Contro Vendola

By Redazione

luglio 6, 2011 politica

Il problema di Vendola è che è sempre Vendola, come domenica che è sempre domenica. Non è cambiato in nulla da quel Vendola che, al seguito di un manipolo di rivoluzionari con la erre moscia, riuscì ad abbattere nell’ottobre del 1998 il primo governo Prodi con una stridula risata. Vendola è sempre Vendola. Certo, da sei anni fa il Presidente della Puglia e pretende di farci credere di aver realizzato il mito del partito di lotta e di governo.

Avanspettacolo. Alla prima occasione che gli offre la TAV di turno, eccolo ritornare alla sua prosa vocata all’ineffabile nulla, che fa dell’ambiguità politica la propria traccia essenziale. Non è una novità. I mille distinguo sui fatti della Val di Susa non differiscono in niente dai mille distinguo sui referendum Fiat di Pomigliano o Mirafiori, sulla banche da nazionalizzare oppure sulle missioni internazionali dell’Italia, dal Libano all’Afghanistan. Vendola continua come se nulla fosse, perché nessuno gli chiede di rendere conto delle svariate contraddizioni di cui è costellato il poetico cielo della sua narrazione.

Nessuno ha mai chiesto a Vendola di rendere conto dell’abbattimento del primo governo Prodi. Nessuno gli ha intestato la gestione politica assai mediocre della sua prima giunta regionale, che fu costretto ad azzerare perché travolta dagli scandali, in seguito agli arresti eclatanti di esponenti della “sua” giunta, assessori da “lui” scelti e a cui “lui” aveva dato le deleghe. Pur avendo avuto la responsabilità politica di quelle scelte, nessuno ha chiesto al poeta di Terlizzi di renderne “politicamente” conto. Come quando, da leader più in vista di Rifondazione comunista, sosteneva tra il 2006 e il 2008 le manifestazioni di piazza dei “suoi” contro il secondo governo Prodi, che pure Rc appoggiava in Parlamento. L’ha sempre passata liscia, Nichi Vendola. Perché dunque dovrebbe smettere, se non gli viene mai chiesto di precisare, in un italiano comprensibile, quale diavolo di identità  intende dare alla “sua” sinistra? Nonostante, da par suo, sia così bravo a rinfacciare al Pd di non averne una, di identità politica.

Perché, allora, il Pd continua a tollerarlo? Perché continua a raccontarsi la barzelletta che Nichi razionalizzerebbe una domanda di sinistra massimalista, rendendola disponibile al sostegno parlamentare della riedizione di una nuova Unione? La posizione di Vendola sulla TAV testimonia tutt’altro. Forse il Pd continua a farlo per la semplice ragione che più che il Vendola fuori di sé, ha un grosso problema col Vendola dentro di sé. Lo diceva Gaber: non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me. Così noi del Pd continuiamo a farci prendere in giro dal Vendola in sé, perché non riusciamo a fare i conti col Vendola in noi. Con quella parte di noi che pretende di continuare a dire, stando all’opposizione, cose diverse da quelle che direbbe stando al governo. Dovremmo urlare: “il vincolo europeo è un’occasione per realizzare riforme che altrimenti non riusciremmo a fare” – come diceva Prodi tra il ’96 e il ’98, prima che Vendola lo abbattesse; viceversa preferiamo frasi del tipo “il nuovo patto europeo va ritrattato perché stipulato da odiosi governi tecnocrati”. Cioè quanto sostenevano Tremonti e Vendola tra il ’96 e il ’98. Con la sensibile differenza che oggi, sui conti, Tremonti la pensa come Prodi, mentre Vendola continua a pensarla come Vendola.

Antonio Funiciello
www.qdrmagazine.it

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