iraq 5.000 soldati iraniani combattono, ormai da una settimana, contro i membri del Partito Vita Libera del Kurdistan (PJAK). Le Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC), i Pasdaran sono penetrati per diversi chilometri nel territorio iracheno, attaccando le aree di Sune, Ali Rese, Dolie Koke, Sehit Ahyan, Sehit Harun e Zalle, zone di montagna che avvantaggiano la guerriglia curda: l’offensiva sarebbe costata fin ora a Teheran circa 180 morti. La crisi non sembra innescare ripercussioni internazionali ed è proprio questo aspetto che spaventa molti, soprattutto le popolazioni curde che temono di essere dimenticate. Stati Uniti, Arabia Saudita e governo iracheno evitano di parlare della questione per non sollevare altre tensioni.

Le attività del PJAK hanno inizio in aprile, quando i combattenti curdi e le forze di Teheran si scontrano nella valle Koslan vicino alla città di Kahmiran nel nord-ovest dell’Iran. Secondo le autorità sciite, queste sarebbero il risultato di un preciso progetto politico del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (KDPI) di destabilizzare le aree a maggioranza curda. Il loro obiettivo sarebbe quello di utilizzare il 13° anniversario dell’assassinio di un importante politico curdo ed ex capo KDPI per fomentare caos. Le motivazioni ufficiali che hanno costretto l’Iran a intervenire sono di puro ordine interno. Ecco perché l’impiego dei guardiani della rivoluzione che prendono inizialmente il controllo degli edifici pubblici e minacciano poi le popolazioni di Sardasht, Boukan, Mahabad, Saqqez e Oshnaviyeh.

Queste sono le cause ufficiali della crisi. Tuttavia, l’incursione iraniana potrebbe avere ragioni più profonde, legate ai rapporti di forza dell’area, al ruolo statunitense e saudita. Teheran starebbe cercando di intimidire il governo regionale iracheno del Kurdistan (KRG), la fazione da sempre contraria al ritiro USA dal Paese, in modo da bloccare le trattative in corso tra governo di coalizione di Baghdad e Washington. L’influenza iraniana tra gli sciiti al governo e i gruppi estremisti iracheni (Muqtada al-Sadr, frangia dell’Esercito del Mahdi) è chiara già da tempo, ma non sembra bastare più. Gli USA vogliono mantenere una divisione di almeno 10.000 unità da utilizzare come deterrente anti-iraniano. Teheran, da parte sua, non vuole una forte presenza militare statunitense in Iraq. I suoi funzionari hanno rivelato di essere disposti a trovare un accordo ma, al momento, sembrano avere più mezzi a disposizione per orientare le decisioni di Baghdad.

La distanza tra gli USA e le posizioni iraniane creano una situazione di stallo nei negoziati e poiché entrambe possono godere dell’appoggio di varie fazioni irachene, le difficoltà incidono sulla stabilità del Paese.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *