Giorno (d’estate) senza fine

By Redazione

luglio 21, 2011 Cultura

Alla fine del giorno, un giorno di sole, asfalto e cicale, alla fine di una giornata di afosa calura, spesso il cinema è un fresco ricovero dove rifugiarsi. Alla fine del giorno è anche la traduzione letterale di At the end of the day – Giorno senza fine, particolarissima pellicola anglofona nel titolo (incredibilmente malamente tradotto nonostante buona parte dello staff di produzione sia nostro connazionale) ma italianissima nell’ispirazione e nella produzione.

Firma Cosimo Alemà, da qualche lustro tra i maggiori autori italiani di videoclip, spalla fedele di Gianna Nannini, Luciano Ligabue, Subsonica, Fabri Fibra, Le Vibrazioni e Max Pezzali. Che decide di cambiare radicalmente genere, e di impegnarsi – come prima esperienza di lungometraggio, in un horror classico, dai ritmi serratissimi e dai sapori antichi di chi tanto ha masticato del genere.

Un’operazione veramente interessante, presentata con successo sia al Fantafestival che al Courmayeur Film Festival. Basti dire che si tratta di una produzione interamente italiana, ma girata senza eccezioni in lingua inglese, per concedere respiro internazionale ad un prodotto che è già stato venduto bene in tutto il mondo. La Universal Pictures, non proprio gli ultimi arrivati, ha acquisito i diritti di distribuzione per Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Gran Bretagna e Scandinavia, oltre che per l’Australia.

Alemà costruisce una storia classica: Sette amici decidono di partire per una giornata in campagna, dedicandosi alla propria passione, il sostai, una sorta di “giochi di guerra” con fucili a pallini, vernice e via discorrendo. Raggiungono così una zona deserta, sufficientemente lontana da qualunque centro abitato e si dividono in due squadre, pronti a combattere a colpi di mimetiche e aria compressa.

Per meglio confondersi con l’ambiente, le due squadre si inoltrano in un bosco, all’interno del quale iniziano a combattersi, All’improvviso, però, si verifica qualcosa di assolutamente inaspettato, e gli amici si rendono conto di non essere soli come avevano immaginato. È l’inizio di un incubo. Ben presto, il gruppo si ritrova vittima di una misteriosa minaccia che si nasconde fra gli alberi, mentre il loro gioco si trasforma improvvisamente in una caccia all’uomo.

Un plot classico, che si sviluppa con un elementare gioco di situazione iniziale / rottura della quiete / catarsi e risoluzione (?). Come nella migliore tradizione del genere, del quale Alemà si dimostra buon intenditore, oltre che fruitore occasionale. Nel suo tentativo di non strafare, il regista, che è anche sceneggiatore, forse esagera nella pulizia del racconto, che avvince per velocità e frenesia, ma che rimane epidermico nel suo comunicare emozioni, raccontare personaggi, far appassionare alla storia.

E se questi sono i difetti di un film che, per intenti e per mezzi non poteva che essere imperfetto, con un cast di semidebuttanti e prodotto quasi esclusivamente con le forze del solo Alemà, i pregi ci sono, eccome.

Una fotografia tridimensionale, abbagliante nel suo riuscire a dare una profondità tridimensionale a location e tecniche di ripresa che avrebbero scoraggiato chiunque. Che se abbinata ad una colonna sonora dal sound notevolissimo, calibrando sapientemente enfasi, sperimentazione e silenzi – questi ultimi merce rarissima nel cinema nostrano – restituiscono un’atmosfera che da sola vale il prezzo del biglietto.

Sia pur zoppicante e imperfetto dal punto di vista del coinvolgimento emotivo, At the end of the day – Giorno senza fine vale comunque una visione. Se non altro per dare ad Alemà la possibilità di esprimersi con altri budget e in un periodo dell’anno meno sfavorevole.

Visioni più rilassanti ma altrettanto suggestive dalle parti di African Cats: Kingdom of Courage (letteralmente “Gatti africani: il regno del coraggio”). L’ironico titolo fa da cappello ad un documentario durante il quale ci si riempiranno gli occhi con i dolci e purpurei tramonti della savana. Un incontro con tre mamme feline: una leonessa, un leopardo e un ghepardo, impegnate nell’esplorazione del loro mondo, nelle grandi pianure africane. Un viaggio alla scoperta di come questi enormi animali siano teneri e protettivi nei confronti dei propri cuccioli, guidandoli ad essere un giorno quel che loro sono già.

Un po’ stucchevole nel suo risultato complessivo. Ma le immagini fantastiche colte da Alistair Fothergill, passato alla storia per l’altrettanto cartolinesco Earth – La nostra terra, hanno convinto prima Samuel L. Jackson a prestare la propria voce per condire le immagini, poi la Walt Disney ad adottare il progetto e a garantirli una finestra internazionale di distribuzione.

Lasciando gli idilliaci paesaggi di African Cats, cambiamo totalmente genere, ambientazione, target. Ci tuffiamo infatti in Bitch Slap – Le superdotate, firmato da Rick Jacobson, tra i più prolifici registi della serie tv Nikita.

La storia strizza l’occhio alla premiata ditta Tarantino/Rodriguez.

Ci sono tre ragazze poco raccomandabili. Una spogliarellista notevole, un’assassina, impiegata a portare su e già pacchi per conto di un gruppo di trafficanti e una broker che lavora per una grande corporate. Le tre (anti) eroine arrivano in un rifugio sperduto nel deserto: tutte, per motivi diversi, vogliono ricattare un pericoloso criminale.

Ma, come nelle più classiche storie, l’imprevisto è dietro l’angolo. L’arrivo di un altro gruppo di gangster non era affatto prevista. Quando arrivano sul luogo del delitto, e le tre donne sono costrette a confrontarsi con un nemico molto ma molto più pericoloso di quel che pensavano.

Il riferimento all’ultima deriva grandguignolesca di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez non è casuale. Il film richiama quell’impostazione da finto-grindhouse rilanciata in pompa magna dai due registi amici sin dalla grafica e dai temi scelti per pubblicizzarlo. Ma qui si fonde con il gusto per le pellicole di Russ Meyer, il suo gusto sbarazzino e un poco osceno – quel tanto che basta – per le superdotate.

Una sorta di divertissment che arriva nelle sale italiane con due anni di ritardo rispetto alla sua distribuzione statunitense, in un periodo che molti giudicheranno infelice, ma che, tutto sommato, è la giusta collocazione di un prodotto da mandare giù come digestivo dopo la pizza per le frotte di ragazzi costretti alla città, e che gli appassionati del genere non si faranno comunque scappare.

I veri difetti sono riscontrabili nel tentativo di stemperare un’operazione che della sua nostalgia trash ha fatto un manifesto di intenti, con elementi narrativi tesi a rassicurare un pubblico non – cinematograficamente parlando – colto.

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