Il fallimento di Al Gore

By Redazione

luglio 25, 2011 Cultura

Dalla rivista statunitense “The American Interest” pubblichiamo la traduzione – curata da Irene Selbmann – dell’articolo “The Failure of Al Gore” scritto da Walter Russell Mead.

Deve essere tanto stupefacente per i suoi numerosi ammiratori quanto frustrante per se stesso, che un uomo come Al Gore, dai molti talenti, dalle grandi capacità e dalle forti convinzioni, sia uno dei più assidui perdenti della politica americana.

“Tutte le carriere politiche si concludono in un fallimento”, disse Enoch Powell. Gore non vince un’elezione per conto suo dalla sua rielezione al Senato del Tennessee nel 1990. La sua scommessa elettorale alle presidenziali del 1998 finì ben prima della candidatura. Molti esperti ritenevano che Gore fosse destinato alla sconfitta in una terza campagna per il Senato, dal momento che il sud continuava a svoltare verso i repubblicani; quando Clinton gli offrì la vicepresidenza, diede a Gore l’opportunità di raggiungere il grande pubblico mentre il suo Stato di provenienza gli voltava le spalle. Di nuovo per conto suo nel 2000, forte dell’uscita di Clinton con l’economia più scoppiettante e in espansione della storia americana e un comodo surplus nel budget, al riparo dalle insinuazioni e dallo scandalo della Casa Bianca grazie al suo matrimonio ancora vivace, trovò magistralmente il modo di perdere contro un contendente debole e inesperto. Il Tennessee votò per Bush. Florida o non Florida, Gore sarebbe andato alla Casa Bianca se quelli che lo conoscevano meglio e da più tempo fossero rimasti uniti nel sostenerlo.

Non più in servizio, ha assunto la leadership del movimento globale ambientalista, dirottandolo verso uno tsunami di sconfitte che, una volta ripuliti i rottami, incomberà come una delle disfatte più clamorose della storia della società civile.

Gore ha il tocco di Re Mida, ma al rovescio. Oggetti di grande valore (Premi Nobel, Oscar) al suo tocco diventano insipidi e cinerei. Pochi leader di celebri cause hanno avuto una macchina pubblicitaria più vasta e pervasiva di quella che Gore ha avuto per la sua difesa del clima. Osannato dalla stampa internazionale, idolatrato dall’industria mondiale dell’intrattenimento e dal Consesso Globale dei Grandi e Buoni, incarnato dal Comitato Premio Nobel, ha tuttavia visto il movimento stagnare da una sconfitta ingloriosa all’altra. La più recente, il fallimentare meeting sul clima globale, passato praticamente inosservato a Bonn. Il mondo ha guardato altrove, mentre l’agenda di Copenaghen esalava l’ultimo respiro.

Il movimento ambientalista globale è piuttosto incasinato. Il Protocollo di Kyoto è diventato sterile; quasi sicuramente morirà, e nulla andrà a sostituirlo. Non c’è alcuna possibilità di una legislazione cap-and-trade negli Stati Uniti di Obama, ed è a rischio persino l’autorità regolatrice dell’Environmental Protection Agency (EPA) sul diossido di carbonio. Il Brasile sta discutendo una legge sulle foreste che verrà accusata di aprire la via ad una nuova ondata di deforestazione in Amazzonia. La Cina sta smuovendo i vertici delle lobby ambientaliste, sospendendo un ordine multimiliardario alla Airbus in segno di protesta contro i piani di tagli alle emissioni dell’Unione Europea.

Non è facile pensare ad un fallimento recente in politica internazionale che sia stato così totale, così repentino e così umiliante. Due anni fa quasi tutti i capi di stato del mondo erano coinvolti con il programma di Al Gore; oggi sembra più probabile che si arrivi ad abolire le armi nucleari piuttosto che a stilare una bozza di trattato internazionale che limiti anche solo di un pochino le emissioni di diossido di carbonio.

