La sfida di Scola

By Redazione

luglio 9, 2011 Cultura

Essere il vescovo- anzi, l’arcivescovo- di tutti. Questa è la sfida più grande che attende il card. Angelo Scola, ora che è divenuto nuovo arcivescovo di Milano. Si direbbe una sfida comune a tutti i religiosi che, a partire proprio da una figura come quella del cardinale Scola, vivono con passione e cura la propria missione.

Eppure, questa volta la sfida è maggiore e lo è in ragione di almeno tre buone ragioni, tali da rendere il settennato sulla cattedra ambrosiana -questo è il tempo massimo che, di regola e con la prevedibile proroga, si può aspettare il già settantenne cardinale- la sfida più grande alla quale è stato chiamato.

La prima ragione attiene, innanzitutto, alla biografia di Angelo Scola. Quella di un giovane seminarista, che è stato ordinato prete a Teramo -e non nella sua diocesi di appartenenza, quella ambrosiana giustappunto- proprio per l’eccessiva vicinanza a Don Giussani e alla sua Comunione e Liberazione. Quella di un giovane prete, che ha poi subito un parziale ostracismo proprio da parte dello stesso Don Giussani, poco incline a tollerare l’intensa e attiva militanza del giovane Scola nel movimento, fino ad essere invitato ad “emigrare” a Friburgo. Ancora. La biografia di un giovane e brillante studioso che, nel clima vivo culturale post-conciliare, è stato collaboratore fin dall’inizio della rivista internazionale di teologia, di stampo conservatore, Communio, fondata nel 1972 da Joseph Ratzinger (insieme con Hans Urs von Balthasar ed Henri de Lubac), rivista “contrapposta” a Concilium, fondata nel 1965, tra gli altri, da Karl Rahner, Hans Küng, Yves Congar e Edward Schillebeeckx, fucina del pensiero più aperto e attento alla ricerca del “segni dei tempi”. Da ultimo, ma non da ultimo, l’esperienza e la capacità di essere stato un grande Patriarca a Venezia (si badi: la città che ha prodotto più Papi di Milano negli ultimi cento anni), rendendola sempre più centrale nel suo ruolo di ponte tra Occidente e Oriente attraverso la Fondazione internazionale Oasis per il sostegno culturale delle minoranze cristiane nei paesi musulmani (è sua la tesi del “meticciato fra culture e civiltà”, quel mescolarsi ma non confondersi, tanto difeso da Benedetto XVI) nonché attraverso il forte sostegno allo sviluppo dello Studium Marcianum. Insomma, segnali di un uomo molto più complesso del “normalizzatore ciellino” della diocesi ambrosiana, come è stato con grezza banalità definito ma, al tempo stesso, segni univoci di una personalità convinta delle ragioni “conservatrici” nel guardare al cambiamento possibile…con in più, un pizzico di innata capacità -tutta meneghina si direbbe- nel tradurle in realtà.

La seconda ragione, evidentemente, riguarda il contesto, ossia la Diocesi di Milano. Una diocesi per storia, estensione e struttura ecclesiale tra le più importanti del mondo, da sempre attenta al prossimo, inteso tanto come singolo quanto come mutamento sociale, nello spirito del suo patrono sant’Ambrogio; una diocesi pronta a difendere la sua vocazione e il suo ruolo di soggetto capace di esercitare nella società quella “esegesi” che sa indicare, spesso, “la” via, illuminando e interpretando i segni del futuro e del cambiamento. Una diocesi viva, abituata al dibattito e al confronto, consapevole delle sue radici profonde e del senso della sua missione anche nella Chiesa. Un luogo il cui vescovo, per merito in primis del filone culturale Martini-Tettamanzi, si è sempre posto con orecchie attente, disponibili e mai respingenti, ad ascoltare e a confrontarsi con il “popolo di Dio”, incentivando e sostenendo il laicato -mai dall’alto soverchiato, facendo emergere una riflessione teologica a prescindere non supina alle sempre possibili logiche monarchiche ex-cathedra vaticana. Insomma, la diocesi di Milano è un complesso crogiuolo dove l’unità del cattolicesimo è innanzitutto figlia della complessità delle sue idee, appartenenze, riflessioni, modi di intendere la Parola. E di questo contesto sarebbe totalmente da sconsiderati, a maggior ragione, non tenerne adeguatamente in conto.

