Una provincia è per sempre

By Redazione

luglio 6, 2011 politica

Ricordate i genitori quando, davanti alle richieste di voi bimbi, vi rispondevano con un eloquente “poi vediamo”? Ecco, col tempo avrete capito che il “poi vediamo” era un modo edulcorato per bocciare la vostra istanza fanciullesca. “Poi vediamo”, è stata su per giù la reazione del Parlamento davanti alla proposta di abolire le province presentata da Antonio Di Pietro, sostenuta da Udc e finiani, che sul web hanno lanciato una serrata campagna d’informazione. “Poi vediamo”, si sono schermiti i democratici astenendosi dalla votazione. “Neanche per sogno”, hanno invece risposto gli esponenti della maggioranza Pdl-Lega, decisi a premere il dito sul pulsante “no” , affossando così la proposta dipietrista.

Tutto finito? Neanche per sogno. Nella maggioranza c’è chi si è lamentato perché, tra l’altro, l’abolizione delle Province è nel programma di governo di Pdl e Lega. Il deputato azzurro Mario Valducci, ad esempio, si è sfogato a microfoni aperti: “è l’ultima volta che voto contro l’abolizione delle Province. Eliminarle non produce solo una riduzione dei costi ma cancella quell’oppressione burocratica che incide su famiglie, cittadini e imprese”. Vallo a spiegare alla Lega Nord e a Bossi che, secondo voci di palazzo, sarebbe stato pronto a far cadere il governo in caso fosse passata la norma ammazza-Province.

Perché tanto astio? Le camicie verdi sono le prime a rivendicare la battaglia per il taglio dei costi alla politica e lo stesso Calderoli ha annunciato di voler presentare una proposta di legge circa la riduzione del numero dei parlamentari. Peccato che per le Province il discorso cambi totalmente, visto che il Carroccio ne amministra 13 disseminate in tutto il Nord, dal Piemonte al Veneto passando per la Lombardia e mantenendo delle roccaforti strategiche, per voti e controllo del territorio, che tornano ancora più utili in periodi di magra come questo.

Ma non è stata la sola Lega a rompere le uova nel paniere. Perché la maggioranza trasversale, accusata di aver ucciso la proposta diepietrista, ha potuto contare sull’ammutinamento di un Pd che attualmente amministra 46 province su 110 esistenti. L’ex pm se l’è presa con Bersani che però ha assicurato l’intenzione di voler razionalizzarle senza un’abolizione così frettolosa e manichea. “L’Idv e l’Udc – spiega il democratico Andrea Sarubbi – sapevano della nostra disponibilità a discutere seriamente della riorganizzazione, in Commissione Affari Costituzionali, ma hanno preferito passare subito alla cassa, in Aula, per poterci poi accusare di aver voluto salvare la casta”.

Forse, spiegano dal Pd, sarebbe meglio tagliarle, non abolirle. Magari “sostituendo i consigli provinciali (dove attualmente siedono dai 24 ai 45 consiglieri) con assemblee dei sindaci di vari comuni”. E ancora facendo sparire le province più piccole come quella sarda dell’Ogliastra che conta appena 58mila abitanti. Davanti alla proposta fast and furious (e anche un po’ demagogica) di Tonino, i democratici chiedono tempo e spazi per ragionare su una riforma utile, mentre, stante il silenzio assordante della maggioranza, permane il problema delle Province con i loro carrozzoni di costi e burocrazia.

Ne abbiamo 110 in tutta Italia (nel 1861 erano 59), ci sono quelle vecchie e alcune nuovissime come la Bat (Bari-Andria-Barletta), unica che accorpi tre capoluoghi, ma anche Monza-Brianza (capoluogo dal 2004) dove i leghisti vorrebbero trasferire i ministeri. Nel 2010 ci sono costate 14 miliardi di euro, di cui il 73% bruciato in spese di sopravvivenza per mantenere l’esercito di 110 presidenti, 4000 consiglieri e 61000 dipendenti. Michele Bartoluzzi, portavoce del comitato per l’abolizione delle province, ha calcolato che con la loro eliminazione si potrebbe arrivare ad “un’ottimizzazione dei costi di circa 2,5 miliardi di euro all’anno”. Qualcosa andrà fatto, anche perché l’opinione pubblica s’è risvegliata (Stella sul Corriere era indemoniato) e la gente chiede risposte concrete.

E’ pur vero, ricorda Alberto Gentili sul Messaggero, che i consigli provinciali sono “la palestra dei partiti, dove si allevano i futuri dirigenti, si stipendia chi ha dimostrato fedeltà o lavora sul territorio. Il tutto a spese dei contribuenti”. Qualcosa va fatto e anche in fretta, con buona pace delle competenze provinciali in merito a manutenzione stradale e scuole superiori che evidentemente potranno esser spostate ad altro organo. Allora, si fa? “Poi vediamo”.

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