Il tuffo dal trampolino del successo verso l’abisso del fallimento deve essere tanto spiacevole quanto familiare  per il campione del voto popolare del 2000. Nel suo ultimo saggio su Rolling Stone, dà la sua migliore analisi del perché continua a perdere. Pochi politici americani riuscirebbero a scrivere un saggio così esauriente e chiaro. Poche persone al mondo potrebbero attirare una tale attenzione verso le loro opinioni. Ma nonostante questo, i risultati di questo talento e di tanto sforzo sono esattamente gli opposti di ciò che l’ex vice presidente vorrebbe. Il saggio fa luce più sui suoi difetti che sui punti di forza ed esprime molto chiaramente che se la politica globale sul clima cambierà, allora Al Gore deve uscire di scena.

Iniziamo con una semplice questione di giudizio. L’ex vice presidente non è riuscito a cogliere la natura fondamentale del tipo di leadership che la causa della lotta al cambiamento climatico richiede. Il vice presidente Gore, come tutti quelli che aspirano a portare avanti grandi battaglie, deve conciliare la sua causa con la sua condotta. Ovvero, deve essere coerente con la grande causa che cerca di promuovere.

Non tutti i difetti di carattere sono inconciliabili con posizioni di grande responsabilità. L’amore che il Generale Grant aveva per il whiskey, non lo rendeva meno adeguato al comando. Altri capi di stato sono riusciti a raggiungere grandi successi ma hanno fallito nella loro vita privata. Franklin Roosevelt non era un buon padre né un buon marito; Edoardo VII era meglio come re che come uomo.

Ma mentre alcune forme di incoerenza, o magari di ipocrisia, possono convivere con un ruolo di potere, altre non ci riescono. Un predicatore televisivo può mangiare troppe patatine fritte, può guardare un sacco di tv spazzatura e trascurare i figli per rincorrere il successo. Ma non può lasciarsi andare a festini a base di droga in compagnia di gigolò e predicare la dottrina cristiana al tempo stesso. Il presidente di Mothers Against Drunk Driving (associazione delle madri contro la guida in stato di ebbrezza, n.d.r.) non può venire arrestata per guida in stato di ebbrezza. Il direttore dell’Internal Revenue Service non può essere un evasore fiscale. Il leader più in vista del movimento ambientalista non può vivere una vita di smisurati consumi, rilasciando nell’atmosfera molto più diossido di carbonio di tutti gli spreconi che accusa. Mr. Green non può essere anche uno ‘sputacarbonio’.

Puoi essere un leader ambientalista e non pagare le tasse. Puoi essere un leader ambientalista ed essere scortese con la tua anziana madre. Puoi essere un leader ambientalista e strizzare il tubo del dentifricio dalla metà, parcheggiare in un posto riservato ai disabili al supermercato o scarabocchiare parolacce sui libri della biblioteca.

Ma non puoi essere un leader ambientalista, che spera di guidare il popolo verso una lunga e difficile battaglia di sacrifici e cambiamenti radicali, se la tua condotta è così smaccatamente incoerente con il vangelo green che professi. Se il cuore del tuo messaggio è che il rischio del cambiamento climatico è così imminente e irreversibile che l’intero sistema politico e sociale del mondo deve cambiare, siamo sinceri, non puoi volare su jet privati. Non puoi possedere numerose ville. Non puoi neanche diventare enormemente ricco investendo in compagnie che trarrebbero enormi benefici se le politiche che sostieni fossero messe in atto.

Non è abbastanza pagare compensazioni per il carbonio emesso con la tua vasta ricchezza; non è abbastanza alimentare le tue lussuose ville con esotiche fonti di energia a basso impatto ambientale che il cittadino medio non potrebbe mai permettersi; e non è abbastanza sostenere che il jet ti serviva solo per promuovere il tuo film per la salvezza del pianeta Terra.

Stai chiedendo a miliardi di persone, la stragrande maggioranza delle quali non possiede neanche i servizi basilari che tu dai per scontati, che non si può permettere l’ambientalismo che promuove il cibo sano, di ridurre nettamente il loro già gramo stile di vita. Magari hai anche ragione, magari quei cambiamenti sono necessari. Allora tanto più dovresti vergognarti dal momento che, nonostante il tuo intuito e la tua preparazione siano superiori alla media, ti rifiuti di vivere una vita modesta. C’è un canto gospel che in qualche modo fa al caso nostro. Qualcuno in Tennessee ancora lo canta. Dice: “You can’t be a beacon if your light don’t shine”. Non puoi essere una lanterna se la tua luce non splende.

