La Repubblica delle Procure

By Redazione

luglio 20, 2011 politica

Nonostante non abbia mantenuto le promesse di riformare la giustizia e di tagliare le tasse (non vuol essere questa la sede per soppesare colpe e attenuanti), Berlusconi ha sempre rappresentato un vero e proprio argine – quasi fisico – rispetto sia alle tentazioni di alzarle le tasse, sia allo strapotere e al ricatto della magistratura sulla politica. Nel giro di nemmeno un mese, questi due argini sono stati travolti e ci siamo ritrovati con una manovra finanziaria di un governo di centrodestra che per la prima volta così pesantemente mette le mani nelle tasche degli italiani e con un Parlamento che cede all’imbarbarimento giustizialista come mai nella sua storia aveva ceduto, nemmeno durante i burrascosi anni di Tangentopoli. Due segnali evidenti del rapido tramonto della leadership berlusconiana.

Ci sarà tempo e modo per ragionare sulle cause e sulle responsabilità, ma prima o poi sarebbe dovuto accadere. Travolto l’ultimo argine, dimostrato cioè che Berlusconi non basta più a tenere unita la maggioranza contro il giustizialismo, il rischio più prossimo è che si abbatta sul Pdl un vero e proprio tsunami di richieste d’arresto fino a costringere il governo, dilaniato dalle divisioni Pdl-Lega, a gettare la spugna. Più preoccupante però è che, come in molti paventavamo, sull’orizzonte del dopo Berlusconi non si scorge l’eroe che realizzerà i “sogni” che il Cav. ha mancato di realizzare, né la normalizzazione politica che molti auspicano, ma si stagliano le ombre minacciose delle tasse e del giustizialismo. Fuori dai giochi Berlusconi, quale altro leader politico disporrà del consenso popolare e della forza economica per resistere un solo mese ad un assalto di qualche magistrato politicizzato o solo ansioso di farsi pubblicità?

Non ci siamo ancora, certo, ma ieri le Procure hanno ipotecato la Terza Repubblica, una Repubblica delle Procure, in cui nessun Parlamento potrà permettersi neanche di discutere una riforma della giustizia sgradita alla magistratura associata; in cui qualsiasi governo – non credo solo di centrodestra, ma soprattutto di centrodestra – sarà letteralmente sotto il ricatto delle Procure. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare. Persino sui singoli parlamentari peserà il pre-giudizio della magistratura, basterà un avviso di garanzia o una richiesta di arresto preventivo per estrometterli dalla vita politica, quasi come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l’ultima parola sulle candidature.

A mente fredda, l’abolizione dell’immunità parlamentare da parte del Parlamento del 1993, intimidito dalle inchieste e dalle monetine, rappresentò il primo, decisivo cedimento al giustizialismo, dato che veniva rotto il delicatissimo equilibrio sancito dai costituenti tra il potere politico e l’ordine cui spetta di amministrare il potere giudiziario. Un errore, ma forse inevitabile. Il voto di ieri per l’arresto del deputato Pdl Alfonso Papa è un secondo, pericolosissimo colpo, ed è davvero senza precedenti. Nella storia repubblicana solo altre 4 volte il Parlamento aveva autorizzato l’arresto di uno dei suoi membri. Sempre per fatti di sangue, terrorismo o qualcosa di simile. Nei confronti di Papa pesa un’ordinanza di custodia cautelare in cui i reati ipotizzati sono concussione e violazione del segreto istruttorio. La giustizia faccia il suo corso, ma era necessario addirittura l’arresto? Non sussiste evidentemente il pericolo di fuga né di reiterazione del reato, e a ben vedere la richiesta di arresto sulla base di un eventuale inquinamento delle prove è puramente pretestuosa, dato che il deputato ha già avuto oltre un mese per inquinarle, tanto infatti è il tempo trascorso dall’invio formale della richiesta alla Camera al voto. Il sospetto, più che lecito, è che l’unico scopo di tali richieste da parte della magistratura sia politico: destabilizzare la maggioranza di governo mettendola alla gogna di fronte ad un’opinione pubblica già sensibile all’anti-politica.

