Dove eravamo rimasti?

By Redazione

luglio 21, 2011 politica

Il 20 luglio del 2011 rischia di essere ricordato come il giorno in cui il Parlamento è capitolato dinanzi ai colpi di maglio delle procure. Quello che nel 1993 era stato tentato, quasi perfettamente realizzato – se non fosse stato per l'”incidente” di percorso costituito dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi – da ieri è cosa fatta. Nessuna enfasi, diciamo la verità, le avvisaglie c’erano già da tempo ed andavano facendosi più chiare col passare delle settimane.

Nemmeno vent’anni fa era successo di vedere un ex Pm vincere a man bassa le elezioni come ha fatto De Magistris, nemmeno nel ’93 si è pensato di replicare lo schema magari candidando Ingroia a Palermo, e nemmeno allora capitava di concedere autorizzazioni per l’arresto preventivo di parlamentari della Repubblica. L’ultima volta – su un totale di appena quattro concessioni – era stato nel 1984, quando a subire  il voto favorevole all’arresto fu il deputato missino Massimo Abbatangelo. Da allora mai le Camere avevano detto sì alla richiesta di carcerazione preventiva, con ben 28 richieste respinte durante tangentopoli.

Ma che nessuno osi meravigliarsi. I nuovi paladini del giustizialismo avranno gioco facile nel fare spallucce, nel cadere dal pero, spiegandoci che non si è ravvisato, nel caso del deputato del Pdl Alfonso Papa, il fumus persecutionis che avrebbe giustificato il niet da opporre alla Procura di Napoli. E pensare invece che a noi era parso che tanto accanimento del potere giudiziario verso quello politico vi fosse, per di più in modo eterodiretto, proprio da vent’anni a questa parte. Ma perfino senza arrivare a tanto, sarebbe bastato che la maggioranza dei deputati – quantomeno di quanti fino a ieri si dicevano garantisti – avesse riflettuto sulla pretestuosità della richiesta di arresto preventivo, sulla gravità di una misura che, proprio perché finalizzata a limitare la libertà personale di un innocente, è tanto più odiosa se colpisce un rappresentante del potere legittimamente eletto dai cittadini. Sarebbe bastato questo per rispedire la richiesta al mittente.

E invece no. Papa va in galera e, quel che  è peggio, oggi si riprende là dove il percorso era stato interrotto, con la Lega di Bossi che agita  il cappio e Gianfranco Fini ed  i suoi ad invocare la galera, con le scritte «Cosentino camorrista, Papa in galera» che compaiono nei bagni di Montecitorio a testimonianza del fatto che ormai l’istituzione deve proteggersi da sé stessa prima ancora che dalla magistratura. E in un concerto tanto stonato ci sono due note che suonano peggio delle altre: quella del Presidente del Consiglio che, anziché dolersi oggi dell’attacco subìto, meglio avrebbe fatto a metter mano alla riforma da almeno quindici anni in qua. E la nota dei Radicali, che a fare il controcanto al requiem della democrazia cantato da Tonino non avremmo mai creduto di dover ascoltare.

(da Giustizia Giusta)

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