La storia di Ismail

By Redazione

luglio 14, 2011 Cultura

La storia di Ismail Ltaief non è solo una vicenda di comune mala giustizia all’italiana consumatasi nel carcere di Velletri per la quale cinque agenti di polizia penitenziaria, tra cui tre addetti alle cucine, da oggi verranno processati a Velletri per reati che vanno dall’abuso di ufficio all’associazione a delinquere alle lesioni e alla violenza privata.

No, è anche l’eroica saga di un uomo, tunisino trapiantato in Italia, con precedenti per reati politici negli anni ’80 e una condanna per detenzione di armi finita di scontare solo pochi mesi orsono,  che è stato cuoco del carcere di Velletri nonché testimone di ruberie e di peculati  sul cibo dei detenuti da parte di burocrati dell’amministrazione penitenziaria.

E per questo minacciato di morte, pestato a sangue in galera con la connivenza di alcuni agenti delle guardie carcerarie e oggetto persino di un tentativo di corruzione (rifiutò 15 mila euro per ritrattare) che ieri in una conferenza stampa alla Camera dei deputati, organizzata dalla deputata radicale Rita Bernardini, alla presenza di Marco Pannella (che anche contro queste situazioni da 86 giorni lotta con l’arma non violenta dello sciopero della fame) , del suo avvocato Alessandro Gerardi e di Irene Testa della associazione “Il detenuto ignoto”, ha voluto fare conoscere all’opinione pubblica italiana uno dei lati B del pianeta carcere. La storia di Ismail che faceva il cuoco e vedeva tutti i giorni sparire il cibo più pregiato che può passare quel tipo di convento, cozze e peperoni, niente di che, che  però prendeva spesso  la direzione della casa di alcuni degli attuali imputati (Roberto Pagani, attualmente a gli arresti domiciliari, Giampiero Cresce, anche lui detenuto a casa propria, Carmine Fieramosca, idem come i primi due, Antonio Pirolozzi e  Muro Bussoletti, entrambi liberi ma con l’obbligo di firma) invece che quella della mensa del carcere è a suo modo esemplare. Gli altri detenuti erano costretti a mangiare pasta in bianco quasi tutti i giorni. Vuoi  che qualcuno vada a controllare le prepotenze quotidiane di un piccolo penitenziario? Ma lui, Ismail, teneva un diario.

E un bel giorno decise di dire basta. E questo nonostante che fosse già stato oggetto di minacce di morte e di pestaggi per il solo fatto di avere annotato tutto scrupolosamente. Così, solo alla fine, in un brutto  contesto di omertà corporativa, il 19 maggio 2010 la denuncia è giunta sul tavolo del magistrato. Il resto lo stabilirà il dibattimento.

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