Un eroe eccezionale

By Redazione

luglio 19, 2011 Cultura

Immaginatevi un eroe. Un paladino degli ideali della libertà e della democrazia. Severo argine al dilagare della barbarie in un mondo in confusione, che ha perso la bussola dell’orientamento stantio ma sobrio, lento ma pacato, rigido ma giusto dei propri padri e dei propri nonni. Un guerriero pronto a girare per il mondo a stanare chiunque si opponga a questa visione solidamente certa dell’umana convivenza.

Ora immaginate un’altra storia. Anche questa parla di un eroe. Diverso da quello che vi siete appena immaginati. Un eroe che non se ne va in giro svolazzando per il mondo sopra il veloce, idilliaco confondersi di nuvole rosate e mare azzurro. Un eroe di città, pronto a fare da scudo contro le ingiustizie, a punire i corrotti e redimere i troppi giusti caduti in disgrazia, a indirizzare sulla retta via chi è pronto a cadere per un po’ di fama o qualche manciata di banconote. Un eroe che sia allo stesso tempo un uomo e tutti gli uomini, coscienza di un Paese la cui bussola sembra aver smarrito il proprio polo magnetico.

Chiudete gli occhi raccogliete le idee. Quelle alle quali abbiamo accennato sono due storie diverse, prefiguranti un proprio universo narrativo, una propria peculiarità degna di essere raccontata e ascoltata. Due storie che sono parte della stessa storia, la storia recente di un popolo, di un’idea del mondo e della gente che lo popola, di un fattore determinato e determinante dell’umanità in quel periodo che un tipo tutt’altro che miope ha definito il secolo breve.

È la storia di Capitan America, un mito pop così intriso di eccezionalismo d’oltreatlantico da risultare tutto sommato distante, se non indigesto, in un vecchio continente bisognoso di problematicità da risolvere. E più in generale nella contemporaneità narrativa così bisognosa di antieroi, di leggende che abbandonassero il didascalismo maccartista del mondo bipolare, nelle quali potersi riconoscere e specchiare.

Non crediamo sia un caso che Spiderman attenda di vedere il buio della sala per la quarta volta in una manciata di anni. L’uomo ragno, in fondo, è un debole, un uomo che si stanca, si ammacca e, soprattutto, si innamora di un amore (quasi) impossibile. Le ragnatele, l’incredibile agilità, la forza straordinaria sono un espediente narrativo per raccontare che un granello di eroismo ha terreno fertile in qualsiasi uomo comune. Così come Clark Kent è un perdente, laggiù, tra la gente, tra occhiali fori moda e un po’ di brillantina di troppo.

Ma è Batman a sublimare l’idea dell’eroe che si fa carne, che scende dall’Olimpo dei semidei di cui si è nutrito l’immaginario collettivo bisognoso di qualcuno che metta a posto le cose una volta per tutte, definitivamente. Il pipistrello non ha nulla di sovrumano, si nutre di tecnica e tecnologia, ha una vita compromessa dal denaro e dal potere. Nolan lo ha capito, trasformandolo definitivamente in un personaggio della notte, il cui eroismo si cela nelle pieghe del mantello, nelle trame di scelte sofferte e, spesso, non capite.

Tutto questo c’entra poco o nulla con Capitan America, uno che se ne infischia di soffermarsi sui particolari, per puntare al tutto, all’affermazione di un ideale di giustizia – che sia questa una giustizia dei popoli o un’equità sociale dipende solo dalla verve della penna di cui si serve per dominare con piglio deciso le pagine che colora – che sia universalmente valido e riconosciuto.

Deve la propria indole ai suoi natali. Ritroviamo così l’eroe della prima storia, nato nel 1940 da quello che allora era solo un bozzetto di Joe Simon. Nel 1941 gli States entrarono in guerra, e anche l’industria del fumetto dovette fare la sua parte nell’industria del fronte interno (per chi volesse farsi un quadro efficace e poco accademico di quell’aspetto del secondo conflitto mondiale, si consiglia la visione di Flags of our fathers, di Clint Eastwood). Capitan America si trasformò quindi in quel paladino della democrazia e della libertà (Sentinella della libertà è uno dei nomi con il quale viene conosciuto, del quale la rete si è ben presto impossessata per farne cappello di blog liberali e libertari).

Nasce così con una copertina in cui lo si vede sfoderare un poderoso gancio sulla mascella di Hitler, raggiungendo la strepitosa cifra di un milione di copie vendute. Con la fine della guerra non ci fu più bisogno di un energumeno biondo, dal copricapo alato e lo scudo a stelle e strisce che andasse in giro per il mondo a suonarle ai cattivi. L’eroe cadde nel dimenticatoio del pirotecnico mondo delle strisce a fumetti, e nel 1950 scomparve. Per sempre, si credette.

