Dal “ma anche” al “neanche”

By Redazione

luglio 17, 2011 politica

Confesso: sono favorevole all’abolizione delle province o meglio a una redistribuzione delle loro competenze tra regioni, comuni e aree metropolitane (come ad esempio prevedeva la proposta dell’ANCI a guida Chiamparino, o come prevede – seppure in modo più graduale e “soft” – anche l’ottima proposta del Pd). Non è per questo, però, che trovo poco comprensibile la scelta di astenersi sulla proposta di abolizione delle province.

Prendiamo l’obiezione più seria: era un provvedimento vuoto perché rimandava a successivi passaggi legislativi la definizione delle modalità con cui procedere. Ma allora sarebbe stato in quei passaggi successivi che tutta la “potenza riformatrice” del Pd avrebbe potuto manifestarsi, proponendo la soluzione a suo avviso migliore. E anche guardandola dal punto di vista di chi ha autorevolmente rivendicato l’utilità delle province i conti non tornano. L’argomento è legittimo, ma per chi la pensa così la scelta più coerente sarebbe stata il voto contrario, non l’astensione. Non vorrei fossimo passati dal partito del “ma anche” al partito del “neanche”. Il Pd si astiene perché non è per l’abolizione delle province e neanche per il suo mantenimento: effettivamente se vista così la scelta non fa una piega.

Ma l’argomento più irritante è proprio quello che un periodico riformista come questo dovrebbe apprezzare di più: “sarebbe sbagliato cadere nella demagogia”, si è detto; “mai semplificare”, si è sentenziato. E come non essere d’accordo? Per non parlare del tentativo di rilancio: “abbiamo una nostra proposta”. E come non gioirne? Peccato che questo distillato di responsabilità, cultura di governo e approccio realista valga solo per limitare i danni di un clamoroso autogoal. Evidentemente l’argomento “la base non ci capisce” vale solo per i “sì” e i “no” ai referendum. E l’irritazione nasce proprio dalla constatazione che queste sono esattamente le risposte che in moltissime altre occasioni il Pd si è rifiutato di dare. Dov’era il rifiuto della demagogia e della semplificazione quando si trattava di dare una risposta sensata al secondo quesito sull’acqua dell’ultimo referendum? Dov’è finita la nostra proposta di legge sui servizi idrici (primo firmatario Bersani, ironia della sorte proprio come quella sulle province)? Dov’era il rifiuto della demagogia e della semplificazione quando si trattava di discutere della riforma universitaria? O quando si trattava di discutere delle proposte del Sen. Ichino e altri all’ultima conferenza sul lavoro di Genova? E dove sono ora che appare evidente ciò che pochi eroici Don Chisciotte vanno ripetendo da tempo, ovvero che la scelta del governo di stabilizzare tutti i precari della scuola impedirà per dieci-quindici anni o più ai giovani neolaureati di scegliere l’insegnamento?

Sono pochi ma significativi esempi di scelte responsabili, ma impopolari che si è preferito non fare: vuoi per “coprirci a sinistra”, vuoi per non irritare i sindacati, vuoi per non scontentare gli editorialisti di Repubblica. Quelli che la sanno sempre lunga spiegano che sì, sarebbe anche giusto dimostrare di avere sempre cultura di governo, ma che non bisogna illudersi “la cultura di governo, quando sei all’opposizione, non paga”. Eppure Bersani ha più volte definito il Pd “partito di governo provvisoriamente all’opposizione” e questo è stato indubbiamente vero per i primi anni della legislatura. Il Pd ha in parte pagato quel senso di responsabilità scoprendo il fianco (sinistro, ça va sans dire) al populismo di Di Pietro, Grillo e Vendola e al fuoco più o meno amico dei quotidiani come “Il Fatto” o “l’Unità”.

A un certo punto, piuttosto che consolidare le posizioni e andare avanti, il Pd è sembrato arretrare: forse perché l’antiberlusconismo è il modulo che a sinistra sappiamo giocare a memoria, forse per l’irresistibile richiamo della foresta (“nessun nemico a sinistra”), forse perché ci si è convinti che la famosa mela sarebbe cascata da sola. Qualunque sia il motivo, da qualche tempo la musica è cambiata: province a parte, antiberlusconiani quasi sempre e innovativi quasi mai. Ma soprattutto sempre più allineati e coperti dietro i più classici stereotipi della sinistra che fu: manca solo che il Pd diventi dubbioso sui vincoli di bilancio europei (naturalmente solo perché “in Europa governano le destre”) o che abbandoni la scelta federalista (naturalmente solo perché “non bisogna inseguire la Lega”) e saremo finalmente pronti per la riedizione della gioiosa macchina da guerra.

Marco Campione
www.qdrmagazine.it

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