Il fallimento del PD del Lazio

By Redazione

luglio 7, 2011 politica

Se esistesse un album con tutti i difetti del centrosinistra e le critiche che gli sono state rivolte in questi anni, il PD del Lazio l’avrebbe completato da tempo. Le figurine da attaccare ci sono tutte. Si critica il centrosinistra perché è diviso? Celo (chi non ha mai scambiato figurine a scuola non sa cosa vuol dire, ma fa sempre in tempo ad imparare), considerando il commissariamento che dura ormai quasi da un anno, scelta obbligata per un partito lacerato da una costante guerriglia tra le correnti. Il commissario Chiti, scelto in quanto toscano, quindi estraneo alle logiche locali, sarebbe dovuto rimanere poche settimane, per ricomporre un quadro divenuto ingestibile dopo la defenestrazione del segretario regionale Mazzoli – dalemiano di rito sposettiano – e convocare, all’inizio del 2011, nuove primarie per eleggere il segretario regionale effettivo. Ricomporre un quadro divenuto ingestibile, si diceva: già, perché se un’altra critica al centrosinistra è quella di essere legato a personalismi esasperati, celo senza dubbio.

I tanti pseudosottoleader regionali, cresciuti nell’alone dei palazzi del potere, giocano a imitare i “grandi” protagonisti della politica nazionale. Nel Lazio i dalemiani sono più dalemiani di D’Alema, molti sono fioroniani più di Fioroni, o veltroniani più di Veltroni. Ci sono gli zingarettiani più di Zingaretti, i popolari che più popolari non si può. Tutti a combattersi da vent’anni un potere che va restringendosi sempre di più. Perché uno dei difetti del centrosinistra è anche quello di perdere troppo spesso, avendo presentato candidati inadeguati, decisi dall’alto, senza avere una linea politica chiara. Celo, celo, celo e ancora celo. Il PD nel Lazio è riuscito a perdere le ultime regionali contro una candidata conosciuta solo grazie a Ballarò: nelle ultime 4 elezioni regionali i candidati del centrosinistra sono stati due giornalisti Rai dalle idee politiche poco chiare al momento della candidatura e una piemontese esponente radicale, a cui il Pd si è accodato dopo una grottesca ricerca di candidati propri. Nel 2008 Roma era stata consegnata ad Alemanno, con Rutelli candidato.

All’interno del PD Lazio è inutile chiedere, dopo le sconfitte, un cambio di classe dirigente, è pericoloso chiedere le primarie (paura di aprire le secrete stanze all’opinione pubblica? Celo: una lettera firmata dal sottoscritto e da tanti altri iscritti per chiedere a Chiti le primarie per eleggere il segretario regionale subito, come da statuto, è stata accolta a dir poco con fastidio da molti dalemiani e zingarettiani, e alle ultime amministrative la scelta dei candidati sindaci è avvenuta tramite primarie in pochi, sporadici casi). Utopico chiedere un superamento delle vecchie appartenenze: la figurina dello sguardo rivolto all’indietro non manca di certo: se Zingaretti vuole candidarsi a sindaco di Roma alle prossime elezioni, ad esempio, sa bene che la segreteria regionale deve andare ad un ex Margherita, perché altrimenti saltano tutti gli accordi, contando che anche il segretario romano è un ex DS (e zingarettiano di strettissima osservanza). Alla fine sono quelli i posti che contano: tanto il Lazio è, per il PD ma anche un po’ per tutti, sostanzialmente Roma. Si dice che il centrosinistra, di solito, è forte nelle grandi città ma non riesce ad interpretare le esigenze dei piccoli centri? Decisamente celo: da anni le uniche speranze di vittoria nel Lazio per la Regione e per il premio di maggioranza regionale del Senato sono legate al risultato di Roma, perché altrove sono sempre dietro l’angolo clamorose scoppole. Sono ben lontani, per questa classe dirigente fallita, gli anni in cui anche la sola presenza di Veltroni trainava un’intera coalizione a risultati sorprendenti in municipi, comuni, province e Regione.

Inutile dire – ma potrebbe sembrare un giudizio personale – che anche la figurina del difetto di essere antipatici non manca. Molti dirigenti locali si distinguono per essere degli insopportabili sconosciuti funzionari di partito che in situazioni diverse non sarebbero riusciti a farsi eleggere neanche rappresentanti di classe al liceo.

La figurina n. 1 (ovviamente celo), comunque, resta sempre quella di non avere un leader, vizio del centrosinistra nazionale e catastrofe del PD laziale. Vidal diceva: “Chiunque è disposto a candidarsi al governo dovrebbe esserne automaticamente, per definizione, interdetto” (v. “La legge di Murphy per la sinistra”, che torna sempre utile in questi casi). Dovrebbe valere a maggior ragione anche per la segreteria regionale del PD, eppure i candidati non mancano: l’ex presidente della Provincia di Roma Gasbarra con il placet di Fioroni, il “talebano” del dalemismo Mancini, l’eurodeputato franceschiniano Sassoli (segno che la casta dei giornalisti RAI ha ancora molto appeal da queste parti), il vicepresidente del Consiglio Regionale Astorre già benedetto da Franco Marini, Bachelet come rappresentante della “base” (un fisico, deputato e presidente nazionale di un Forum PD esponente della “base”? Nel Lazio capita anche questo…). Il presidente del PD romano Patané, custode del tempio della componente del compianto Mario Di Carlo, si è pubblicamente fatto da parte, al momento.

I modi e i tempi per la scelta non sono chiari. Probabilmente sarà un lavoro affidato a qualche “caminetto” a cui saranno invitati pochi, selezionatissimi cacicchi. Assenza di trasparenza e totale noncuranza delle regole che ci si è dati per decidere: celo, pure questa.

Claudio Alberti
www.qdrmagazine.it

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