La partita di Alfano

By Redazione

luglio 14, 2011 politica

Un “Forlani tecnologico”; così Gianfranco Rotondi, uno che se ne intende, ha definito Alfano. Una divertente boutade che ha fatto rievocare il “coniglio mannaro”, coniato da Pansa per il leader marchigiano. Qualcuno, attento alla dentatura, che non passa inosservata né per Forlani né per Alfano,  l’ha aggiornato in “castoro marrano”.  Il parallelo si presta, però, anche a qualche riflessione meno mondana.

Forlani è stato l’ultimo segretario della Dc eletto in un Congresso, nel fatidico 1989. Martinazzoli lo sostituì  nell’ottobre 1992, in piena tangentopoli “acclamato ” in Consiglio Nazionale, e tre mesi dopo varò il Partito Popolare Italiano.

Alfano è il primo segretario di quello che oggi si chiama Pdl; vale a dire dell’aggregato messo insieme una ventina d’anni fa da Berlusconi, il “partito del leader” che non ha mai avuto un “Segretario”, neppure come figura di secondo piano.

In una situazione non certo facile, Berlusconi ha pensato fosse utile dimostrare una qualche disponibilità a cambiare – almeno un po’- strada. Si faccia, dunque, un Segretario; applausi unanimi, lodi generali. Per convenienza e cultura,  molti nel Pdl pensano (lo hanno anche detto e scritto), che si tratti di una mossa per superare il momento difficile, che non cambierà nulla di sostanziale.

Molti, ma non tutti. Non pochi, infatti, attribuiscono alla novità un significato rilevante. La instaurazione (o restaurazione) della figura del “Segretario” alluderebbe alla riproposizione di un partito non dico come la Dc, o modello “prima repubblica”; però (con tutti gli aggiornamenti del caso) strutturato e regolato, non una emanazione gassosa del leader.

Non è improbabile che, nel prossimo futuro, nell’area Pdl le divisioni e gli scontri più significativi  si manifestino proprio intorno all’idea e al progetto di partito. Se Alfano dovesse prendere le sembianze di un segretario “alla Forlani”, cioè di un segretario prudente e felpato quanto si vuole, ma vero, si attiverebbe una dinamica sconosciuta da quelle parti e se ne vedrebbero delle belle. Un partito con un Segretario può anche avere un leader diverso da lui; ma non può restare interamente affidato alla volontà e all’arbitrio del leader, a cominciare dalla attribuzione degli incarichi, delle candidature, delle “spoglie”.

Forlani, poi, è stato il Mentore di Casini; e Casini è stato il destinatario privilegiato del discorso di Alfano che a lui ha dedicato una attenta esecuzione dello spartito “Partito Popolare Europeo” trovando orecchie ben disposte. Non sorprende. Fra Casini e Alfano ci sono quindici anni di differenza, per cui la storia democristiana del bolognese è più lunga di quella del girgentano. La famiglia d’origine è, tuttavia, la stessa; e, dopo la fine della Dc, ambedue hanno imboccato e seguito senza incertezze la strada del centro-destra. Unica differenza, la sigla prescelta: Alfano FI, Casini subito il CCD, senza neppure la breve “decantazione” popolare di Buttiglione.

Nonostante la comune ascendenza e la comune appartenenza europea, nonostante il referente forlaniano sembri intrecciare favorevolmente i loro destini, l’incontro non si presenta, però, facile. A dividere non  c’è solo (e tanto) la vexata quaestio riproposta da Casini anche in questa occasione: bipolarismo sì o no, maggioritario o proporzionale.

A dividere c’è proprio il partito “inventato” da Berlusconi sul predellino di un’auto a San Babila, esclusivamente fondato sulla sua personale leadership, portata al parossismo con le scelte degli ultimi quattro anni. La “sezione italiana” del Ppe è certamente nell’orizzonte e negli auspici di Casini; ma, ormai, non può farla all’ombra di Berlusconi. E i canti di sirena di Alfano, per quanto assumano accenti forlaniani non scalfiscono questo dato di fatto.

Cercherà il “Segretario” di convincere il “Presidente” che una promettente strategia val bene il “passo indietro”? Ci riuscirà? Bella domanda!

Infine, il richiamo a Forlani non è affatto improprio se guardiamo alle forze che si sono raccolte nel centrodestra; innanzitutto agli elettori, ma anche a settori consistenti del personale politico.

Il blocco di centro-destra alla base del successo e della durata di Berlusconi, lui lo ha ereditato; ha avuto, sì, prontezza nel percepirlo e capacità nel “galvanizzarlo”, ma non lo ha costruito. Le forze presenti in quel blocco si sono riconosciute, raccolte e tendenzialmente unificate negli anni ’80, a partire dal “preambolo”, alla base dell’alleanza che governò l’Italia – morto Moro e finita la “solidarietà nazionale”- fino allo sfascio dei primi anni ’90.

In quel decennio, in rapporto a profonde trasformazioni sociali e culturali si verificò quello che gli americani chiamano realignment: un riallineamento elettorale di lunga durata. Mentre i vertici dei partiti alleati si lasciavano andare ad una concorrenza conflittuale sempre più accesa, gli elettori che votavano per il “pentapartito” furono coinvolti in un processo di “omogeneizzazione ” per cui il voto allo schieramento di governo diventò via via più importante del voto ai singoli partiti che ne facevano parte. Tanto che qualche osservatore del tempo si sentì autorizzato a usare l’espressione “superpartito”.

Se si guardano le vicende italiane senza paraocchi, è evidente la continuità di quel blocco nello schieramento che ha trovato in Berlusconi il suo leader. Più che giustificato, dunque, rievocare Forlani. Dei tre personaggi scelti a comporre l’acronimo CAF che finì per sostituire la burocratica formula “pentapartito”, Forlani fu senza dubbio il più tenace sostenitore e difensore di quell’equilibrio.

Piuttosto c’è da chiedersi se oggi, dopo trent’anni, quel riallineamento elettorale, con le premesse sociali e culturali che lo alimentarono, non sia giunto ad esaurimento; e quale nuovo “riallineamento” sia possibile e realizzabile; e su quali basi.

La partita aperta in Italia si gioca intorno a questo tavolo, un “banco di prova” molto, molto impegnativo. Per Alfano, certamente; ma – in realtà – per tutti.

Claudio Petruccioli
www.qdrmagazine.it

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