San Francesco d’Assisi lo aveva capito bene. Accompagnato dal Papa ad ammirare i tesori del Vaticano, San Francesco non ne fu per nulla colpito. “Pietro non può più dire ‘oro e argento non ho'”, sorrise il Pontefice, riferendosi alla storia tratta dagli Atti degli Apostoli che racconta di cosa disse San Pietro ad un mendicante storpio che gli chiese l’elemosina.

“Ma non può neanche dire ‘alzati e cammina’”, rispose San Francesco – citando quello che disse San Pietro quando curò miracolosamente il mendicante dalla sua menomazione. Puoi sederti su sedie d’avorio con i re, nelle loro stanze dorate, partecipando al mondo della politica come si è sempre fatto. O puoi vivere con i profeti e i visionari nella natura selvaggia, dando voce ad una più alta verità e a più profondi significati, che mettono in discussione le compiaciute certezze e le false credenze della solita, comoda élite. Non puoi fare entrambe le cose.

Al Gore non può dire: “oro e argento non ho e nessun carbonio in eccesso emetto”. E non può nemmeno dire ad un paralizzato movimento ambientalista globale “alzati e cammina”. Parla, scrive, parla ancora, e il movimento giace a terra, storpio e inerte.

La stampa, servile e vicina all’establishment, risparmia all’ex vice presidente le critiche al vetriolo e le malignità che riversa, invece, ai preti e predicatori la cui condotta personale ha contraddetto il senso profondo che anima i principi della loro missione. Gore non viene schernito come lo sono stati gli altri. Questo trattamento tenero fa male sia a Gore che agli ambientalisti. Non riesce proprio a capire quanto davvero sia limitante e compromettente il divario tra la propria condotta e il messaggio che vuole far passare. Gli ambientalisti non sanno che la sua presenza in qualità di volto del movimento serve solo a rendere più certa la débâcle politica.

Pensiamo a come gli scettici vedono Gore. Dice che la minaccia è imminente. È una situazione grave. È scattata l’ora x. I mari si innalzano, i coralli muoiono, i roghi divampano e le grandi siccità sono già iniziate. I segugi dell’Inferno sono sfuggiti al guinzaglio del custode e proprio in questo momento stanno correndo verso di noi, con le fauci spalancate e la bava alla bocca.

Ma per quanto il pericolo sia serio, Al Gore può consumare più diossido di carbonio che interi villaggi nei paesi in via di sviluppo. Può consumare più elettricità della maggior pare delle scuole in Africa, contrarre più debiti di carbonio con un viaggio in un aereo privato di quanto potrà mai fare in un intera vita la maggior parte della gente che lavora sodo ogni giorno. Padre di quattro figli, si permette di dare lezioni sul sovrappopolamento. Sicuramente, pensano gli scettici, se la minaccia fosse così grande come dice, e gli importi davvero di quanto afferma, il senso civico di Gore lo porterebbe a dare il buon esempio astenendosi coerentemente dai consumi. Questo generale dorme in una villa, e ai soldati dà lezioni perché vogliono le tende.

Quello che gli scettici capiscono da tutto questo, è che il vice presidente Gore non crede davvero nel vangelo che predica. Il fatto che i profitti della causa ambientalista che sostiene gli permettono questo suo stile di vita, non fa che aumentare il loro scetticismo sul messaggero, e quindi sul messaggio. E quando vedono che il resto del movimento ambientalista accetta questa evidente contraddizione, è naturale che la loro conclusione sia che gli altri leader ambientalisti non sono preoccupati come dicono. Lo stile di vita di Al Gore è una prova del nove per la credibilità dei suoi precetti – e fallisce. La tolleranza della leadership ambientalista dello stile di vita di Gore è un’ulteriore prova del nove – e i verdi falliscono anche in quella prova.

