Non tornare a casa, America

By Redazione

luglio 10, 2011 Esteri

Dalla rivista statunitense “the weekly Standard” pubblichiamo la traduzione – curata da Irene Selbmann – dell’articolo “Don’t Come Home, America” scritto da Robert Kagan.

“America, è tempo di concentrarsi sulla costruzione della nazione, qui a casa”. Questo è stato il nocciolo del discorso del Presidente Obama nell’annunciare il ritiro delle forze militari in Afghanistan, ed è stata una dichiarazione di portata eccezionale. Certo, queste intenzioni sono state manifestate più volte nel corso degli anni. Ricordano un po’ il tema della campagna di Geroge McGovern “Torna a casa, America”, del 1972, e siamo sicuri che Patrick Buchanan, Ron Paul, Dennis Kucinich e George Will hanno detto esattamente la stessa cosa (o quasi) in un qualche momento.

Ad ogni modo, mai dal 1930 un presidente americano aveva infilato un tema così isolazionista in un discorso al popolo americano. Ma contrapponendo il bisogno di dedicarsi ai problemi interni alla progressiva riduzione dell’impegno nella guerra in Afghanistan, Obama ha messo il sigillo presidenziale sull’erronea, ma tuttavia diffusa, credenza che qualsiasi cosa gli Stati Uniti facciano all’estero, influisca negativamente sulla capacità di dedicarsi ai problemi in casa. C’è da chiedersi se gli autori dei discorsi, i ‘decisionisti’ di Obama, e ovviamente il Presidente stesso, abbiano capito davvero quale effetto dannoso un’affermazione del genere può avere (e probabilmente avrà) per l’America in tema di difesa e politica estera.
Si può facilmente immaginare come questa linea verrà risbattuta in faccia all’amministrazione la prossima volta che il Congresso cercherà di proteggere i fondi per gli aiuti all’estero e per la difesa, per l’intervento in Libia o per un prossimo dispiegamento delle forze USA in Asia o in Europa. Ma forse questi problemi sono stati offuscati dalla preoccupazione crescente e sempre più evidente che ha Obama di vincere le elezioni. Forse il colpo basso – con la chiara implicazione che gli sforzi dei nostri soldati in Afghanistan distolgono effettivamente l’attenzione dal benessere della nazione – era troppo buono per lasciarselo sfuggire.

Ed è proprio un colpo basso. Questo è il punto centrale che Ron Paul, Dennis Kucinich, George Will e adesso Barack Obama non sembrano riuscire a capire. Fallire in Afghanistan costerà parecchio, molto più dei miliardi spesi per dare il via alle operazioni. Qual è stato per l’economia americana il costo degli attacchi dell’11 settembre? Quale sarà il costo se i gruppi terroristici attivi in Afghanistan – la rete Haqqani, Lashkar-e Taiba e anche Al Qaeda – saranno in grado di ricostituire nuclei e il prossimo presidente dovrà nuovamente rispedire le truppe per eliminarli? È una saggezza del tutto particolare quella capace di vedere solo i problemi e i costi di oggi e non riesce ad immaginare i problemi e i costi di domani.

Il fatto che i costi delle operazioni in Afghanistan possano minare la nostra capacità di interessarci dei problemi di casa è un punto di vista particolarmente risibile da parte del presidente. Una cosa sarebbe se i tagli per l’Afghanistan fossero parte di un più vasto piano di riduzione del deficit, dove a risentirne sarebbero anche i programmi di politica interna e le agevolazioni. Sarebbe comunque un errore. Ma almeno sarebbe coerente.

Comunque c’è qualcosa di spaventosamente cinico in questo presidente che suggerisce che per via della crisi fiscale americana è stato necessario scavalcare la sua leadership militare e ordinare una più rapida, e quindi più pericolosa, ritirata dall’Afghanistan. Questo, dopo che per due anni e mezzo si è proposto di spendere per programmi di politica interna, in confronto ai quali i costi delle operazioni sono briciole.

Siamo felici di apprendere che nessuno sta contestando il fatto che il presidente, nell’ordinare la ritirata, abbia scavalcato il consiglio unanime della sua leadership militare. Sì, i nostri leader militari hanno rispettato e appoggiato il piano del presidente. Ma non nascondono il loro malcontento. Queste è particolarmente vero per la scadenza del settembre 2012. Da dove è uscita quella data? Deve essere venuta fuori da Chicago, dal quartier generale per la campagna di Obama. Infatti, mentre è facile vedere una motivazione politica dietro la volontà di portare le truppe a casa prima che gli elettori si rechino alle urne nel novembre 2012, non c’è giustificazione militare o strategica di sorta. Nel nuovo piano di Obama, le forze si ritireranno proprio nel bel mezzo del conflitto.

