Body builders e piccole cinesi

By Redazione

luglio 10, 2011 Cultura

Un weekend interlocutorio per le sale italiane. Dopo la sbornia di Transformers 3 e in attesa di Harry Potter che si avvia, a quattordici anni dalla comparsa in libreria del primo volume, alla sua conclusione anche sul grande schermo, chi volesse rifugiarsi nella frescura della sala come rimedio al grande caldo o per ostinata e inesauribile passione dovrà accontentarsi di pellicole il cui appeal, almeno a dar retta alla loro esposizione pubblicitaria, non è una freccia da poter scagliare per attirare frotte di fans adoranti in sala. Il ventaglio segreto è senza dubbio la pellicola che condensa le maggiori aspettative.

Il film firmato da Wayne Wang, autore nato ad Hong Kong ma ormai da qualche decennio adottato da Hollywood, si ispira a Fiore di neve e il ventaglio segreto, best-seller internazionale di Lisa See, giornalista del Washington Post e di Cosmopolitan. Non un libro per tutti i gusti, ma chi l’ha letto ne è rimasto folgorato. Sul celebre portale Internet Bookshop, il pubblico che vi si è approcciato gli ha attribuito il ragguardevole punteggio di 4,56 su 5.

La storia si snoda lungo la Cina del XIX secolo, seguendo lo stesso percorso a ritroso della sua autrice, sovente di casa nel Paese della Grande Muraglia alla ricerca delle proprie origini familiari. Una Cina in cui le donne sono costrette a bendarsi mani e piedi, vengono inibite a comunicare, con il mondo maschile ma anche fra di loro. Sviluppano così il nu shu, un codice linguistico che sfrutta le decorazioni dei ventagli, i ricami sui fazzoletti, le incisioni sul legno per comunicare fra di loro, raccontandosi storie fantastiche e piccole cose quotidiane.
Fiore di neve e Lilly sono due bambine coetanee, il cui destino viene inesorabilmente segnato dall’esser state sottoposte alla pratica della fasciatura dei piedi nello stesso giorno. Una volta diventate adulte e ormai date in moglie ai rispettivi mariti, le due donne fanno uso del nu shu utilizzando un magnifico ventaglio bianco, presente nel titolo dell’opera letteraria ma cassato dalla locandina del film. Fin qui i punti di contatto tra carta stampata e pellicola sono molti, compreso l’utilizzo della tecnica narrativa del flashback di una ormai quasi novantenne Fiore di neve.

Ma alla storia principale gli sceneggiatori affiancano una trama parallela.
Le protagoniste sono Nina e Sophia, due discendenti delle donne del nu shu, cercano di conservare in maniera duratura la loro amicizia, nata sin dai tempi della loro infanzia, nonostante le loro carriere impegnative e le loro vite amorose complicate. Ci troviamo in una Shanghai in continua e velocissima evoluzione, una metropoli dinamica che fa da contrasto con le lezioni che il passato offre alle due donne. Nina e Sophia, persone perfettamente calate nella complessità dell’era moderna dovranno riuscire a comprendere il significato della storia della loro unione ancestrale celata tra le pieghe dell’antico ventaglio bianco di seta. L’orpello narrativo condito da più che sottili riferimenti ad un sofferto amore saffico, non aiuta Wayne Wang a rendere il suo film appetibile. Fattosi notare per Smoke, piccola perla che una quindicina di anni fa ottenne spazio, visibilità e un Leone d’argento alla mostra del cinema di Berlino, dopo Blue in the face, che di Smoke era una sorta di ideale seguito, la carriera dell’autore di Hong Kog ha assunto una parabola nettamente discendente.

Che il regista abbia perso smalto lo testimonia senza ombra di dubbio la lentezza laccata di una pellicola che ha il sapore di un polpettone stracotto, che prova ad emozionare in maniera talmente sfacciata che si finisce più per fare caso con disappunto agli intenti dell’autore che non al (lento e stucchevole) dipanarsi del racconto.
Ed è un vero peccato, perché le possibilità di entrare in dialogo con una realtà, come quella cinese di oggi, così diversa eppure in sinistra continuità con la propria omologa del secolo scorso, viene sprecata malamente per gettarsi nelle braccia di un melò che ha poco da offrire se non ai maniaci del genere. Che potranno vederlo in anteprima, visto che la Eagles ha acquisito la possibilità di farlo uscire in Italia come Paese pilota. Il pubblico della penisola sarà così il primo a poterlo vedere.

Edmond Budina ci strappa dalle soffuse atmosfere del Ventaglio segreto per portarci in quelle un po’ scalcagnate ma ilari di una commediola che ha il merito di mettere insieme produttori italiani e albanesi a lavorare su uno stesso progetto. Cosa assai rara e difficilmente digeribile da parte dei grandi distributori, che in effetti hanno messo quasi un anno a far uscire al cinema un filmino che non sarà eccezionale, ma che presenta alcuni aspetti effettivamente gradevoli. La trama è il consueto, semplice, spunto per la più classica delle commedie degli equivoci: Julie ha quaranta anni, è francese e dopo il divorzio dal marito italiano decide di tornare a vivere in Francia.

Nel tornare alla terra natia, decide di portare a casa anche le spoglie del padre, un ex ufficiale dell’esercito deceduto e sepolto in Italia. Ma la bara non c’è più. Per sbaglio è stata spedita in Albania. Budina gioca la sua partita nel campo del contrasto tra il placido e agiato mondo occidentale, tutto preso dai propri impegni e dalle proprie nevrosi, e la ruralità grossolana e bonacciona di un’Albania colta nei suoi angoli più nascosti. Un mix mescolato con garbo, un po’ didascalico nel suo gioco di chiaroscuri, ma che riesce a dosare con sufficiente verve gli aspetti ilari con quelli più malinconicamente ironici.

L’uscita albanese di Balkan Bazaar ha dato il là a non poche polemiche. La chiesa ortodossa d’Albania ha protestato vivacemente per il finanziamento di un film che, a loro avviso, la denigra. Una posizione che ha provocato una levata di scudi analoga e speculare di una serie di intellettuali e artisti sqipetari, indignati dall’intromissione della gerarchia ecclesiastica in una faccenda attinente alla sfera prosaica di attori, botteghini e popcorn.

Forse anche grazie alla contesa dialettica, o forse no, Balkan Bazaar è nel frattempo diventato il maggior incasso della stagione a Tirana e dintorni, surclassando anche i più quotati blockbuster internazionali.

Ma in Italia questo è anche il weekend di Dreamland, produzione che ha infestato le città italiane con dei manifesti 6×3 così approssimativi che hanno fatto pensare per un po’ che non si trattasse effettivamente di un film, quanto piuttosto di una trovata pubblicitaria per una gara di Franco Columbu, due volte Mister Olympia, che è un po’ come dire campione del mondo nel body building. Invece proprio di un lungometraggio si tratta, nel quale Columbu interpreta sé stesso in un’accozzaglia di luoghi comuni mal girati e peggio interpretati sugli italiani negli States. Il trailer sostiene che “scriverà una nuova pagina nella storia del cinema italo-americano”. Siamo d’accordo: quella delle barzellette

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