È molto probabile che il cittadino medio ritenga che se Mr. Gore continua ad avere quello stile di vita, la famiglia media americana può continuare ad avere il SUV e le lampadine ad incandescenza. Se Gore può prendere un charter, non è necessario che io prenda l’autobus. Se Gore può avere molte ville, io posso usare il vecchio tipo di doccia che lava davvero e un water che scarichi davvero. Al Gore si rivolge agli americani allo stesso modo in cui gli ambientalisti americani si rivolgono ai cittadini del terzo mondo: chiedendo ipocritamente agli altri di accettare standard di vita immutabilmente bassi rispetto a quelli che gli attivisti propongono per loro stessi.

Ci sono vangeli che possono essere predicati dai benestanti con la pancia piena. Ma l’ambientalismo radicale non è uno di questi. Se vuoi essere Savonarola, devi indossare il cilicio. Se vuoi un pubblico rogo delle vanità, devi dormire con l’armatura e gettare alle fiamme i tuoi tesori più cari. Ecco come si cambia il mondo. Ecco cosa si fa quando si crede che è in gioco il futuro dell’umanità, e la Provvidenza ha designato te come leader in battaglia.

Il  vice presidente pensa di poter quadrare il cerchio, ma non può. A volte la verità è scomoda. Mr. Gore deve trovarsi una nuova causa oppure un nuovo stile di vita. Non sono tra quelli che lo ritengono un ipocrita. Credo piuttosto che condivida la stessa illusione con i narcisisti letterati chic del nostro tempo: quella virtù politicamente così di moda cancella i vizi della vita privata. La celebrità di Hollywood imbottita di farmaci, con una vita personale fatta di un lungo elenco di promesse non mantenute e relazioni fallite, notoriamente invischiata in episodi ricorrenti di abuso di alcol e droga e che va e viene continuamente dai centri di recupero, si può redimere facilmente, mettendo la faccia per qualche causa stilosa e strampalata. Questi poser della moralità, dilettanti della virtù, sono versioni moderne di quei nobili medievali che, mossi dal senso di colpa, costruivano monasteri per espiare una lunga carriera di sangue, oppressione e scandalo.

Mr. Gore è sincero, come sono sincere le attrici contrarie alle pellicce, come sono sinceri tanti plutocrati e pezzi grossi con la mania delle ‘cause’. E forse è anche vero che chi raccoglie fondi, assolvendoli dai propri peccati in cambio di donazioni e pubblicità, sia sincero almeno quanto i venditori di indulgenze nella Germania di Martin Lutero. Non sto giudicando, caro lettore, e neanche tu dovresti. Possa ognuno di noi ricevere pietà quanto saremo soli, nudi e pieni di vergogna davanti al giudizio divino.

Nel Giorno del Giudizio, il vice presidente Gore potrà essere perdonato per il suo stile di vita, o magari no. Ma certamente non passerà il giudizio della politica americana. Ancora peggio, frequentando i letterati chic e indentificandosi così chiaramente con l’élite schierata contro il ‘popolino’, Gore fa un danno irreparabile alla causa che cerca di portare avanti. Il tallone d’Achille dell’ambientalismo in politica è sempre stato la sua associazione con l’aristocrazia del ‘lascia che il popolo muoia di fame ma salva i fagiani’. Lo stile di vita di Gore e il modo in cui pone il problema non fa che rafforzare la funesta associazione invece che indebolirla. Più i ricchi e benestanti lodano il suo eroismo ed esaltano il suo coraggio, più il popolo li guarda con sospetto e fa resistenza.

Aggiungiamo a tutto questo che il vice presidente insiste nel suo essere di parte – attaccando non soltanto i repubblicani conservatori, in disaccordo con lui sulla questione del clima, ma irridendo e disprezzando quei valori e quelle opinioni proprie di quella gente che lui spera (evidentemente) di persuadere – e questo dà agli scettici l’impressione che non sia serio.

Se Al Gore vuole davvero capire perché il movimento ambientalista globale è affondato, dovrebbe iniziare a guardarsi allo specchio. Anche Gaia può essere tradita con un bacio.

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