Testamento biologico, una critica pro life

By Redazione

luglio 13, 2011 Cultura

Chi scrive riconosce e tutela la vita umana, quale diritto inviolabile ed indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui la persona non sia più in grado di intendere e di volere, fino alla morte accertata nei modi di legge. Altresì riconosce e garantisce la dignità di ogni persona in via prioritaria rispetto all’interesse della società e alle applicazioni della tecnologia e della scienza.

Nonostante ciò, non condivide le “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento” approvate ieri dalla Camera dei Deputati, che si aprono proprio con le poche righe sopra riportate
Condividere una visione di fondo sul sottile e confuso confine che divide la vita dalla morte, il pensare dallo spegnersi, il vivere dal sopravvivere non equivale a difendere il fatto che un aspetto così cruciale, ma anche così personalmente complesso e controverso, della vita umana, possa essere regolamentato da un articolato pubblicato nella Gazzetta ufficiale.
Il testo delle norme che regolano il testamento biologico evidenzia lungimiranza e limitatezza allo stesso tempo. Lo sguardo profondo di chi riesce a cogliere che non solo di bond, spread e crisi si ciba l’uomo, ma anche – forse soprattutto – di issues che coinvolgono le domande più profonde della sfera personale e della convivenza civile. E il feroce limite di non comprendere che tali, enormi, moti dell’animo non sono imbrigliabili e risolvibili con una norma, per quanto condivisibile – o meno – possa essere.

Il rischio è quello di creare un precedente per il quale anche le pieghe più profonde e nascoste della vita dei cittadini divengono a disposizione dello Stato, possono essere scovate, imbrigliate e avvinte da un cavillo normativo.

Uno Stato che nel suo tentativo di evitare che gli si incolli a margine l’aggettivazione di “etico” si sporca il vestito giocando nello stesso campo e allo stesso gioco di coloro ai quali si sarebbe voluta togliere la palla.

Sarebbe occorsa piuttosto una arcigna e convinta battaglia culturale, il coraggio di ribaltare la concezione di un positivismo giuridico che avverte ineludibile la tentazione di legiferare su tutto, di mettere in fila, ordinati per benino nella lista della spesa dei desideri, gli ormai famigerati diritti di quarta generazione.

Un dibattito ampio e trasversale, che non avesse quale orizzonte l’emiciclo del Parlamento ma le strade, le piazze, le case, nel quale investire capitale politico senza pretenderne immediato ritorno.

Che rimanesse sempre aperto nel suo evolversi, che non vedesse mai un punto conclusivo, una risposta disarticolabile in capi e commi.

Perché non si può chiudere l’inarrestabile dialogo dell’uomo tra l’antica misteriosità del proprio sentire e la frenetica concretezza della modernità.

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