Ma il fato ci mise lo zampino. Il fato e un signore dal potere di trasformare in oro tutto ciò su cui posa le mani. Nel 1964 bastò che Stanley Martin Lieber incontrasse fugacemente Capitan America per l’arco di una storiella di contorno perché l’eroe riprendesse fiato e vigore, partendo fulmineo in una corsa che lo ha condotto, nel luglio del 2009, a toccare i seicento numeri della serie a lui dedicata. Successe perché Stanley gli si presentò con lo pseudonimo con il quale diede vita a personaggi come I fantastici quattro, Hulk, Spiderman e il Batman che ha alimentato l’universo di The Dark Knight. Fu così Stan Lee a disegnare, nel numero 114 di Strange Tales, una storiella nella quale non doveva che essere la spalla della Torcia umana. Ma Lee fu all’altezza della propria fama, e restituì al mondo un eroe antico ma nuovo, rendendolo il protagonista della seconda storia che vi abbiamo proposto in apertura.

Il suo carattere netto e tendenzialmente manicheo, pur giustificandone la non ampissima diffusione nel Vecchio continente, non era sufficiente a giustificarne una così lunga assenza dal grande schermo. Certo, qualche pillola la si era avuta anche nel passato. Per lo più per intenditori. Nei primi due capitoli di Iron Man era comparso il suo scudo, e ne L’incredibile Hulk si faceva riferimento al “siero del super soldato”, uno degli elementi dell’universo del supereroe. Poca roba, comunque, se rapportata alla prolificità degli sceneggiatori Marvel. Ci voleva Joe Johnston, uno che di storie immaginifiche ha una certa dimestichezza per aver preso parte alle saghe di Indiana Jones e di Guerre Stellari, il fiuto della Marvel, acquisita la consapevolezza che le storie dei supereroi stanno vivendo una seconda giovinezza, e lo sforzo produttivo della Universal, per rendere sul grande schermo una grande epopea americana. Chris Evans sarà il volto fresco e aitante di Capitan America. Hugo Weaving, l’ormai leggendario Mr. Smith di Matrix, il suo ostinato nemico.

La sceneggiatura ha deciso di puntare su alcuni fra gli elementi di forza del personaggio: la semplicità del suo universo, la nettezza dei suoi intenti. Accantonate tutte le sfumature che avrebbero potuto ridisegnare il personaggio lungo le faglie post-moderne della sua azione – il nostro è un eroe profondamente calato nella modernità, costretto, sulla carta, a svelare la propria identità dopo aver ucciso senza rimorsi un terrorista nel mondo post 11 settembre – il Capitan America dello schermo è il classico eroe senza macchia e senza paura, un super-soldato incaricato di sconfiggere un super-nemico, impegnato nella ricerca del Cubo cosmico, una terribile arma che potrebbe permettere a Hitler di conquistare il mondo.

L’esito è esattamente quello che ci si potrebbe aspettare. Un carosello colorato di effetti speciali, inserito in un plot semplice semplice. I buoni da una parte, i cattivi dall’altra, una morale preconfezionata che emerge cristallina appena l’azione inizia a ingranare marce più elevate. Nessun paragone con le complesse e violente atmosfere del Cavaliere oscuro, che già nei fumetti lo sconfisse. Quando la Marvel e la Dc decisero di far scontrare i propri beniamini, lasciarono l’esito dello scontro in mano ai propri lettori. Nel sondaggio che li coinvolse, una valanga di voti fece pendere la lancetta dal lato dell’uomo pipistrello. Che si pappò in un sol boccone scudo con tanto di stelle e strisce.

Due prodotti non comparabili, come segnalano anche le differenti date di uscita, che relegano Capitan America ad essere il blockbuster estivo di turno. Un filmone tutto effetti che tuttavia non sfigura, ma che accontenta sicuramente di più l’America profonda di quei repubblicani che ne hanno fatto un ironico (ma non troppo) idolo, determinandone le fortune editoriali. Un paradosso per l’eroe delle democraticissime amministrazioni Roosvelt e Truman, che ne testimonia, d’altra parte, la trasversale vitalità.

L’eroe della Marvel incarna quel senso di eccezionalità che è carattere peculiare della gente di laggiù, e che è difficilmente comprensibile oltreoceano. Deriva probabilmente anche da questo la scelta di ridurne il plot all’osso, allo scontro secco e inequivocabile tra il bene e il male. Quel che è un aspetto complesso e sofferto della cultura yankee sarebbe probabilmente stato di difficile lettura all’estero. Ergo, poco vendibile sul mercato dell’intrattenimento. Nonostante questo, Capitan America, se studiato a fondo, rimane una privilegiata lente d’ingrandimento sulla spesso inconsapevolmente incompresa realtà statunitense. Basti pensare alle scene di giubilo quando venne proiettato per la prima volta un trailer, durante il Superbowl dell’anno scorso.

Sarebbe sbagliato ridurlo ad un personaggio caratteristico e poco più. In Capitan America c’è tanto dell’America interventista di Bush quanto di quella gelosamente democratica di Obama. C’è il ranchero texano e il broker di Wall Street. Efficace, sia pur apologetica, la definizione che ne ha dato lo stesso Johnston: «È un film d’epoca come Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, ma con più materiale. Sembra i Predatori misto a Rocketeer e Salvate il soldato Ryan».

Dunque occhio quando andrete al cinema. Perché forse l’essenziale sarà invisibile ai vostri occhi.

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