Sta riforma spetta a te

By Redazione

luglio 7, 2011 politica

Lo aveva detto lui, mica noi, che separare le carriere di magistrati inquirenti e magistrati giudicanti sarebbe stata la top priority del governo, un atto praticamente dovuto –  garantiva il detentore dell’indirizzo politico in materia nella squadra dell’esecutivo.
Lo aveva detto subito, ad inizio legislatura, ribadendolo poi in una pluralità di occasioni. Ribadito il concetto – è necessario separare le carriere per garantire la terzietà che non il singolo ma il sistema giudicante attuale impedisce invece all’imputato di avere; ribadita la determinazione ad avviare e portare a compimento il complesso procedimento di riforma costituzionale necessario per aggiornare le infrastrutture istituzionali che reggono (e sconquassano) il nostro paese; ribadita anche la garanzia a non retrocedere innanzi al prezzo (politico) che una riforma dagli effetti sì destabilizzanti per  le consolidate liceità della corporazione avrebbe potuto costare. E non avrebbe indietreggiato perché – ci diceva – sulle irrazionali distorsioni della giustizia italiana ci giochiamo la civiltà.

E ci aveva ragione da vendere. Si pensi al caso DSK. L’accusatore, negli Usa,  è un eletto del popolo. Eppure, a cospetto del giudice, lui e il difensore pari sono. E questa equiparazione, come si vede, garantisce l’accertamento della verità assai più di quanto non riesca a provvedere un sistema come il nostro che, nell’assegnare al PM il ruolo di ‘delegato dello Stato’ ed al difensore quello di ‘lobbista del reo’ pretende doversi riconoscere come consustanziale alla funzione del PM l’obiettivo verità; lo stesso obiettivo, cioè, teoricamente perseguito dal collega incaricato di assolvere alla funzione altra, e terza: la funzione del giudizio.
Ora, non è che si debba per forza importare da noi quel modello lì. Introdurre però, in una ampia razionalizzazione del sistema giustizia, una revisione dell’ordinamento che espliciti l’alterità tra magistrati, francamente, più che opportuno pare imperativo.

Ebbene? Ebbene, da parte del Ministro, nulla. Abbiamo atteso con pazienza, consapevoli degli inconvenienti emergenziali che di volta in volta hanno reso, agli occhi del legislatore, altri e meno universali aspetti della materia più prioritari di quella nostra iniziale priorità – oggi  il Lodo Mondadori, ieri le intercettazioni, ieri l’altro la cancellazione ex lege dei processi protrattisi un po’ troppo in là. Con tutto questo bendiddio di priorità prioritarie, capirete, non è che si possa impegnare il Parlamento in una discussione sì approfondita, estesa, lunga, generale quale quella che si aprirebbe invece con la cantierizzazione effettiva della riforma costituzionale.

Ora, il fatto è che, della giustizia, molti cittadini continuano ad esser vittime quando dovrebbero essere utenti. Il caso ultimo – il medico spagnolo scambiato per narcotrafficante  e per questo arrestato, leggiadramente, con approvazione del Gip – racconta assai più che la sciagurata tragedia di un caso, isolato, di superficialità professionale: racconta le aberrazioni di un sistema nel quale, ai fini della limitazione della libertà, più che le prove conta la determinazione con cui il Pubblico Ministero esprime al collega giudicante le proprie tesi accusatorie. Bizzarro, no? Eppure tutto  questo l’ex avvocato-fattosi Ministro Angelino Alfano lo sa bene almeno quanto gli avvocati dell’Unione delle Camere penali che in tribunale, a difendere imputati in processi che diventano arene in cui la difesa gioca uno contro due, beh, in quell’arena – loro – si trovano ogni giorno.
A costoro, gli avvocati, l’ormai fu-Ministro della Giustizia, la riforma l’aveva con dovizia illustrata e con passione garantita, salvo poi – come dire – declinare. I suddetti penalisti hanno atteso a lungo che alle promesse seguissero i fatti. Hanno atteso troppo. Infatti adesso non aspettano più. Ed annunciano un’agitazione.

Simona Bonfante
www.processomediatico.it

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