La genesi del neogiustizialismo

By Redazione

luglio 21, 2011 politica

“Era l’ottobre 1989. Tangentopoli non era nemmeno nell’aria e lui se ne stava, solitario e ancora sconosciuto ai più, in una stanza modesta al quarto piano della procura di Milano. Ero andato a trovarlo su preciso suggerimento di Francesco Saverio Borrelli: volevo fare un’inchiesta sulla corruzione e il procuratore, senza alcuna esitazione, mi aveva subito indirizzato a lui. Era un magistrato giovane e molto in gamba, aveva detto Borrelli; si occupava da qualche tempo di reati contro la pubblica amministrazione e usava tecniche d’indagine del tutto innovative.”

Inizia così l’introduzione, scritta da lui medesimo, del libro di Maurizio Tortorella “La gogna”, edito da Boroli, in libreria da pochi giorni. Si parla ovviamente del primo incontro tra il vicedirettore di “Panorama” e l’attuale leader dell’Italia dei Valori e già si capisce dove questo libro inchiesta costruito su casi di neo giustizialismo all’italiana (quello di Calogero Mannino, quello di Silvio Scaglia, quello di Guido Bertolaso, quello di Ottaviano del Turco, quello di Alfredo Romeo, quello di Giuseppe Rotelli e anche quello di Silvio Berlusconi stesso) vuole andare a parare. Anzi si capisce dal titolo di questa introduzione: “Regola numero uno: accusali di qualcosa, sbattili in galera ed esponili alla gogna. Poi si vedrà…”

“Dopo l’intervista – racconta oggi Tortorella –  ero uscito dall’ufficio di Antonio Di Pietro conquistato dai suoi metodi, così efficacemente tecnologici, ma assai perplesso per la personalissima filosofia processuale che aveva sbandierato: quando poteva, aveva spiegato sorridente il pubblico ministero (e lo aveva sottolineato con ampi gesti), gli indagati li sbatteva in galera. Anche per pochi giorni. Soprattutto i politici o gli imprenditori e tutti quelli che fossero in qualche maniera noti, esposti, dotati di un ruolo pubblico. I giornali avrebbero fatto il resto.”

Oggi stiamo vedendo i frutti di questa filosofia di vita in tutti i settori della società. E se Murdoch per sputtanare i potenti e vendere più copie con i suoi tabloid doveva correre il rischio di corrompere Scotland Yard e assumere detective senza scrupoli, facendo mandare in carcere  tutti i dirigenti del proprio gruppo editoriale, in Italia i giornali che vendono copie solleticando le morbose curiosità e i risentimenti, spesso logici, della gente contro potenti e potentati, giocano sul velluto: le intercettazioni, anche le più inutili ai processi, sono tutte contenute negli ordini di custodia cautelare. I magistrati ci mettono di tutto e di più e non si rischia niente a innestare il lato B della macchina del fango.

Scrive sempre Tortorella: “Ciò che contava, insomma, non era tanto andare al processo per provare la colpevolezza degli indagati: l’importante era esporli alla gogna, punirli comunque per quanto si poteva ragionevolmente ipotizzare avessero fatto. Quella filosofia sarebbe esplosa ventotto mesi più tardi, con tutta la sua implacabile efficacia, nelle prime indagini di Mani pulite. A partire dal febbraio 1992, in tutta Italia sarebbe cominciata una stagione d’inchieste e di arresti, spesso impugnati come clave contro migliaia d’indagati per corruzione, concussione o finanziamento illecito dei partiti, e contro altre migliaia di non-ancora-indagati, tutti comunque terrorizzati di finire nella rete di un’indagine o nelle intercettazioni. Da allora il film delle inchieste avrebbe trovato una colonna sonora molto funzionale, quella dei quotidiani e delle televisioni, impegnati a fare da grancassa per l’accusa.”

Con il nemmeno troppo recondito secondo fine, aggiungiamo, di vendere tante ma tante più copie e di trovare così una scorciatoia alla crisi dell’editoria dovuta spesso a scelte giornalistiche discutibili e al fatto che in Italia i padroni della stampa di solito fanno i soldi con altre attività e si comprano i quotidiani o i settimanali vuoi per pararsi le terga da attacchi politico mediatico giudiziari che promanano da gruppi concorrenti, vuoi come un fiore all’occhiello. Il concetto della famosa “guerra tra bande” che sin dai tempi di Craxi infesta il bel Paese. Tortorella in questo libro che è tutto da leggere nei dettagli perché racconta cose che nella vulgata pubblicistica di solito passano in secondo piano (come l’incredibile storia dell’ingegner Silvio Scaglia, quello accusato di essere stato la mente della truffa carosello Telekom Sparkle e dintorni, che se ne poteva restare latitante all’estero e  che invece per correttezza si è costituito ed è stato premiato con quasi un anno di carcerazione preventiva motivata anche dal “pericolo di fuga”) cita anche una storica intervista a Francesco Saverio Borrelli da parte di Bernardo Valli di “Repubblica”. In poche domande e risposte viene spiegata la filosofia dell’avviso di garanzia come sentenza preventiva di pubblica ripovazione.

E oggi, con il senno di poi, leggere quelle parole fa venire i brividi ma non per la bellezza dei concetti enunciati. Valli imbeccava così Borrelli, parlando della funzione dell’avviso di garanzia oramai mutata in maniera teratogena: “Quindi la sentenza è una cosa quasi secondaria, che riguarda la procedura, il diritto, la giustizia propriamente detta; ma intanto l’operazione di ‘grande bucato’ è già lì?” Risposta compiaciuta del magistrato che finì persino ritratto a cavallo nella copertina del magazine “Venerdì”: “È già lì, sì, è in parte già fatto…” Oggi contiamo i morti e i feriti di questa guerra iniziata allora e il nostro Paese dalla crisi dei primi anni ’90 di fatto non si è più ripreso. Né economicamente, né socialmente o politicamente. Né tanto meno giornalisticamente parlando.

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