L’autunno di Chavez

By Redazione

luglio 18, 2011 Esteri

Quando il caudillo in persona ha confermato da Cuba  la notizia della sua malattia, il Venezuela si è subito spezzato in due. Colti dall’apprensione per la sua salute, quelli che hanno sempre sostenuto Hugo Chávez si sono immediatamente preoccupati per il futuro dell’esperimento bolivarian-socialista del presidente, ora che la sua uscita di scena sembra così vicina e all’orizzonte non si vede nessun successore credibile. Al contrario, coloro che gli si sono sempre opposti hanno malamente celato la gioia per quest’autunno del patriarca: un preludio a una fine che le opposizioni, con metodi più o meno democratici, hanno a lungo cercato in  questi anni e che ora potrebbe giungere sotto le sembianze inaspettate di un cancro, il male contro il quale Chávez sta lottando.

Se tutto si fermasse alle emozioni, il Venezuela sarebbe un paese come tanti altri: ma non è così. Sotto la superficie della spaccatura politica-sentimentale, si apre in realtà l’abisso di una nazione che potrebbe precipitare nel caos e nella violenza. Perché il vuoto di potere che l’alfiere anti-imperialista Chávez lascia in consegna a questo paese di ventinove milione di abitanti – molti dei quali dotati di una certa inclinazione all’uso delle armi – minaccia di rianimare rancori a lungo sopiti, conti in sospeso, vendette. Il lungo potentato chavista, con le sue ambizioni di mutare a fondo la società, ha avuto infatti la prevedibile controindicazione di polarizzarla sino all’estremo, la società, limitando l’espressione del dissenso e trasformando i critici in nemici da fare fuori. Come ai tempi novecenteschi, con il “socialismo del ventesimo secolo” si è messa in moto la solita macchina della paranoia, come sempre accade quando i potenti diventano troppo potenti, rivelando l’intima essenza del potere, fascista liberista o comunista che sia. Ciò che potrebbe accadere, una volta che il caudillo lascerà la cabina di regia, l’ha lasciato intendere chiaramente suo fratello maggiore, Adán. Dopo essere volato in visita dal presidente a L’Avana, il governatore dello stato di Barinas, ha detto che i venezuelani «in quanto autentici rivoluzionari» potrebbero anche usare la «forza delle armi» per assicurare la continuità del governo. Con tanti saluti alla volontà popolare.

Al di là della rigidità dell’apparato statale, anche la situazione economica e sociale che Chávez lascia in eredità al Venezuela è piena di ombre. Nonostante le abbondanti ricchezze petrolifere della nazione, la produzione di greggio è crollata drammaticamente. Mentre l’inflazione è salita sino a trenta punti percentuali, la più alta dell’America Latina. Negli ultimi mesi sono poi tornati a manifestarsi improvvisi black out elettrici in numerose città. Per non parlare del livello di criminalità diffusa sul territorio del paese, dove i tassi di omicidi sono più alti di quelli dell’Iraq e del Messico. Per questo, come scrive Foreign Policy, «niente illustra meglio il fallimento della governance venezuelana che l’attuale crisi nelle prigioni del paese». Dove nelle scorse settimane sono scoppiate delle rivolte violente, presto trasformatisi in guerra aperta con le forze di polizia, con tanto di morti (25) e feriti.

Ma non era certo questa la promessa alimentata dalla rivoluzione di Hugo Chávez e dal suo «socialismo del XXI secolo»: che quando si affermò aveva avuto la capacità di affascinare anche una certa sinistra mondiale (e dunque pure quella italiana) sia per quel suo coraggioso guardare al futuro, sia per quel suo richiamo identitario al passato. La speranza che si era accesa nell’animo della militanza proveniente dal marxismo era che ciò che era andato storto col socialismo del novecento potesse essere facilmente raddrizzato con quello del secolo nuovo. E Chávez, nato da una famiglia operaia nel 1956, aveva tutte le carte in regola per rapire l’immaginario di questa sinistra ancora incapace di elaborare il lutto della sua ideologia scomparsa. Chávez aveva cominciato già negli anni ottanta a cospirare contro il sistema, fondando un movimento rivoluzionario segreto. Dopo essere stato arrestato, per un colpo di stato fallito, scontò in carcere una pena di due anni, dal 1992 al 1994. Quando uscì di galera, fondò il Movimento della Quinta Repubblica, alla guida del quale vinse le elezioni presidenziali del 6 dicembre 1998 con il cinquantasei per cento dei voti. L’anno successivo il Venezuela aveva una nuova costituzione, che sanciva la nascita ufficiale della Repubblica Bolivariana, dando il via a quella che Chávez chiamò la «rivoluzione bolivariana pacifica».

Riconfermato presidente nel 2000 e poi ancora una volta nel 2006, la sua guida carismatica ha cominciato sempre di più ad apparire ad alcuni prossima al dispotismo, diventando bersaglio di proteste e critiche. Nonostante il caudillo avesse cambiato la costituzione per consentire a se stesso di fare il presidente indefinitamente (la stesura originale della carta consentiva solo due mandati), la sinistra nostrana ha continuato a fare finta di niente, spiegando che comunque Chávez era stato eletto democraticamente e che governava con il consenso del popolo. Il suo antiamericanismo ­- infiammando la parte più anti-imperialista del cuore di sinistra – ha funzionato come un’ottima arma di distrazione dai suoi abusi di potere. Così, circonfuso dall’aurea del rivoluzionario di nuovo conio, Chávez ha proseguito il suo programma di nazionalizzazioni e di riforme sociali, continuando ad apparire in televisione ogni lunedì per un fluviale discorso alla nazione. Paradossalmente, se dalle nostre parti molte figure della sinistra sono arrivate a definire «fascista» la potenza mediatica di Silvio Berlusconi, sono stati pochi quelli che hanno avuto da ridire per le 2135 volte in cui Chávez è apparso in televisione (con una media di 43 minuti al giorno) per indottrinare le masse alla religione politica di stato. Ma arrivati a questo punto questo conta poco. L’interrogativo che adesso tutti si pongono, sostenitori del caudillo o meno, è se il chavismo sarà capace di sopravvivere all’uomo che l’ha incarnato. Dunque se il suo socialismo sarà davvero quello XXI secolo, oppure non sia stato semplicemente la prosecuzione con altri mezzi del socialismo novecentesco.

Nicola Mirenzi
www.qdrmagazine.it

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