Ora paghino gli spioni italiani

By Redazione

luglio 13, 2011 politica

Italia e Inghilterra sono nazioni molto diverse tra loro: e grazie, direte voi, l’Inghilterra è un’isola abituata a starsene in mare aperto, mentre l’Italia è una penisola abituata a stare attaccata sempre a qualche cosa. Ma anche senza bisogno di guardare il mondo dalla luna, non ci vuole molto a capire che tra il paese di Pulcinella e quello della perfida Albione è difficile trovare cose che si accordino. Per esempio, in Inghilterra si guida a sinistra e si gioca a cricket, mentre in Italia si guida male e si gioca a tressette. L’Inghilterra ha una monarchia costituzionale, mentre l’Italia ha una Costituzione monarchizzata. In Inghilterra piove tanto ma poi si asciuga tutto, in Italia piove meno ma sempre sul bagnato.

Da oggi, le differenze tra Italia ed Inghilterra sono ancora di più; e non attengono solo alla geografia o alle abitudini; ma anche a quei due piccoli, trascurabili, insignificanti elementi di una democrazia liberale che si chiamano “etica e informazione”. Il fatto che Rupert Murdoch sia stato costretto a chiudere lo storico settimanale britannico “News of the World” dopo lo scandalo delle intercettazioni illegali e l’arresto dell’ex direttore del tabloid e di un altro giornalista, ha scavato un baratro di polemiche sull’etica dell’informazione britannica e ha svelato il vero volto del mondo dei media; un volto che i polverosi difensori dell’ottocentesco “diritto all’informazione” hanno provato a nascondere fino ad oggi e non solo in Inghilterra. Ora, già il fatto che lì, un giornalista vada in galera per aver commesso un reato legato alla sua professione, lascia la stampa italiana stranamente silenziosa e imbarazzata; non si sentono commenti, valutazioni, né strali particolari contro il chiaro attentato alla libera stampa e il rumoroso silenzio di tutti di fronte a quello che sta succedendo in Inghilterra è quantomeno sospetto. E quando qualcuno parla, sarebbe meglio che stesse zitto, come nel caso di Piero Ottone che, intervistato su l’Unità, ha paragonato lo scandalo inglese al caso Boffo, che, ovviamente, con l’abuso di intercettazioni illegali che si fa anche in Italia, non c’entra assolutamente nulla. Bisogna dire, però, che anche in Inghilterra i teorici del giornalismo militante qualche castroneria la dicono. Peter Wilby sul Guardian, il quotidiano che ha denunciato con maggiore forza lo scandalo, si è affrettato a spiegare che comunque “il giornalismo non può funzionare secondo codici giuridici rigidi” e “deve operare a volte ai margini della legge e della moralità”. Ai margini sì, ma del tutto fuori, no; tra un giornalismo d’inchiesta e uno dal buco della serratura c’è una bella differenza.

E allora, in attesa di capire gli sviluppi delle vicenda, proviamo a riprendere il gioco delle differenze e sancire alcune cose: per esempio, che in Inghilterra i direttori di giornali che pubblicano intercettazioni illegalmente alla fine finiscono in galera, mentre in Italia vincono premi giornalistici e diventano campioni di moralismo.
Oppure che in Inghilterra i giornali che pubblicano intercettazioni illegalmente vengono chiusi dai loro stessi editori, anche se hanno 168 anni di vita, mentre in Italia diventano il fiore all’occhiello dei potentati editoriali.
O ancora, che in Inghilterra i giornali che pubblicano intercettazioni illegalmente perdono introiti pubblicitari, perché le grandi aziende si rifiutano di investire in un’informazione eticamente irresponsabile, mentre in Italia aumentano i ricavi pubblicitari perché vendono più copie.

Ma la differenza più eclatante che emerge da questa vicenda è che perlomeno l’Inghilterra, anche nell’immoralità, rimane un paese in cui capitalismo e impresa privata sono cose serie. Perché lì, le intercettazioni illegali se le pagano di tasca loro quelli che le pubblicano, come hanno fatto i responsabili del tabloid inglese assoldando detective e spioni privati o comprandole direttamente da poliziotti corrotti. Mentre in Italia le intercettazioni pubblicate illegalmente le paghiamo direttamente noi contribuenti, perché sono quelle che i magistrati raccolgono in massa per le inchieste ma che, seppure irrilevanti o addirittura da distruggere, finiscono, guarda caso, nei cassetti delle redazioni dei segugi di questo giornalismo da buco della serratura.

Per cui, dal nostro piccolo, lanciamo un appello: cari editori e giornalisti italiani, su una cosa prendete esempio dall’Inghilterra. Volete continuare a pubblicare intercettazioni illegalmente per vendere più copie, dietro la balla del “diritto all’informazione”? Va bene, ma almeno pagatevele da soli.

(da “Il Tempo“)

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