Alcuni magistrati di alcune Procure influenti – chi per motivi politici e corporativi, chi per ambizione personale – e le loro gazzette stanno cercando di ricreare il clima del ’92, colpendo nel mucchio tutto ciò che emani odore di berlusconismo. L’insofferenza dei mercati per un’Italia che si attarda sulla via del rientro dal debito e di una crescita sostenuta e duratura, e l’esasperazione della gente per una manovra di nuove tasse e balzelli a fronte di una casta che resta abbarbicata ai propri privilegi, contribuiscono a dare il senso di un nuovo 1992 che bussa alle porte di questo 2011. Anche allora giustizia politica, crisi del debito ed esasperazione popolare si saldarono in un cocktail dagli effetti cupi e illiberali. Ma mentre il moto d’indignazione per i privilegi economici dei politici, del tutto ingiustificati, soprattutto ai livelli abnormi cui sono giunti rispetto a quelli dei loro colleghi europei, è del tutto condivisibile agli occhi di scrive, non dovrebbe esserci scandalo invece per i presunti “privilegi” in materia giudiziaria. Le garanzie di cui godono in questo campo i parlamentari, infatti, sono poste a tutela non del singolo rappresentante, ma dell’istituzione che più di ogni altra è espressione della volontà popolare da indebite ingerenze da parte di un ordine chiamato ad amministrare il potere giudiziario. Assolvono una funzione importantissima, direi chiave per una democrazia, ma che in questo clima spesso anche i più garantisti rinunciano a ricordare: gli eletti del popolo devono essere posti al riparo da persecuzioni giudiziarie a fini politici.

I parlamentari possono abusare di questi strumenti, e i cittadini hanno il voto per sanzionarli, ma parlare di «impunità» è falso, ancor più da quando è stata abolita l’immunità parlamentare. La sensazione di «impunità» così diffusa nell’opinione pubblica non è che un effetto ottico causato per lo più dall’alto tasso di giustizialismo e demagogia dei media e da una classe politica indebolita, sia dalla sua miopia e dai suoi errori che dagli assalti di un’altra casta che si muove tutelando i suoi di privilegi: la magistratura. Ma vorrei almeno che i cittadini italiani fossero consapevoli che ieri la Camera e il Senato non dovevano decidere sull’«impunità», né sull’immunità di Papa e Tedesco. Caduta l’immunità parlamentare, dal 1993 i magistrati possono indagare e mettere sotto processo deputati e senatori senza bisogno di alcuna autorizzazione. Ieri si è deciso se sottoporre i due parlamentari alla carcerazione preventiva, persino prima che un giudice terzo stabilisca che ci sono gli elementi perché si celebri un processo nei loro confronti. L’arresto preventivo di un parlamentare, oltre ad essere discutibile sotto il profilo delle garanzie che si devono ad ogni individuo ancora innocente fino a prova contraria, altera la composizione delle assemblee elettive, turba il funzionamento delle istituzioni e inquina la normale dialettica politica in modo irreparabile. Ecco perché c’è un interesse generale a che una tale misura non venga presa alla leggera e siccome non sarebbe la prima volta che un parlamentare viene prosciolto, dopo anni, da tutte le accuse, ma nel frattempo la vita delle istituzioni democratiche è stata stravolta, negare l’arresto non è un insensato privilegio.

Tra i tanti demeriti e tra i tanti errori, questo Pdl ha almeno il merito di aver resistito, di resistere ancora al giustizialismo. Quanto al Pd, c’è da stendere un velo pietoso. Non è nemmeno riuscito ad essere giustizialista fino in fondo come aveva proclamato ai quattro venti. Se Papa andrà in carcere, infatti, il senatore del Pd Tedesco viene salvato da un drappello di una ventina di deputati del centrosinistra. Con il sì della Lega all’arresto di entrambi sarebbe dovuta finire come alla Camera. Al Senato i gruppi del Pd (106 voti), della Lega (26), dell’Idv (12), del Terzo polo (12), e il misto di Udc, SVP, Autonomie, MAIE, Repubblicani, PLI (14) avevano annunciato il loro sì all’arresto. Totale: 170 voti. Ebbene, a conti fatti per il sì all’arresto si sono espressi in 127; 162 i “no”, considerando anche gli 11 astenuti.

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