L’avvocato del diavolo

By Redazione

luglio 12, 2011 Cultura

Ho avuto la sventura di essere svegliato lo scorso 12 gennaio, alle 6 del mattino, mentre ero in casa e dormivo con la mia compagna, dalla squadra mobile di Chieti guidata nientemeno che dal dirigente in persona ed altri funzionari.

Tutti vestiti nella classica tenuta da conferenza stampa che non a caso avrebbero tenuto di lì a poco e nella quale avrebbero dichiarato di aver sgominato un’organizzazione responsabile del traffico di ingenti quantità di droga.

La mattina successiva agli arresti domiciliari i principali quotidiani della città di Pescara, in cui da anni svolgo l’attività di avvocato, esponevano locandine e titoli a tutta pagina proposito dell’avvenuto arresto di un’organizzazione facente capo a me ed al mio studio.

Anzi, mettendo in relazione la mia professione ed il fatto che il mio studio si trova nei pressi del Palazzo di Giustizia, diversi organi di “informazione” parlavano di “spaccio di droga in Tribunale”.
Nessuno, dico nessuno, degli organi di stampa, si è preso la briga di dare conto che l’accusa nei miei confronti consisteva nella presunta cessione di otto grammi di stupefacente – avvenuta in quattro “fasi” – nei confronti di un mio assistito, anch’egli arrestato. Per la stampa locale ero divenuto una sorta di intermediario per far pervenire droga agli ambienti più à la page della città.
Nessun cenno alla realtà dei fatti, alla realtà oggettiva, al fatto che né nel mio studio né in qualsiasi luogo a me riconducibile sia mai stata trovata alcuna sostanza stupefacente ed a tutta una serie di abnormità che oggi, solo grazie all’ospitalità concessami dalle colonne di Giustizia Giusta, ho finalmente l’occasione di descrivere.

Innanzitutto – come detto – nessun cenno è stato dato al fatto che il presunto destinatario dello stupefacente era il sig. A.L., un mio assistito di fiducia, da me difeso in quegli stessi quattro procedimenti per droga – per un quantitativo pari a otto grammi – oggetto dell’indagine a mio carico.
Dunque, secondo il teorema dell’accusa, il sottoscritto, oltre a cedere stupefacente al proprio assistito, ne era contemporaneamente l’avvocato difensore di fiducia e, per di più, nell’ambito dei medesimi procedimenti per i quali lo stesso assistito veniva tratto in arresto per la detenzione della droga in questione.

Si badi, otto grammi (ceduti in quattro soluzioni) che avrei affidato al mio assistito perché facesse da intermediario nella vendita, salvo poi dividere con questi il ricavato.

Ma che film è? A parte l’incredibilità della storia dell’avvocato-“socio” in malaffari, che dire della irrisorietà di un presunto traffico di quantità tanto modeste, peraltro fatto per interposta persona (con cui dividere gli “utili”)?

Come mettere in relazione tutto questo con il fatto che non c’è stato un solo (dico, uno) indagato di quella cosiddetta “città bene” che avrei dovuto rifornire? Non un professionista, un amico, un conoscente? E che dire del fatto che né nel mio studio né altrove sia stata rinvenuta droga?
Sapere tutto ciò sarà forse un dettaglio per la Procura di Pescara, ma non dovrebbe esserlo per quella stampa che ha parlato del il mio studio legale come lo snodo principale per la distribuzione negli ambienti chic della città, così come del fatto che non sono uno spacciatore e che – almeno questo me lo si vorrà consentire – ho il diritto di essere considerato e trattato da innocente (quale sono) sino all’esito definitivo di questa tragedia.

E forse varrà qualcosa anche ricordare che oltre ad essere avvocato sono giornalista pubblicista iscritto nel relativo albo dal 1992, che ho scritto un libro di narrativa (“Gli amici di plastica”, Ed. Tracce, 1997), ho curato l’antologia letteraria “11 under 30” – Castelvecchi – Roma, e sono stato a lungo direttore responsabile di alcune riviste locali tra cui il trimestrale “Terra d’Abruzzo”.