La terza ragione, più contingente, nasce dalla procedura che ha portato alla nomina. Una procedura più “larga” del solito, proprio perché probabilmente il Papa era ben consapevole della difficoltà di un’operazione su di un suo protegé, verrebbe da dire, “in partibus fidelium Ambrosii”. E tuttavia, nonostante si siano chiamati fuori illustri cardinali di Curia nonché biblisti di fama, come Gianfranco Ravasi, e siano stati messi da parte brillanti e vive personalità come Bruno Forte di Chieti, Luciano Monari di Brescia, Diego Coletti di Como, Gianni Ambrosio di Piacenza nonché il nunzio apostolico in Venezuela Pietro Parolin, questo processo di larga consultazione non è riuscito a superare le molte obiezioni che lungo il cammino si sono palesate. Infatti, anche nella finale seduta plenaria della Congregazione dei vescovi -guidata peraltro dall’antico collega di Scola, redattore della rivista Communio, il card. Ouellet- la proposta al Papa di affidare al card. Scola la diocesi ambrosiana ha avuto non molto più della maggioranza dei consensi. Forse una prova ulteriore che il bisogno di collegialità, così come è sempre stato nella Chiesa, resiste molto più di qualsiasi volontà papale nel voler nominare, pur con tutti i suoi brillanti meriti, un “suo” candidato, a maggior ragione se esso ha vissuto così a fondo l’esperienza di un movimento come Cl.

Dunque, se la storia di ciascuno è -come si dice- anche il suo futuro, queste tre ragioni richiedono al nuovo arcivescovo di Milano, come si dice spesso per il nostro Capo dello Stato, delle “prestazioni di unità”. Un’unità da dimostrare tanto intra-ecclesiam, rispettando la tradizione di un rilevante associazionismo sociale, assistenziale e caritatevole nonché di un laicato non meramente appiattito sui movimenti, né ciecamente devozionista; quanto extra-ecclesiam, anche in considerazione del fatto che, con la nomina di Scola, la Chiesa “progressista” è scomparsa dalle grandi diocesi del Nord Italia -Genova, Torino, Bologna e Milano appunto- in favore di una moderata, se non proprio conservatrice. E questo fatto, peraltro, non potrà non avere un qualche peso anche nella politica tout court, se si pensa, a maggior ragione come nel caso di Scola, che il Presidente della Regione Lombardia è, da quasi vent’anni, il ciellino Roberto Formigoni.

Prestazioni di unità, dunque. Un’unità che chiama in causa anche i cattolici democratici della comunità ambrosiana, i quali dovranno mostrarsi all’altezza di questo confronto così complesso, ben sapendo che potenzialmente -se vissuto in arroccamento e senza proposte- potrebbe rischiare di inaridire proprio le loro linee culturali ed ecclesiali.

Sarà comunque l’arcivescovo Scola in primis a mostrare il modo attraverso il quale vorrà interpretare il suo ruolo durante il suo (potenziale) settennato. Se nel dilemmatico percorso del quotidiano, fatto di continuità e di rotture, egli vorrà far fruttare la “scommessa del dialogo”, che in Italia e nel Mondo la Chiesa di Milano da secoli rappresenta, governando la complessità della Chiesa di Milano, allora avrà dato alla comunità ambrosiana il pastore che merita e, alla società tutta, un’ulteriore prova efficace di una Chiesa che concretamente da secoli sa fare la sua parte.

Francesco Clementi
QDR MAGAZINE

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