Il generale David Petraeus e i suoi comandanti volevano ancora due stagioni di impegno prima di portare a termine le operazioni. Quest’anno stanno combattendo e respingendo i talebani e i terroristi provenienti dal sud e dal centro dell’Afghanistan. Il prossimo anno l’obbiettivo sarebbe stato di spingerli fuori dalla parte orientale dell’Afghanistan. Ora quell’obbiettivo è messo seriamente in discussione. Il risultato potrebbe essere che si andranno a creare zone sicure per il nemico, concedendogli di attaccare di nuovo nelle aree liberate quest’anno durante le operazioni. Tra la strategia di Obama, che ha motivazioni politiche, e la strategia dei comandanti militari, passa la stessa differenza che c’è tra successo e fallimento.

L’effetto psicologico dell’annuncio di Obama può essere altrettanto dannoso. Il tono del discorso, l’esasperazione che ha mostrato verso la guerra, combinati con la ritirata inaspettatamente veloce, convincerà tutti, nella regione dell’Afghanistan e nel mondo, che gli Stati Uniti non vedono l’ora di svignarsela, senza badare alle conseguenze. I civili afghani dovranno decidere cosa conviene di più, restarsene con gli americani o arrendersi ai talebani, e sarà sempre meno probabile che scelgano gli americani. I combattenti talebani che si chiedono se potrebbe essere una buon idea deporre le armi prima di essere schiacciati da un’inevitabile vittoria americana, non vedranno più quella vittoria così inevitabile. I doppiogiochisti pakistani, che hanno sempre dubitato della capacità di resistenza americana, si sentiranno fiduciosi del fatto che ce ne andremo presto e agiranno di conseguenza. I nostri alleati europei, che in ogni caso indugiavano in Afghanistan quasi per inerzia, si scapicolleranno verso l’uscita. Anche loro devono occuparsi di costruire la nazione a casa propria.

E sebbene questa decisione sia stata chiaramente presa per motivi politici, l’ironia è che probabilmente gli si ritorcerà contro. Se la guerra non andrà bene durante la prossima primavera ed estate, perché che le truppe saranno prematuramente rientrate, sarà tutta colpa di Obama. Tutti sapranno che ha scavalcato i suoi consiglieri militari per elaborare il suo piano. Tutti sapranno che l’ha fatto per motivi politici. E resterà il fatto che ci saranno ancora 70.000 truppe americane in Afghanistan – solo che a quel punto, invece di essere parte dello sforzo militare in vista della vittoria, saranno parte dello sforzo in vista per la sconfitta. Oh, come sarebbe bello essere nei panni del candidato repubblicano in questo scenario!

Il che ci porta ai repubblicani. Non si sono coperti di gloria questa settimana. Alcuni sono stati ligi nell’opporsi al piano del presidente, e per una giusta ragione. Ma alcuni ci sono andati piano, evidentemente preoccupati delle stesse elezioni delle quali si preoccupa tanto Obama.

È un errore. È un errore nel senso che perdere in Afghanistan non è assolutamente nell’interesse degli Statu Uniti, e ogni repubblicano ha il dovere di mettere l’interesse nazionale sopra l’ambizione personale e di partito. Ma è anche un errore politico. È il buonsenso che ci dice che queste elezioni saranno giocate sull’economia.  Questo è in gran parte vero, ma sicuramente non è interamente vero. I prossimi due anni continueranno ad essere pericolosi per gli Stati Uniti e per i nostri amici e alleati nel mondo. In effetti loro saranno molto più in pericolo rispetto agli anni passati.

Il Medioriente è in tumulto. Lo Yemen potrebbe collassare e potrebbe diventare una base per una organizzazione terroristica molto pericolosa, Al Qaeda della penisola araba. Gli Stati Uniti potrebbero dover usare la forza per combattere quel pericolo. I regimi nel mondo arabo vacillano e non è chiaro da cosa saranno sostituiti. La Cina diventa più forte. La Russia diventa più autoritaria. L’Iran potrebbe presto avere l’atomica. E l’elenco potrebbe continuare.

Il punto è che nel 2012 le elezioni saranno decise dall’economia, ma saranno anche elezioni che riguarderanno la sicurezza nazionale. Nei sondaggi gli americani possono anche dire che vogliono concentrarsi sui problemi interni – l’hanno detto molte volte anche in passato – ma cercheranno anche qualcuno di affidabile come comandante in carica. Imitare Obama o, ancora peggio, mettersi dalla parte della sinistra pacifista, non sarà d’aiuto a nessun candidato durante le elezioni. Fino ad ora la sicurezza nazionale è stata materia repubblicana. Sprecare un tale vantaggio in questo momento di minacce globali sarebbe molto peggio di un errore grossolano. Sarebbe un crimine.

[traduzione di Irene Selbmann, clicca qui per leggere l’articolo originale]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *