Tolto il compagno, resta il comunista

By Redazione

luglio 22, 2011 politica

Se siete persone normali e incontrate Vendola per strada, potete chiamarlo “presidente”, o “governatore” (fa più figo). Oppure “Nichi”, se siete in confidenza; magari “dottore”, per evidenziare la sua formazione. Con “signor Vendola” dovreste andare sul sicuro. Se siete di sinistra, invece, per voi potrebbe essere maledettamente importante scegliere tra “compagno” o “amico”. A lui è bastato un accenno contro la prima opzione per scatenare il finimondo sul web (forse anche nelle sedi di Sel, almeno dove c’è ancora qualche anima viva che le frequenta), anche se poi è tornato sui suoi passi, regalando un sospiro di sollievo ai suoi 15 e-lettori.

Politicamente non è più una faccenda secondaria. La politica, infatti, è un gioco di simboli e rituali, non solo di concetti e idee: il linguaggio in cui si riconoscono persone, militanti, appartenenti ad un gruppo è indice di cosa quel gruppo intende fare. E l’essere così sensibili riguardo a come chiamarsi dice molto di più su cosa si è di un paper di una Fabbrica di Nichi.

I leader (post)comunisti, quelli del PD come quello di Sel, hanno avuto tutti a che fare col rito di chiamare “compagni” gli iscritti, che se no mettono il broncio: quando l’ipocrita (nel senso greco) Fabrizio Gifuni chiamò “compagni” i presenti a una manifestazione del PD, fu accolto da un animalesco grido liberatorio. Era l’entusiasmo del rituale, la messa cantata comunista maledettamente importante. Per molti quel rito è irrinunciabile, l’ultimo baluardo della loro appartenenza (al comunismo originario, ovviamente): d’altronde, come spiegava Durkheim, il rituale esprime il sentimento di dipendenza del singolo nei confronti della società, dandole un’aurea di sacralità; attraverso il rito si venera l’ordine morale della comunità di cui si fa parte.

Ecco perché la faccenda è maledettamente importante. I (post)comunisti di Sel e Pd non riescono a chiamarsi diversamente perché non sanno concepire un partito che non si preoccupi di trovargli dei “compagni”, e li lasci liberi di trovarsi degli “amici”; non sanno rinunciare al conformismo simbolico del rito che fa loro trovare “compagni”, perché se fossero lasciati soli sarebbero spaesati. Sanno che mentre un amico va convinto della bontà delle proprie idee (principio cardine, dopotutto, della democrazia liberale), un “compagno” è già convinto di suo, e toglie la seccatura di confrontarsi col mondo reale e ottenere qualcosa attraverso il consenso.

Il linguaggio politico costruisce la realtà che ha intorno, e contribuisce a dare una cornice dentro cui mettere gli avvenimenti: è il migliore strumento per creare e diffondere l’ideologia, e si nutre costantemente di ritualità simbolica. Resta il rito di chiamarsi “compagni” perché a sinistra si ha l’assoluto bisogno di una comunità che sia diversa dal resto della società, quindi è visto con tanto sospetto chi dice che si può stare insieme in altri modi. Non entusiasmano i partiti che prendono le decisioni più importanti consultando gli elettori, o quelli che credono che il segretario non sia solo un “compagno”, visto in chiave egualitarista, ma un leader che deve incarnare un progetto maggioritario di governo. Non si sopporta neanche che, una volta eletto, quel segretario debba addirittura fare i conti con chi, all’interno, non la pensa come lui.

Non si comprende, soprattutto, chi si azzarda a rompere l’armonia e l’ordine della comunità, costituendo componenti di minoranza o prendendo iniziative che la chiesa-partito non condivide. Il rito, con le sue consuetudini, “libera” dal peso del libero arbitrio: non è così facile capire che si può far parte di una comunità pur decidendo di vivere la propria vita e ragionare con la propria testa. Parafrasando Gaber, qualcuno era (?) comunista perché si sentiva solo, ognuno perché era come più di se stesso: ancora oggi, i comunisti di Sel e PD non riescono a stare da soli con se stessi, a farsi accettare come “amici”, o “democratici”, o “signori”, o “chenesoio”, dagli altri; si considerano ancora autosufficienti come comunità, e insufficienti come persone. Il che li porta automaticamente a considerarsi insufficienti come partito, costretti a vagare alla ricerca di qualcuno che conquisti dall’esterno i voti di quelli che “compagni” non sono.

Qualsiasi modernizzazione politica, però, non può prescindere da una riforma del linguaggio e dalla sostituzione dell’universo simbolico precedente: non ci saranno mai veramente partiti nuovi se non verranno messi da parte quelli vecchi, con le loro idee e, soprattutto, coi loro riti. A Vendola, questa operazione non è certo riuscita. Ma anche in altri lidi, non è andata tanto meglio…

(da qdR Magazine)

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