Coppa Davis: ancora il Cile

By Redazione

luglio 24, 2011 Cultura

E’ proprio vero che le tragedie della storia si ripetono sotto forma di farsa. Quando in quei giorni lontani di metà dicembre del 1976 (dal  venerdì 17 a domenica 19 più precisamente) l’Italia sfidò l’embargo internazionale per andare a giocarsi, e a vincere molto facilmente, la Coppa Davis a Santiago del Cile nelle piazze del Bel Paese dove il terrorismo di sinistra e la lotta armata erano già una realtà andavano di moda slogan come “non si giocano voleè con il boia Pinochet”.

D’altronde la memoria del golpe in cui restò ucciso, o più probabilmente si tolse la vita come è emerso dalle carte di questi giorni, l’ex presidente Salvator Allende, era fresco di tre anni. E nel 1976 l’Argentina avrebbe conosciuto a propria volta analoga tragedia con il golpe dei generali, morti ammazzati e desaparecidos compresi. Oggi che “torniamo sul luogo del delitto” ci si gioca molto più modestamente il rientro nella A della Davis da cui ci eclissammo ormai cinque anni orsono. Una sorta di ultima spiaggia della racchetta. Nel 1976 il tennis italiano era grandissimo, oggi, almeno quello maschile, è assai modesto e  prima dell’avvento della nuova speranza, Fabio Fognini, faceva quasi ridere.

E le manifestazioni nelle piazze si fanno per la crisi e contro il governo Berlusconi, non di certo per il tennis geo politico. E lo sport in questione, peraltro, non è più così popolare anche per la scelta suicida della Rai di lasciare tutto a Sky e di puntare su programmi volgari e di bassa qualità.

Nel 1976, grazie alla criticatissima cocciutaggine di Nicola Pietrangelli, che era il capitano non giocatore della squadra azzurra di Davis e che giunse a mediare e a convincere della bontà della scelta di giocare in Cile, in nome dello sport nazional popolare, persino il Pci di Berlinguer, vincemmo quella che rimane la nostra unica Coppa Davis nel palmares. Sarebbero in realtà a essa  seguite  altre tre finali : nel ’77, ’79 e nel 1981. All’epoca ci trovammo di fronte dei tennisti Carneadi come  Patricio Cornejo e Alvaro Fillol, battuti rispettivamente da Corrado Barazzuti per 75 46 75 61 e da Adriano Panatta per 63 61  63. Il punto finale lo conquistò il mitico doppio Adriano Panatta – Paolo Bertolucci per 36 62 97 63. Sempre contro Cornejo e Fillol, stavolta in coppia.

Il Cile all’epoca non aveva praticamente altri tennisti di serie A, e ufficialmente schierava questi giocatori: Aime e Alvaro Fillol, Patricio Cornejo e Belus Prajoux Nadjar. Poco più che dei dilettanti. I tennisti del Cile odierno, invece, sembrano più forti di noi, se non altro perché hanno a disposizione Fernando Gonzales, ex numero tre del mondo (adesso è sceso al 250 perché non ha fatto tornei negli ultimi due anni a causa di un infortunio), uno che ha quasi battuto Nadal in semifinale al Roland Garros e che è stato anche finalista a Roma e all’Australian open , soprannominato “mano de petra”, per il dritto micidiale e potentissimo che possiede. Oltre a lui il Cile schiererà l’ex oro olimpico Nicolas Massu, Paul Capdeville e Jorge Aguilar.

L’Italia invece negli incontri che si giocheranno tra il 16 e il 18 settembre prossimi contrapporrà loro probabilmente Fabio Fognini, Potito Starace, Simone Bolelli e Daniele Bracciali. Capitano non giocatore, altro ricorso storico, proprio quel  Corrado Barazzuti che vinse il primo singolare nella finale del 1976. Parlando oggi quei  “formidabili giorni”, Adriano Panatta ricorda quando di ritorno a Roma fu accolto all’aereoporto da cori come “Panatta miliardario, Pinochet sanguinario”. Erano anni terribili, ideologici, di piombo. L’ultima storia che si è scoperta è che in quello stesso stadio di Santiago dove tre anni prima erano stati ammassati i sindacalisti e i comunisti poi uccisi da Pinochet

(e che nel 1976 aveva ospitato la finale di tennis della Davis azzurra) ci sarebbe stato tra gli spettatori un latitante in quel momento famigerato in tutta Italia: Renato Vallanzasca. Pare fosse venuto per cercare rifugio in Sud America. E il Cile era un paese in cui in quegli anni non si guardava tanto per il sottile in cambio di soldi. A raccontare la storia ai giornali è stato recentemente Mario Campanella, giornalista, portavoce del Pdl Calabria, che nel 2004 realizzò, insieme alla strizzacervelli Maria Rita Parsi, una serie di interviste in carcere, a Voghera, all’ex bel Reneè dagli occhi azzurri. Recentemente “commemorato” anche nel film di Michele Placido. Secondo Campanella, “Renato Vallanzasca assistette alla finale di Coppa Davis Cile-Italia nel 1976. Imbarcandosi da Parigi sotto falso nome, andando a trattare con il regime cileno una latitanza che poi non si concretizzò..”

Ma nel lontano 1976 a dirla tutta, la vera finale che l’Italia vinse stra meritandosi  la Davis poi conquistata ufficialmente nella passeggiata passerella tanto contestata in Cile (squadra che era finita in finale a causa degli skretch dati a quasi tutte le nazionali che rifiutarono di incontrarla , ndr) fu in realtà la semifinale vinta al Foro Italico contro gli australiani. Era fine settembre di quel 1976 e la nostra nazionale vinse 3 a 2 in maniera rocambolesca. Barazzutti battè l’ormai anziano  John Newcombe per 75 61 64 e Panatta perse  invece contro John Alexander 75 63 64, in un incontro da dimenticare.

Il doppio composto da Panatta e Bertolucci sconfisse con facilità Newcombe e Tony Roche per 63 64 63. I due tennisti erano in verità delle leggende. Sì, ma degli anni ’60. La terza giornata si aprì con la vittoria di Alexander su Barazzutti al quinto set per 62 62 57 46 62. Mentre l’incontro decisivo tra Panatta e Newcombe fu interrotto per oscurità la domenica sera  e si concluse a favore dell’italiano il lunedì con questo risultato: 57 86 64 62 .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *