E adesso?

By Redazione

luglio 8, 2011 politica

Era nell’aria, i segnali si accumulavano da tempo. E la manovra che contraddice la promessa aurea di non mettere le mani nelle tasche degli italiani è stata, forse, lo spartiacque. Berlusconi annuncia che non si ricandiderà alle politiche del 2013 e affida il suo annuncio al giornale del suo arci nemico De Benedetti: la Repubblica. Quasi ad invocare magnanimità almeno nell’ora del passaggio del testimone, e in qualche modo a riconoscere al suo acerrimo nemico di averlo combattuto in modo anche scorretto e violento, ma a viso aperto, alla luce del sole, al contrario della faziosità infida, perché dissimulata, di altri giornali cosiddetti della “borghesia”.

I segnali, dicevamo, si erano accumulati. Forse, sul fronte giudiziario, il caso Ruby ha definitivamente fiaccato la volontà del Cavaliere. Da mesi comunque il suo ruolo in seno all’Esecutivo è sempre più quello del mediatore, del primus inter pares, piuttosto che del leader e del trascinatore; dopo lo scontro con Fini, l’iniziativa politica è andata via via scemando e si è ridotta ad una lunga e sfiancante campagna acquisti in Parlamento – che non è stata a mio avviso secondaria nel determinare la sconfitta alle amministrative. Nel frattempo, un altro sintomo della progressiva perdita di iniziativa e centralità politica di Berlusconi, è l’accrescersi del protagonismo di Napolitano (persino in aperto sostegno alle scelte economiche di Tremonti), fino ad arrivare al paradosso, di questi ultimi due giorni, di un premier che rinnega apertamente un’importante scelta di politica estera come la partecipazione alla campagna libica e che non nasconde la propria irritazione per una politica economica che sente lontanissima dai suoi principi. Insomma, è come se Berlusconi si fosse già dimesso, tanto che ieri pomeriggio, su Facebook, lanciavo la provocazione di un governo ormai, de facto, Napolitano-Tremonti.

Una scelta per quanto mi riguarda saggia quella di passare la mano alle prossime elezioni, resa inevitabile innanzitutto per motivi anagrafici: sia perché l’operatività che si richiede ad un premier è troppa anche per un tipo energico come Berlusconi, che nel 2013 avrebbe 77 anni; sia perché, a prescindere dai meriti che si possano o meno rivendicare dinanzi all’opinione pubblica, arriva prima o poi il momento in una democrazia in cui la gente chiede volti nuovi a prescindere. Ed è giusto, auspicabile che sia così. Anche se, ovviamente, l’orizzonte è tutt’altro che roseo e abbiamo la certezza che la fine della premiership di Berlusconi non coincida con l’incamminarsi del Paese verso la risoluzione dei suoi problemi. Anzi, c’è da temere il contrario. Sia per l’assenza di un’alternativa responsabile a sinistra, sia per il rischio concreto che la tutela che la magistratura politicizzata vuole imporre sulla nostra democrazia non trovi più alcun argine, non scorgendo all’orizzonte leader altrettanto forti, sia politicamente che patrimonialmente, come Berlusconi.

Ma è stato opportuno da parte del premier annunciare pubblicamente la sua prossima uscita di scena? E’ vero che era nell’aria, nelle conversazioni private Berlusconi già vi accennava, e che la sua autorità appariva già da mesi erosa all’interno della stessa compagine governativa. Eppure, il parlarne in privato e l’annuncio pubblico rischiano di non attenuare la conflittualità interna ed esterna al governo, bensì di aumentare i tentativi e i fattori di destabilizzazione. Insomma, se da questo annuncio Berlusconi spera di ricavare vantaggi in termini di una ritrovata serenità all’interno del Pdl, e della maggioranza, e di una minore aggressività nei suoi confronti, e nei confronti del governo, da parte delle opposizioni – politiche, giudiziarie e mediatiche – temo che dovrà presto ricredersi.

Nella sua autobiografia Tony Blair dedica uno spazio molto rilevante al tormentato periodo del suo passaggio di consegne. Ed è qui che ammette esplicitamente di aver commesso degli errori. L’aver parlato privatamente al suo ministro del Tesoro, Gordon Brown, della sua intenzione di ritirarsi prima della fine del mandato, averglielo persino promesso di fronte alle insistenze di quest’ultimo perché lo annunciasse pubblicamente, e l’essersi infine arreso ad annunciarlo in pubblico, ha aumentato, non placato, le incomprensioni, le diffidenze e gli scontri fra i due, così come non si è placata l’aggressività dei media nei suoi confronti, arrivati quasi al linciaggio quotidiano. Ma soprattutto, si era illuso che ciò avrebbe favorito un clima di serenità nel governo, e in particolare nei rapporti con il Tesoro, riuscendo così a completare l’ambizioso processo di riforme a cui teneva più di ogni altra cosa. Non è andata così: si è trovato a scontrarsi con un Gordon Brown che, sempre più ansioso di avere lui il totale controllo sulle decisioni di politica economica, così da preparare il terreno alla sua elezione, non faceva altro che mettergli i bastoni tra le ruote. Già, messa giù così pare di rivedere Tremonti.

Pur con tutte le dovute differenze, questo per dire che l’annuncio di Berlusconi rischia non solo di non attenuare le divisioni interne e l’aggressività delle opposizioni, ma di scatenarle definitivamente. Il rischio è che prevalga l’istinto animalesco per l’odore del sangue dell’avversario politico e non il senso di responsabilità. Dopo oggi le elezioni nel 2012 anziché nel 2013 sono più probabili.

Adesso si aprirà anche la stagione dei bilanci. Al di là del merito – avremo molte occasioni per tornarci – credo che sia importante il metodo. Inutile aspettarsi dalla sinistra – politica e giornalistica – un contributo obiettivo ed «equanime», invocato non molto tempo fa da Giuliano Ferrara su Il Foglio. Piuttosto, a mio avviso riveste un’importanza decisiva che un giudizio equanime su Berlusconi sappia elaborarlo il centrodestra, e il Pdl in particolare. Il che non è affatto scontato. Che sappiano evitare una squallida corsa a smarcarsi dal berlusconismo, ma che sappiano anche individuare limiti ed errori di Berlusconi, e di chi in questi anni – e sono molti – gli è stato o gli è passato al fianco, e trarre lezione sia da essi che dalle attenuanti e dagli alibi, non tutti infondati, che il Cavaliere può addurre.

Federico Punzi
http://jimmomo.blogspot.com

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