Ma nonostante credessi che quel 12 gennaio si fosse toccato il fondo, ho dovuto ricredermi quando, tre giorni dopo, la magistratura pescarese ha deciso di sostituire gli arresti domiciliari a mio carico con la detenzione in carcere.

“Tentativo di inquinamento probatorio”, questa la motivazione, sulla base di una telefonata inesistente ma semplicemente “presunta” o “presumibile”.
Non è uno scherzo, c’è scritto davvero così nel provvedimento del GIP di Pescara nel quale si legge che io e l’altro indagato A.L. avremmo avuto “verosimilmente altre conversazioni, oltre quella intercettata” nel corso delle quali – altrettanto verosimilmente – mi sarei prodigato per inquinare le prove.

In altre parole, nonostante fossi soggetto ad intercettazioni, e nonostante dalle telefonate effettuate e intercettate non sia emerso niente di minimamente rilevante, l’esistenza di altre telefonate, per giunta dal contenuto illecito, è stato desunto (sic).

A me non pare che occorra essere giuristi per rendersi conto di quanto perverso sia un meccanismo del genere, in base al quale ormai il contenuto delle intercettazioni diviene un optional. Se vi sono elementi penalmente rilevanti, bene (per gli inquirenti), in caso contrario si desumono.
Come è possibile difendersi da un’accusa del genere? Come tentare di convincere il Magistrato che una telefonata mai intercettata (poiché inesistente) non può avere, per definizione, rilevanza penale?

Trovo che abbia del miracoloso, da questo punto di vista, l’essere stato liberato dopo tre giorni di arresto in carcere concesso sulla base di un contorcimento logico come quello appena descritto.

Quando i Magistrati si sono premurati di chiedere al mio presunto interlocutore (naturalmente ad arresto avvenuto) se effettivamente la telefonata incriminata vi fosse stata e questi ha negato la circostanza, sono stato miracolosamente scarcerato.

Naturalmente tre giorni in galera sono bastati a minare ulteriormente la mia serenità, a mettere a dura prova la solidità dei miei legami personali e professionali, non senza conseguenze, e – soprattutto – a rinfocolare la verve forcaiola della stampa locale che non ha perso l’occasione per scagliarsi addosso allo stimato Professionista – già noto spacciatore di droga – finito in cella per aver tentato maldestramente di inquinare le prove.

Mi chiedo – prima ancora di conoscere l’esito del giudizio che non potrà che escludere il mio coinvolgimento in questa tragica vicenda – come sia possibile mandare esenti da responsabilità i magistrati che con tanta leggerezza hanno disposto, sebbene per tre giorni, della libertà di un uomo, come possa la stampa non essere mai stata nemmeno sfiorata dal più elementare degli interrogativi: se fossi innocente?

Se non fossi un avvocato penalista, probabilmente non avrei avuto la forza di sopportare questa tragedia. In fin dei conti sono abituato alle storture giustizialiste ed allora non posso che resistere e continuare diritto per la mia strada, cercando di tenere – come di dice – la barra dritta, fino in fondo.

Se quel che mi è accaduto non verrà reso noto da chi ha il dovere e la responsabilità istituzionale di farlo, sarò io stesso a farmene megafono e portavoce.

Nemmeno cercherò una impossibile consolazione nelle azioni di risarcimento che promuoverò per i tanti soprusi e la diffamazione subiti – il cui ricavato verrà devoluto in beneficenza – poiché mi accontento di quanto riesco a guadagnare onestamente svolgendo la mia professione di avvocato.

E, da avvocato, non permetterò di farmi triturare da un sistema diventato oramai sadico e perverso, né mi stancherò di combattere dalla linea difensiva, come sono abituato a fare per professione.

Gianluca Polleggioni
www.giustiziagiusta.info

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