Voci di golpe in Tunisia

By Redazione

luglio 20, 2011 Esteri

Venerdì sera a Tunisi chiunque si fosse trovato a passare per avenue Borgouiba avrebbe respirato il cima e l’aria, appesantita dai lacrimogeni, tipici delle guerriglie urbane che negli ultimi mesi hanno sconvolto i paesi arabi. Pochi sanno però che si è sfiorata la guerra civile tra islamisti e forze dell’ordine, un vero e proprio tentativo di golpe, fermato dalla freddezza e dalla professionalità della polizia del governo provvisorio di Caid Essebsi Baji, che si è limitata a fare 300 arresti tra i più facinorosi, come racconta nella propria corrispondenza per il sito internet “business news” il giornalista Nizar Bahloul.

Purtroppo però il morto ci è scappato domenica, a Sidi Bouzid, dopo una sparatoria avvenuta nel corso di una manifestazione contro il governo. Si tratta di un ragazzo di 14 anni rimasto coinvolto in qualcosa di più grande di lui grazie ai soliti cattivi maestri della rivoluzione permanente, nelal fattispecie in chiave islamica, e coi soldi dei sauditi sullo sfondo. Sidi Bouzid è la cittadina da cui partì la sacrosanta rivolta contro Ben Alì dopo che un ambulante si diede fuoco, come Jan Palach nella Praga invasa nella primavera  del 1968 dai carri armati sovietici, per protestare contro le vessazioni della polizia corrotta del deposto dittatore. Il ragazzo si chiamava Thabet Belkacem e, secondo fonti ospedaliere citate dall’Afp, è deceduto nell’ospedale di Sidi Bouzid.

Il corpo è stato quindi portato nel servizio di medicina legale dell’ospedale di Sfax, dove sarà eseguita l’autopsia. La polizia ha aperto il fuoco dopo che, contro alcuni agenti, c’era stato un lancio di bottiglie incendiarie. Gli scontri sono andati avanti per quasi tutta la notte e nove dei dimostranti sono stati arrestati. Stavolta però i casini sono stati abilmente montati ad arte, e senza apparenti ragioni, dai movimenti più estremisti dei salafiti e sullo sfondo c’è ancora il ruolo ambiguo del partito Ennhada, quello di Rachid Gannouchi. Tornato in Tunisia da un comodo esilio londinese. Gannouchi in un suo messaggio di sabato chiama il popolo a unirsi e cita un versetto del Corano la cui prosecuzione (non presente nel comunicato) è un vero e proprio incitamento morale alla jihad.

Il problema non è lui, che sembra volersi tenere nei limiti democratici, ma quelli che invece nei limiti democratici non ci stanno, come chi ha assaltato una sala cinematografica di Tunisi due settimane fa.  Si trattava  del cinema “Africarte” a Tunisi, reo di proiettare un film della regista tunisina dissidente dei tempi di Ben Alì, Nadia el Fani, dal titolo “Ni maitre ni Allah”. Una cinquantina di squadristi islamici ha tenuto in ostaggio la gente terrorizzata, che in questo momento in Tunisia ha problemi ben più seri che pensare al califfato o a idiozie del genere e deve invece occuparsi di trovare un lavoro. Così come il governo deve preoccuparsi delle elezioni già una volta rimandate dal 24 luglio al prossimo 23 ottobre per motivi logistici e di rilanciare il turismo dall’Europa che ha subito una flessione del 70% dall’anno precedente.

Secondo la cronaca del suddetto Nizar Bahloul, “i veri nemici della rivoluzione non sono i membri dell’attuale governo provvisorio che fra tre mesi se ne andranno”, bensì  “i paesi fratelli” che “finanziano i nostri partiti politici filo islamici  i cui leader hanno vissuto all’estero”. L’allusione è all’ Arabia Saudita, unico paese a non avere riconosciuto il governo provvisorio tunisino né la rivoluzione dei gelsomini. Il sit in islamista della kasbah di venerdì scorso ha anche un agit prop: Mohamed Abdelwahab El Heni, uno dei leader del partito “el Mejdi”. Il quale lamenta il fatto che la polizia gli avrebbe impedito di lasciare la moschea,  per unirsi ai manifestanti. Degli eccessi post rivoluzionari finora solo l’Egitto aveva dovuto subire le conseguenze più catastrofiche, con i Fratelli mussulmani che facevano il test di verginità alle donne manifestanti e con l’esercito che ogni tanto sparava irresponsabilmente qualche colpo sulla folla.

Adesso gli islamisti dimostrano di volere tirare la corda anche in Tunisia. Paese laico fino al midollo sin dai tempi dell’indipendenza dal colonialismo, che fu conquistata dagli uomini di Bourguiba, tra cui l’attuale capo del governo provvisorio, e non dai deliranti estremisti islamici dei partiti salafiti e da chi li appoggia sotto banco. Tutto questo la gente lo sa benissimo e a chi mesta nel torbido la popolazione della classe media della borghesia tunisina sarà sempre pronta ad opporsi anche in armi per impedire che il paese arabo più laico di tutto il Maghreb possa mai trasformarsi in una “umma islamica”. In Tunisia i giovani e le giovani vogliono soldi, un impiego, una vita occidentale o quasi, e magari anche la libertà sessuale. Non dei barbuti imbecilli che impongano loro come devono vestirsi  le rispettive madri, mogli e sorelle. Né terroristi pagati dai sauditi che trasformino le strade della kasbah in quelle di Gaza, come scriveva sabato su “Business News” il coraggioso cronista Nizar Bahloul.

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