Pd: più governo o rappresentanza?

By Redazione

luglio 20, 2011 politica

Dobbiamo tutti essere grati a Chiara Geloni, uno dei più ascoltati consiglieri di Pierluigi Bersani, per aver chiarito di cosa parliamo quando ci accapigliamo sulla legge elettorale e sull’abito istituzionale del nostro sistema-paese. Scrive, in proposito, su Left Wing Chiara Geloni: «Io voglio votare Pd alle elezioni. Mi interessano certo il bipolarismo e il maggioritario, mi interessa la stabilità e la rappresentanza, mi interessa scegliere il mio deputato. Ma mi interessa ancora di più votare il mio partito». (E dire che pure Togliatti nel ’48 preferì il Fronte popolare al suo partito…). È un approccio culturale preciso: la rappresentanza partitica è considerata prioritaria rispetto al tema del governo e ad esso strutturalmente propedeutica. Stupisce davvero l’assertività con cui Chiara Geloni pone la questione, perché già negli ultimi quindici anni di vita del Pci, dalla segreteria Berlinguer a quella Occhetto, il tema del governo era entrato decisamente nel dibattito culturale interno. Tanto da costringere tutti nel tentativo di liberarsi del vecchio orientamento leninista, per pensare al partito in altra funzione. Un dibattito analogo ebbe luogo nel Psi. Meno intenso nella Dc.

Ciò detto, uno dei nodi irrisolti dell’identità del Pd sta tutta qua: siamo per una democrazia fondata sulla delega collettiva e astratta ai partiti o per una democrazia centrata sulla delega al singolo rappresentante delle istituzioni, scelto da un numero assai esiguo di elettori, garante di un concreto progetto di governo? Vogliamo cioè votare il “Pd” (e poi i dirigenti del Partito vedranno il da farsi) o vogliamo votare “Bersani premier” espressione di una coalizione sensata (non larga quanto l’Unione) con un programma di governo preciso? Siamo ancora infossati nel terzo quarto di secolo del Novecento o viviamo nel 2011? A dire il vero, nel Pd sembra comunque prevalere – ed è un gran bene – ancora il secondo orientamento. Sia in coloro che hanno animato la disfida referendaria pro Mattarellum, sia in coloro che hanno ipotizzato il modello magiaro, per quanto l’ordine del giorno magiaro discusso oggi in Direzione sia inutilmente prolisso e pieno di bizantinismi. Nella prima ipotesi (Mattarellum) il 75% dei seggi è assegnato non al partito, ma ad un essere umano non necessariamente legato ad un partito, che ha stretto un patto politico con un riconoscibile candidato premier (Bersani) e col suo progetto di governo; nella seconda ipotesi (modello magiaro) la percentuale “maggioritaria” dei seggi scende al 65%. Ma il principio resta. Ed è il principio giusto.

Naturalmente si potrebbe sostenere l’ipotesi di voler votare, ad un tempo, “Bersani premier” e il “Pd”. Ma tale ipotesi è plausibile solo in un’ottica fortemente bipartitica; quell’ottica cioè tanto visceralmente deprecata dal vertice del Nazareno. Insomma, in un anno e mezzo di vita, la leadership bersaniana ha fatto tante di quelle positive giravolte su se stessa che ormai non si contano più: dalla centralità delle alleanze, alla priorità del partito; dalla contestazione del nuovo patto europeo col pareggio di bilancio considerato irrealistico e la manovra economica da 40 mld impraticabile, all’allineamento al nuovo vincolo europeo e alla richiesta di aumentare a ben più di 40 mld la manovra reclamata dall’Europa. Due soli esempi, tanto per restare agli ordini del giorno della Direzione nazionale di oggi martedì 19 luglio. Fino a dove ci si spingerà, è davvero difficile dirlo. Certo, chi dice di voler, prima di tutto (quindi anche a discapito del tutto) votare il partito, fa breccia nel cuore dell’Apparato del Partito e consolida la dominanza interna. C’è da giurarci. È però un pensiero corto, che se può servire ad arrivare al 2013, non occorre in nulla a cambiare in meglio questo nostro paese. Quando Prodi e gli altri hanno fatto l’Ulivo e il Pd avevano in testa altro. Anche su questo, c’è da giurarci.

(da qdR Magazine)

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